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Siamo una ONLUS, associazione che opera senza fini di lucro, e nasciamo a Rieti nel 2008. Le nostre finalità sono la solidarietà sociale nel settore della tutela e valorizzazione dell’ambiente naturale, sociale e culturale e nella difesa della salute e dei diritti umani e civili. Le nostre attività ci vedono costantemente impegnati nella costruzione di una idea di società “altra”, basata sull’inclusione, la solidarietà, l’orizzontalità, la giustizia sociale ed ambientale. In particolare promuoviamo campagne e attività di sensibilizzazione e formazione sui temi della decrescita, della difesa dei beni comuni, dell’autogoverno, della democrazia partecipata, dei conflitti ambientali e sociali. Siamo specializzati nel fare informazione, sensibilizzazione, educazione e formazione sul ciclo dei rifiuti e la strategia Rifiuti Zero, partendo dal presupposto che nella gestione dei rifiuti esiste una gerarchia di priorità, riassunta nella formula delle “4 erre”: Riduzione, Riutilizzo, Risparmio e Riciclo.

PIÙ DI CENTO ATTIVISTI DI GREENPEACE OCCUPANO QUATTRO CENTRALI A CARBONE. MESSAGGIO AL G8 SUL CLIMA: “I POLITICI CHIACCHIERANO, I LEADER DECIDONO”

ROMA, 08.07.09. Mentre i leader delle nazioni più ricche del Pianeta arrivano al summit del G8, oltre cento attivisti di Greenpeace da tutto il mondo hanno occupato quattro centrali elettriche a carbone sparse sul territorio italiano, chiedendo ai Capi di Stato del G8 di assumere un ruolo di leadership contro i cambiamenti climatici. Continua a leggere PIÙ DI CENTO ATTIVISTI DI GREENPEACE OCCUPANO QUATTRO CENTRALI A CARBONE. MESSAGGIO AL G8 SUL CLIMA: “I POLITICI CHIACCHIERANO, I LEADER DECIDONO”

SUL PRIMO PROCESSO DI COLLE ARPEA (OVVERO CANILE DI RIETI)

IN DATA 23.04.2009,
CON UNA SENTENZA DEL TUTTO PREVEDIBILE,
IL TRIBUNALE DI RIETI
NELLA PERSONA DEL GIUDICE CRISTINA SCIPIONI,
SU RICHIESTA DEL PM BOCCACCI,

La questione RAEE sui rifiuti elettrici ed elettronici

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L’ennesimo rinvio della direttiva RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici) al 31 dicembre del 2009 si staglia pericolosamente all’orizzonte, nella più totale noncuranza del Parlamento italiano e degli stessi media. L’attenzione è concentrata sul caos organizzativo dovuto all’avvio del digitale terrestre, ma non si guarda neppure lontanamente agli effetti. Continua a leggere La questione RAEE sui rifiuti elettrici ed elettronici

La Nigeria esaurisce le scorte di greggio, raffinerie chiuse. Nuovo attacco del Mend alla Shell.

Due delle tre raffinerie nigeriane hanno chiuso, la terza ha scorte per 15 giorni. Attaccato gasdotto della Shell nel Rivers State. Jomo Gbomo scrive al Presidente russo Medvedev, arrivato oggi in Nigeria: “l’attacco di oggi celebra la sua visita”. Continua a leggere La Nigeria esaurisce le scorte di greggio, raffinerie chiuse. Nuovo attacco del Mend alla Shell.

Economia Ecologica e Crisi

Confronto tra società civile, mondo accademico, informazione e amministrazioni locali

Il prossimo 25 giugno, a partire dalle 15.30 si terrà a Roma, nella sede della Provincia a Palazzo Valentini, un importante convegno internazionale che metterà a confronto realtà differenti – sociali, accademiche, amministrative e dell’informazione – per discutere di crisi e di alternative per uscirne dal punto di vista dell’economia ecologica. Continua a leggere Economia Ecologica e Crisi

Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo

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È passato più di un anno dall’inizio della crisi che colpì il settore della costruzione succesivamente accompagnata dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti d’America, che presto si trasmise ad altri settori ed ad altre nazioni; la mancazza di denaro liquido si trasformava in un virus mortale che si trasmetteva da un malato ad un altro, di settore in settore, lasciando una importante lista di fallimenti impresariali e un gran numero di disoccupati.

Così l’anno 2008 entrava nella storia per la maggiore crisi finanziaria dopo quella del 1929.
Nella vita si possono vedere e analizzare gli stessi fatti con prospettive differenti, dipende dalle lenti che portiamo, come ci
mostrò Kant, cosi possiamo guardare i fatti in altro modo e vedere nel inizio la fine. La fine di un mondo.

Sono passati ormai anni dalla fine della guerra fredda, il capitalismo vinceva l’impero sovientico e imponeva la sua filosofia, le sue politiche, la sua economia, più in generale la sua visione del mondo.
In questi processi storici si incrociavano aspetti politici, sociali e economici, con dinamiche locali e globali che davano vita,
semplificando, alla globalizzazione neoconservatrice.
Le grandi multinazionali, i grandi consigli di amministrazione iniziarono a rendere conto solo ai grandi azionisti, tra cui anche le banche, che approfittando del vuoto legislativo e instituzionale iniziarono a muoversi in un mercato che era diventato globale, astratto e indefinito, dando vita a un circolo vizioso di finanza volatile basata sul debito.
Avveniva che le imprese immobiliari iniziavano una promozione di case nuove senza avere un soldo, chiedevano un prestito alle banche che puntualmente lo concedevano, dopo di che iniziavano a vendere le case, senza neanche aver posto un mattone, con questi soldi pagavano le banche e iniziavano a costriure. Per altro lato le persone chiedevano
prestiti alle banche, che puntualmente non lo negavano a nessuno anche favoriti dai bassi tassi varibili.
Questo meccanismo garantiva grandi guadagni in tempi brevi, però ipoteche e prestiti sono a lungo termine e con il tempo il meccanismo si è inceppato, e tutti, imprese, banche, e cittadini sono rimasti senza soldi.
Il capitalismo senza capitali ha mostrato il suo lato più oscuro, sono finiti i tempi degli obbiettivi a breve termine, i
guadagni facili e le imprese hanno iniziato a chiudere, così le banche, le assicurazioni, e via via il virus si è diffuso all’economia reale.
Lasciando miglioni di disoccupati.
Però c’è un altro attore che muore finendo sotto le ceneri, è il capitalismo stesso, o meglio il capitalismo come eravamo abituati identificare fino ad adesso, con la semplificazione, capitalistmo-proletariato.
Il capitalismo già non esiste più, è morto, come è morto lo stato-nazione e i parlamenti, svuotati di senso e importanza, e il
potere transita nelle mani di piccole élite che impongono le propie politiche; è il capitalismo feudale, o meglio, il fedualismo
impresariale como lo definisce Cesar Castillo, dove il potere non è esercitato dalle grandi famiglie nobili, ma dai grandi azionisti delle più importanti imprese.
Il filosofo Umberto Galambini ci spiega come la relazione capitale-operaio si sia ormai trasformata a favore di un capitalismo
che si oppone a tutta la popolazione, un capitalismo che si astrae dalla società diventando capitalismo finanziario che si eleva al di sopra della società imponendo le sue regole.
Donne e uomini identificabili in differenti strati sociali, ognuno portatore di differenti interessi, che precedentemente vivevano in posizioni di conflitto, sono stati forzatamente raggrupati in una unica classe sociale accomunati unicamente da uno stato d’animo: il vivere in precarieta. Oggi imprenditori, impresari, operai, tutti vivono con una senzazione di incertezza verso il domani, con la senzazione che la propia vita dipenda da scelte di altri senza nome e volto, accomuna attori fino a ieri antagonisti.
Il mercato non è stato in grado di limitarsi e autoregolarsi, la famosa mano invisibile e diventata sempre più debolie flebile, fino a scomparire senza creare il meccanismo di bilanciamento indispensabili per ogni sistema, sia esso sociale o economico, i governi non hanno voluto o potuto porre delle regole, e oggi, la società, le donne e gli
uomini stanno pagando il prezzo più alto.
Attori che soffrono sulla loro pelle, quotidianamente una crisi che non è arrivata di colpo, estistevano degli indicatori chiari e precisi su quello che stava avvenendo, però era necessario saper leggere, o forse voler leggere.
E cosi, all’improvviso il nemico di ieri è tornato ad essere il miglior amico, tutti a chimare, invocare lo stato che è nuovamente alto, biondo e bello.
Con bilanci statali peggiorati e più tasse per il futuro.
Cosi la storia da un altro giro, a un ciclo che si chiude se ne apre subito un altro, è questo il motore della storia e ponendosi
nuovamente altre lenti possiamo dire che un mondo è finito. Però una fine porta con se sempre un principio, bisogna vedere nelle difficoltà le opportunità che si presentano, l’opportunità di creare un nuovo mondo che nasca da quello che Pier Paol Pasolini chiamava la dittatura del consumismo, un mondo che segua una logica più armoniosa, più ecologista, che viva di necessità vere e non false, o create dalle imprese.
Un mondo dove le persone cooperano fra di loro invece di competere.
Le persone devono ritornare al posto che meritano, decidendo sul propio futuro, dove i governi pongono le condizioni per poter utilizzare i nuovi saperi e le nuove tecnologie, che stanno lì a nostra disposizione e che ci possono permettere di vivere meglio e più a lungo, permettendoci di dare più spazio alle nostre illusioni.
Dobbiamo ripensare interamente il nostro modello di svilluppo, raggiungendo un accordo sul senso delle cose, a cosa servono e a cosa no.
Dobbiamo essere d’accordo su cosa è una automobile e a cosa serve, se può raggiungere velocità da formula 1 o avere dimensioni più adatte a un carro armato, o se ne necessitiamo per muoverci in città, con piccole dimensioni e poco inquinanti. O se lo necessitiamo veramente?
Abbiamo il diritto e il dovere di impegnarci per ottenere nuove istituzioni che ci permettano di partecipare di più, che si creino nuovi modelli instituzionali più adatti alle nuove realtà globali.
Abbiamo bisogno di parlare del futuro, di quale visione abbiamo, e iniziare a lavorare per un nuovo mondo.
Può sembrare assurdo, però possiamo guardare al futuro con speranza, un futuro che dipenda da noi, dobbiamo solo che iniziare.

Roberto Vanni
Sociologo

In colaborazione con Cesar Castillo,
Professore di Finanza alla “EAE, Escuela de Administración de Empresa” Buisness School (Barcelona)

La Shell paga 15,5 milioni di dollari per la morte di Ken Saro-Wiwa ed evitare il processo.

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Torna a casa il britannico Matthew Maguire
martedì 9 giugno 2009
Le anticipazioni della scorsa settimana, sul processo alla Shell che si apriva a New York, si sono rivelate esatte. La Compagnia petrolifera dice di non aver fatto nulla di male nel Delta del Niger. Ma intanto accetta di pagare 15,5 milioni di dollari come “gesto umanitario” perché non si celebri il processo.
Matthew Maguire libero entro 24 ore. “Nessuno deve pensare che lo usiamo come scudo” dice il Mend.
Alla fine come dice Enzo Mangini su Carta “L’hanno spuntata gli avvocati della multinazionale anglo-olandese Shell: 15,5 milioni di dollari da versare ai familiari di Ken Saro-Wiwa e degli altri sette attivisti Ogoni impiccati dal regime nigeriano di Sani Abacha nel 1995 per aver denunciato la corruzione e i danni ambientali causati dalle trivellazioni della Shell nella regione del Delta del Niger. La Shell avrebbe dovuto risponderne davanti a una corte federale statunitense, ma dopo settimane di trattative, la multinazionale ha accettato di pagare per evitare la pubblicità negativa che sarebbe derivata dal processo. Oggi l’annuncio dell’accordo che comprende una clausola di «non liability», cioè di non luogo a procedere per le presunte responsabilità della multinazionale. In questo modo, e per una cifra molto bassa soprattutto considerando il bilancio della Shell, è stato disinnescato un processo storico: sarebbe stata la prima che una multinazionale avrebbe dovuto rispondere per violazioni dei diritti umani.” In un intervista rilasciata alla CNN Ken Saro-Wiwa Jr., il figlio dello scrittore-poeta nigeriano non-violento giustiziato dal regime militare nigeriano, ha dichiarato che questo accordo consente ai familiari delle vittime di chiudere con il passato.

1912- RELAZIONE DELL’ISPETTORATO PER L’IMMIGRAZIONE DEL CONGRESSO AMERICANO SUGLI IMMIGRATI ITALIANI NEGLI STATI UNITI.

RELAZIONE DELL’OTTOBRE 1912 DELL’ISPETTORATO PER L’IMMIGRAZIONE DEL CONGRESSO AMERICANO SUGLI IMMIGRATI ITALIANI NEGLI STATI UNITI.

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
[…]
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si
adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i
documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”

Violenta Repressione delle forze armate nell’Amazzonia Peruviana

Venerdì 05 Giugno 2009 18:04 A Sud

Tra i dieci e i venti i morti causati dalla dura repressione del levantamiento (sollevamento) indigeno nell’Amazzonia del Perù. Le autorità indigene e le organizzazioni sociali chiedono che si intraprenda un giudizio internazionale contro il governo di Alan García Pérez per la criminalizzazione dei movimenti sociali e le reiterate violazioni di diritti umani.
Il governo aprista di Alan García Pérez ha dato il via ad una brutale repressione nell’Amazzonia Peruviana, scattata all’alba di oggi. Le informazioni sono confuse, non ci sono cifre ufficiali, ma le fonti parlano di un numero di morti che varia tra dieci e venti.
E’ il tragico saldo degli scontri tra la DINOES – Direzione Nazionale di Operazioni Speciali, e gli indigeni di Bagua durante l’operazione iniziata alle 5.30 di questa mattina. L’ospedale di Bagua ha chiuso le porte perchè non può più ricevere feriti, gli infermieri e i medici della zona si stanno occupando di prestare i primi soccorsi ai feriti sprovvisti di assicurazione medica.

Il presidente del Comitato di Lotta Provinciale di Condorcanqui, Santiago Manuig Valera, è deceduto dopo essere stato ferito con armi da fuoco. Anche sette agenti di polizia hanno perso la vita nella zona.

Da due mesi le popolazioni indigene del Perù portano avanti una mobilitazione pacifica per chiedere l’abrogazione dei decreti legge emanati dal governo in violazione dei diritti umani e a favore della distruzione di ampie zone di foresta amazzonica. La legge sull’acqua, la legge forestale e altri provvedimenti che legittimano la repressione e la persecuzione di qualunque forma di protesta sociale sono al centro delle proteste, assieme alla contrarietà della popolazione alla sigla del TLC con gli Stati Uniti.

Secondo i portavoce dei movimenti indigeni del Perù “È la risposta del regime a 56 giorni di lotta pacifica indigena e di cosiddetti dialoghi e negoziazioni con il governo che finiscono come sempre con il rumore delle pallottole e la brutalità, le stesse di più di 500 anni di oppressione”.

“Oggi più che mai è urgente – si legge nel comunicato della CAOI, Coordinamento Andino di Organizzazioni Indigene – compiere quanto emerso dal IV Vertice Continentale dei Popoli  e Nazionalità Indigene dell’Abya Yala, tenutasi dal 27 al 31 maggio nella città di Puno, in Perù, cioè esprimere solidarietà ai popoli amazzonici peruviani, realizzando sit-in e proteste davanti alle ambasciate del Perù in tutti i paesi fino a che non si detenga l’uso della forza e non sia definitivamente fermato il bagno di sangue in Perù.”

La repressione è arrivata dopo che il Congresso della Repubblica, con un atto palesemente provocatorio, secondo quanto emerge dal comunicato, ha deciso di posticipare nuovamente il dibattito relativo alla deroga dei decreti legislativi preparatori per la firma del TLC con gli Usa, decreti che facilitano la penetrazione delle imprese nei territori amazzonici e indigeni. La notizia dello spostamento del dibattito è arrivata proprio mentre numerose unità di forze armate raggiungevano i territori amazzonici di Bague.

Le organizzazioni indigene invitano la società civile di tutti i paesi a spedire lettere e denunce al governo peruviano, al Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Popoli Indigeni, ai Premi Nóbel per la Pace, alle organizzazioni internazionali come Amnesty e Survival, alla Commissione Interamericana per i Diritti umani, all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Accordo 169), affinché mandino immediatamente missioni di monitoraggio in Perù, pronunciandosi per fermare la repressione e garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni.

Anche le Nazioni Unite sono chiamate a verificare la situazione nelle regioni coinvolte dalla repressione e a mettere in atto misure volte a garantire, tra gli altri, il diritto alla vita e alla protesta sociale.

Oggi pomeriggio alle 17 a Lima, praticamente tutte le organizzazioni del movimento sociale peruviano, articolate nel Fronte Comunitario per la Vita e la Sovranità, si sono date appuntamento per una mobilitazione in solidarietà con le lotte dei popoli amazzonici e per denunciare la condotta criminale del governo. La manifestazione partirà da Piazza di Francia.

Amazzonia, che macello!

dalla rete NoInc (Rete Nazionale dei Comitati Rifiuti Zero)

Amazzonia, che macello!

Guarda il video:  http://t.contactlab.it/c/2000836/115/599339/399

Cari cyberattivisti,

Lunedì scorso abbiamo pubblicato l´inchiesta scandalo “Amazzonia, che macello!”. Dopo tre anni di indagine sotto copertura, abbiamo scoperto che le scarpe Geox, Adidas, Timberland e Clarks, i divani di pelle Chateaux d´Ax e Ikea, le scatolette di carne Simmenthal e Montana possono avere un´impronta devastante sull´ultimo polmone del mondo.

La foresta amazzonica, infatti, viene distrutta per far spazio agli allevamenti illegali di bovini. E la carne e la pelle che ne derivano contaminano le filiere internazionali dell´alimentare, dell´arredamento, della moda e delle scarpe.

Distruggere l´Amazzonia vuol dire soffocare il clima del Pianeta e il nostro futuro. È il tempo del coraggio e della responsabilità per i governi e per le aziende che stanno dietro ai marchi globali, se vogliamo vincere la sfida del cambiamento climatico.

Per salvare il clima, noi dobbiamo salvare l´Amazzonia. E ogni passo conta.Facciamo il primo passo: chiediamo insieme alle aziende di interrompere immediatamente l´utilizzo di pelle che viene dalla distruzione della foresta amazzonica. Se non volete correre il rischio di calpestare l´Amazzonia con le vostre scarpe, scrivete anche voi a Geox, Nike, Timberland, Adidas, Reebok e Clark´s

http://t.contactlab.it/c/2000836/115/599339/399

Grazie mille e a presto!
Chiara Campione
Responsabile campagna Foreste

Comunicato Stampa

«ACEA: DISASTROSA NELLA GESTIONE DEL SERVIZIO IDRICO, MA PER COSTINI, EMILI, BONCOMPAGNI e CICOLANI E’ LA BENVENUTA»

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E’ veramente patetico vedere sui muri di Rieti i manifesti delle associazioni di estrema destra vicine a Costini inneggiare a mutui sociali, contro finanza e banche “traditrici” e poi osservare lo stesso candidato alla Provincia pavoneggiarsi, insieme al “Senatore salva-manager” Cicolani, al fianco degli amministratori di multinazionali come ACEA SpA che speculano sulla povera gente con operazioni bancarie e finanziarie. Allora abbiamo pensato che sarebbe stato gradito dalla “pura e dura” Destra sociale reatina conoscere chi è realmente ACEA.

E’ una società per azioni quotata in borsa che persegue, ormai da più di 10 anni e spesso nell’illegittimità più completa, la finanziarizzazione dei servizi pubblici locali, la sottrazione dell’acqua e dei beni comuni a scopo di business, la considerazione della salvaguardia ambientale e del diritto alla salute come variabili dipendenti dei profitti, l’espropriazione di democrazia e di controllo sociale.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dagli aumenti costanti delle tariffe al peggioramento della qualità dei servizi, dalla riduzione dell’occupazione alla precarizzazione e al peggioramento delle condizioni di lavoro, dall’aumento dei consumi alla mancanza di trasparenza e di comunicazione.

Non è un caso che in ogni territorio gestito da ACEA sono nate lotte contro la privatizzazione dell’acqua. Dal Lazio alla Toscana, dalla Campania all’Umbria, decine di comitati promuovono campagne contro ACEA e accanto alle esperienze di lotta per l’acqua si affiancano costantemente quelle contro il servizio energia e contro gli inceneritori di rifiuti, business su cui gli stessi azionisti di ACEA stanno puntando sempre più.

Tanto per essere ancora più precisi, quando parliamo di illegittimità ci riferiamo ad esempio allo sfruttamento (400 milioni di euro) delle sorgenti Peschiera-Le Capore, senza concessione da 13 anni e senza alcun principio di salvaguardia della risorsa che per un 40% si perde da acquedotti colabrodo, mentre la Regione Lazio e la Provincia di Rieti restano a guardare le promesse elettorali del Sindaco Alemanno; oppure ci riferiamo alla concessione per 30 anni del servizio idrico ATO2 (Provincia di Roma) che, unica in Europa, è avvenuta con affidamento diretto senza gara pubblica ad una SpA quotata in borsa (Povere piccole e medie imprese costrette invece a ribassi spaventosi!).

Forse però non ci dovremmo stupire troppo di tanto spregio per la democrazia visto che SOGEA SpA (leggasi ACEA) così come ASM Rieti SpA sono già affidatarie, anche loro illegittime, per la gestione dell’acqua e dei rifiuti a Rieti.

Un piccolo quesito dunque per concludere: se un piccolo esercizio commerciale di Frosinone, di Firenze o in Honduras ha subito aumenti in bolletta del 300% da parte di ACEA, quanto pagherà l’acqua la futura Amministrazione provinciale di Rieti per il PalaACEA?

Rieti: “La tua ACEA ti ha già tradito… e non ti scalderà!”

Associazione PosTribù onlus

>>leggi l’articolo sul Giornale di Rieti

“Gli Invisibili” Festa in sostegno dei rifugiati Eritrei e Somali

la festa è stata rimandata -causa maltempo- a data da destinarsi... vi faremo sapere presto!
"gli Invisibili"
Causa maltempo siamo costretti a rinviare la Festa in oggetto.
Ci auguriamo di rivederci al più presto per aiutare i nostri amici Eritrei e Somali e festeggiare con loro.
A presto il nuovo appuntamento.
Postribu’
ore 9,30 –  Torneo di Calcetto “anti-sismico e anti-ronde”
ore 12,30 –  Pranzo “scaccia crisi e scaccia razzisti”
Presso il Casale “Invisibile” di Antonio Ferraro (Coordinatore di Cittadinanzattiva), sotto lo svincolo del cavalcavia di via Tancia
(€ 10 + sottoscrizione a sostegno dei rifugiati)
Per prenotazioni e sottoscrizioni potete rispondere a questa mail o contattarci ai numeri: 3474807602 (Pablo) e 3935969317 (Antonio)
COMUNICATO STAMPA
CITTADINANZATTIVA-AMNESTY INTERNATIONAL-POSTRIBU’

2 GIUGNO 2009 – FESTA IN SOSTEGNO DEI RIFUGIATI ERITREI E SOMALI

Un torneo di calcetto “Anti-ronde” ed un pranzo “Scaccia crisi e scaccia razzisti”. Così Cittadinanzattiva, Amnesty International e Postribù Onlus hanno deciso di festeggiare il 2 giugno organizzando una “Festa in sostegno dei rifugiati eritrei e somali” insieme alla cittadinanza ed ai rifugiati che da tempo vivono sul nostro territorio che si sono costituiti in Comitato.

Mentre tutti si preparano ad accaparrarsi gli ultimi voti utili ci sono molti cittadini che hanno bisogno di casa, lavoro e cibo. Tutti diritti che dovrebbe garantire la Repubblica Italiana fondata proprio il 2 giugno 1946.

Tra questi cittadini ce ne sono alcuni originari di paesi vittime di accordi economici e militari con l’Europa che stanno distruggendo ogni possibilità di autosussistenza e autodeterminazione dei popoli.

Lo Stato Italiano, oltre ad aumentare ogni hanno la spesa per i sistemi d’attacco militare (13 miliardi di euro per acquistare 130 F35), è complice della dittatura in Eritrea, oltre che delle guerre civili in Somalia, Congo e Nigeria dove l’Eni sta continuando a distruggere il Delta del Niger.

Denaro ed investimenti che potrebbero andare alla ricostruzione democratica delle zone terremotate, ad energie sostenibili, diffuse e più democratiche di quelle fossili, ad una degna accoglienza dei migranti e ad un alloggio per tutti i senza casa.

In questi giorni, con una trentina di persone quasi tutte eritree, abbiamo creato relazioni umane che hanno dato loro una speranza di potersi costruire un futuro in provincia di Rieti. Ora stanno lentamente imparando la lingua italiana seguendo un corso organizzato dall’Arci e molti di loro cominciano a trovare i primi lavori.

Alcune persone hanno ridato vita alla terra incolta del Casale dove andremo a pranzare con cucina tipica Eritrea e con i primi raccolti (biologici) dell’orto “invisibile”; invisibile come loro, perchè quello che hanno non è sufficiente e tutto ciò che chiedono e di cui hanno bisogno è ancora invisibile ai nostri occhi.

Vi aspettiamo, scriveteci a:

post.tribu@gmail.com

Casale invisibile

Fuga in Umbria, alla scoperta del turismo sostenibile: il racconto (prima parte)

Pubblicato da Francesca Airaghi, Blogosfere staff alle 17

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Due giorni nel cuore dell’Umbria, per conoscere Passepartout, una piccola rete locale di turismo responsabile. Un sistema di accoglienza turistica che mette al centro del viaggio, prima e sopra a tutto, la persona e le sue esigenze. Un impegno che parte proprio dal nome Passepartout, chiaro riferimento al maggiordomo che segue e accompagna il protagonista ne “Il Giro del mondo in 80 giorni”.

Nei giorni scorsi, ho avuto il piacere di partecipare al primo educational tour della rete Passepartout. Ecco il racconto.

Viaggio – Per me ogni partenza inizia sempre con il caos. Ci sono due giorni di assenza da programmare in redazione, la valigia da fare, le interviste da studiare, i biglietti del treno da stampare. Poi la corsa in stazione, in perenne ritardo. Finalmente si parte. Dal cocente sole di Milano si attraversa la pianura fino a Firenze. Due ore di percorrenza sul nuovissimo FrecciaRossa. Arrivati in terra di rinascimento, il tempo per un caffè, uno scorcio di Santa Maria Novella da una vetrata e si cambia. Regionale fino ad Assisi. In stazione mi aspetta un pulmino, con un autista attratto dalla nuvole che mi accompagna all’Ostello “La tana libera tutti!”.

L’ostello – Nel cuore dell’antico paesino di Cannara, a soli 13 km da Assisi ( ma vicinissimo anche a Perugia, Spoleto, Foligno), si trova  l’Ostello “La tana libera tutti!”, un antico convento delle Clarisse di S. Sebastiano molto ospitale. Le camere sono semplici e pulite. Il personale disponibile e attento alle esigenze di ogni visitatore.

I borghi – Giusto il tempo di sistemare la valigia ed entro nel vivo del programma. Inizia un piccolo tour di visita al borghetto di Collemancio e al sito archeologico di Hurvinum Hortense, le rovine dell’antico municipio romano, da cui si domina gran parte della valle del Tevere. Poi una sosta con aperitivo a Bevagna, luogo in cui ogni anno si tiene il mercato delle Gaite. Una rievocazione storica in cui le antiche botteghe dei mestieri medievali riaprono e le vie si riempiono di bevanati che in abiti d’epoca vivono la quotidianità dei loro antenati. A guidarci nella visita è Chiara, guida assisiate, appassionata di archeologia.

La cena – (A)tipica, presso il ristorante “In bocca al lupo”. Nel cortile esterno, a lume di candela ci vengono serviti gustosissimi piatti tutti incentrati su materie prime di qualità. Verdure, pane fresco fatto in casa (delizioso quello alle noci senza glutine), tartufi, carni, sono solo alcune delle specialità proposte dallo chef Sergio Tomassini. Ad accompagnare la degustazione i produttori del luogo: Roberto Di Filippo e i suoi vini e Alberto Giglietti con il suo olio biologico.

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Secondo giorno nel cuore dell’Umbria , alla scoperta di Passepartout, una piccola rete locale di turismo responsabile.

Sleep and food – Dopo una notte tranquilla e silenziosa all‘Ostello “La tana libera tutti!”,(chi dice che gli ostelli sono scomodi, sbaglia di grosso) inizio una nuova giornata. Una passeggiata nel borgo di Cannara, l’acquisto del quotidiano e quattro chiacchiere con i miei compagni di viaggio. Poi colazione all’italiana preparata con i prodotti del commercio Equo e Solidale. E si parte, alla volta di Villa Fidelia.

Villa Fidelia – Affacciata lungo le pendici del Subasio tra Assisi e Spello, circondata da un verdissimo parco di circa 6 ettari, la villa è stata edificata tra il 1805 e il 1830 sulle fondamenta di un santuario romano. Qui, ci spiega Massimiliano guidandoci alla scoperta del parco e della residenza d’epoca, è possibile organizzare una molteplicità di eventi (in e outdoor): ricevimenti, banchetti, matrimoni, concerti, rappresentazioni teatrali ed esposizioni temporanee (qui tutte le informazioni).

La conferenza – Finita la visita, Sonia e Massimiliano ci conducono alla scoperta delle opportunità del Sistema Passepartout che offre cinque chiavi di accesso per vivere e conoscere la meravigliosa Umbria: dormire, mangiare, passeggiare, conoscere e assistere ad eventi.

How to – Per informazioni sulla rete Passepartout:cliccate qui o inviate una email a info@passepartout-abn.it
http://www.passepartout-abn.it/

vai all’articolo originale (parte 1), guarda le foto del viaggio

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Ancora dall’inferno delle tendopoli

ANCORA DALL’INFERNO DELLE TENDOPOLI

Freddo di notte, caldo di giorno, un caldo sfibrante, soprattutto per i 120 sfollati di Colle Sassa, rimasti senza acqua, senza poter bere e lavarsi per 2 giorni, fino a quando non hanno protestato e minacciato querele.
Freddo di notte, caldo di giorno. Nelle cuccette e nelle tende alla mattina non si può più stare:
manca l’aria e il termometro sale ad oltre 30°. Il microclima, il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e i tardivi controlli sugli alimenti e la gestione della cucina nei campi favoriscono la diffusione di malattie infettive e parassitarie. 50 casi di gastroenterite nel solo campo di piazza d’armi in un solo giorno e i malati vengono tenuti in isolamento
nelle tende.
Un caso accertato di tubercolosi nel campo di Pizzoli, ma le prime notizie apparse su televideo parlavano di 5 malati di tubercolosi all’Aquila. Di una cosa sicuramente siamo tutti malati, la disinformazione.
La protezione civile promette condizionatori e doppi teli per proteggersi dal sole, ma intanto si aspettano ancora lavabi in prossimità dei cessi chimici e i medici asseriscono che: “per prendere una diarrea basta aprire la porta del bagno chimico e poi non lavarsi le mani”.
Sapete cosa ha risposto la protezione civile ad uno sfollato disoccupato che chiedeva teli frangisole e frigoriferi per il campo? “Vedi di farteli regalare da qualcuno, noi non ne abbiamo!”
Fa caldo, troppo caldo nelle tende, i bambini, gli anziani, i malati costretti all’isolamento non riusciranno a superare l’estate e l’ospedale da campo non è in grado di fronteggiare l’emergenza. Nonostante i climatizzatori, nelle tende dell’ospedale la temperatura supera i 30° e i ricoverati, di cui una trentina di anziani allettati nelle tende di medicina interna, aspettano i rifornimenti di integratori salini contro il caldo.
Per andare al bagno, chi può alzarsi dal letto deve uscire dalla tenda per raggiungere i cessi chimici e durante il percorso rischia di inciampare in un’altra minaccia, le vipere. Ma non è tutto: dal 20 maggio, per una settimana, sono sospesi gli esami per i pazienti ambulatoriali e ricoverati per liberare le aree dove verrà montato l’ospedale da campo del G8.
Questo maledetto G8, che già da ora rende ancora piùinvivibile, con la sua invadenza militare e finanziaria le condizioni degli sfollati aquilani. Un G8 che sottrae e sottrarrà alla rinascita della città risorse urbanistiche ed economiche preziose.
L’ennesima beffa e provocazione a danno dei terremotati abruzzesi.

Un G8 per il quale verranno sperperati 90 milioni di euro di denaro pubblico per stendere un tappeto rosso sotto i piedi degli 8 potenti della terra (sotto i piedi dei terremotati abruzzesi solo scosse e vipere), un G8 per il quale il governo si sta adoperando in tutta fretta per mettere in sicurezza da eventuali contestazioni gli 8 potenti della terra, nella roccaforte blindata e antisismica della caserma ”Vincenzo Giudice” (che potrebbe ospitare già da adesso 25.000 sfollati, o in alternativa la sede dell’universitàdell’Aquila), un G8 per il quale verranno sottratti agli sfollati altri 900mila euro per l’adeguamento dell’aeroporto di Preturo alle esigenze di mobilità e sicurezza degli 8 potenti della terra (alle proprie esigenze di sicurezza e di mobilità gli sfollati devono pensare da soli, senza intralciare le forze del disordine a difesa del G8 e della più alta concentrazione in Italia di depositi bancari, quale era l’Aquila sicuramente già prima del sisma del 6 aprile), un G8 per il quale già da ora il diritto alla mobilità, alla salute, al lavoro, alla casa, alla sicurezza dei
terremotati abruzzesi passa in secondo piano rispetto ai privilegi e all’arroganza dei potenti e dei governi.

Dal 6 aprile non abbiamo più diritto all’autogoverno, non abbiamo più diritti. I malati vengono spediti fuori dall’Abruzzo per essere curati e il personale medico, cosìcome anche quello dell’università, se può abbandona il
territorio. Qui non c’è più lavoro per gli aquilani, qui non c’è più neanche l’assistenza sanitaria minima, garantita prima del terremoto.
Gli operai comunali sono a braccia conserte e la breccia delle cave abruzzesi per i campi e per il G8 viene prelevata da ditte provenienti da Milano o Torino perché, dicono, le cave non sono sicure, come se le ditte di Milano o Torino conoscessero il territorio abruzzese meglio di chi ci vive da sempre.
La disoccupazione nel territorio aquilano, già molto elevata prima del terremoto, ora ha raggiunto livelli insopportabili per un tessuto sociale così profondamente diviso e sparpagliato tra un presente di tendopoli e alberghi-ghetto e un futuro di new town.

L’Aquila nacque dall’unione di 99 villaggi, che strinsero un patto per fuggire alle vessazioni dei baroni feudali e garantire a tutti stessi diritti civici e uso delle proprietà collettive, come boschi e pascoli. Ora questi campi, le future new town, riporteranno indietro l’orologio di questa città di almeno 8 secoli.
Fa caldo, troppo caldo nelle tendopoli e si muore di noia. Chi prima aveva un lavoro, seppur precario, ora non lo ha più e migliaia di famiglie non hanno più neanche un reddito su cui contare.
Né il governo centrale, né le amministrazioni locali si sono concretamente impegnati a far ripartire l’economia del territorio, privilegiando evidentemente speculazioni di interesse politico ed economico a discapito del tessuto umano.
I prodotti locali dell’agricoltura e dell’allevamento, inutilmente offerti alla protezione civile per il consumo nei campi, rimangono invenduti e devono essere distrutti. Sono le grosse catene di distribuzione e non i piccoli produttori indigeni a guadagnare dall’emergenza.
Nelle tendopoli gli sfollati non hanno certo diritto di scelta e, mentre nelle stalle abruzzesi i vitelli invecchiano e il latte deve essere gettato, nei campi la minestra è sempre quella del cibo in scatola o surgelato, di dubbia provenienza e inesistente genuinità, probabile concausa della recente epidemia di dissenteria.

I lavoratori aquilani sono costretti ad emigrare per trovare un lavoro, anche perché di fatto, gli enti locali sono stati commissariati. La popolazione, con il decreto 39 e relative ordinanze viene espropriata di ogni potere decisionale in merito al proprio destino, sia per quanto riguarda la fase dell’emergenza (impossibilità di autogestione nei campi della protezione civile e blocco degli aiuti da parte della stessa nei confronti dei campi autogestiti) sia per quanto riguarda quella della ricostruzione, per la quale il suddetto decreto, invece di privilegiare i lavoratori del posto, promette una giungla di subappalti ad imprese a partecipazione mafiosa e massonica, provenienti da altre zone d’Italia.

Non siamo un popolo di accattoni, vogliamo solo quel che ci spetta: il lavoro e la terra per ricominciare a sognare, per ricostruire le nostre case, per vivere con dignità, come abbiamo sempre fatto.
Ma qui ci impediscono di lavorare e si prendono la terra e presto si prenderanno anche tutte le nostre macerie, la nostra storia, i nostri ricordi, le prove della loro colpevolezza oltre che della nostra vita.
Si prendono tutto il nostro tempo: il tempo che ci vuole per aprire e chiudere una tenda della protezione civile ogni volta che si entra e che si esce (stimato in media di 20′), il tempo che ci vuole (ore, giorni o addirittura mesi senza risultati tangibili) per cercare di avere notizie o documenti dall’infernale macchina del DICOMAC (DIrezione di COMAndo e Controllo, l’organo di Coordinamento Nazionale delle strutture di Protezione Civile nell’area colpita) e di quel che è rimasto degli sportelli comunali, il tempo che ci vuole per cercare di chiamare, a un numero verde sempre occupato, un autobus per potersi spostare (ore e a volte giorni), il tempo che ci vuole per gli sfollati nella costa per aspettare un autobus che non arriverà mai.

L’Aquila è ormai una città assediata dalla burocrazia e dalla militarizzazione, blindatissima per il G8 ed ermetica alle concrete esigenze degli aquilani. Senza notizie e informazioni gli sfollati sono costretti a file sfibranti solo per lasciare il documento al  maresciallo di turno ed uscire insoddisfatti e sfiniti, pronti per un’altra fila presso un altro com o un altro ufficio.
Fa caldo, troppo caldo nelle tende e nelle file laceranti fuori dai COM e fuori dalle mense, dalle docce, dalle tende con gli aiuti. Il tempo,
scandito dalle esigenze di profitto dall’emergenza e non da quelle della ricostruzione del tessuto sociale, la convivenza forzata, la perdita totale di ogni frammento di intimità e di identità collettiva nei luoghi e nei tempi controllati dal disordine della protezione civile ed associazioni da essa accreditate, l’ozio forzato cui sono costretti gli sfollati cominciano a prendere forma nelle risse, nelle violenze alle donne e nella guerra tra poveri.
E mentre i carabinieri e i media minimizzano, per evitare che questa rabbia gli si rivolga contro il generale Bertolaso chiede aiuto
all’arcivescovo e ai preti: “la gente nelle tendopoli comincia a rumoreggiare, tocca anche ai sacerdoti veicolare messaggi distensivi per evitare rivolte popolari”.
Naturalmente in una situazione così”surriscaldata” l’appello ai parroci potrebbe non essere sufficiente e così il controllo governativo dei campi profughi si capillarizza in chiave autoritaria, oltre che con la militarizzazione dei campi stessi, anche con la  gerarchizzazione delle persone ivi ospitate.
Nelle tendopoli le uniche assemblee popolari consentite e incoraggiante, quando non direttamente indette dal capo-campo della protezione civile, come èsuccesso a piazza d’armi, sono quelle per simulare la libera elezione dei responsabili civili per la sicurezza, ossia i kapò. Un kapò per ogni etnia per meglio controllare ogni comunità, praticamente scelto dal capo-campo in cambio di condizioni privilegiate nella tendopoli stessa. Altro che Stato di diritto e di democrazia! I campi sono blindati: vietato introdurvi volantini
e macchine fotografiche, vietato importare ed esportare informazione e democrazia.

Eppure a piazza d’armi c’è un presidio fisso della rai che non trasmette nulla di ciò che accade lì, ad eccezione delle passerelle degli sciacalli politico-istituzionali. Oltre quei c Ma noi dobbiamo resistere, abbiamo il diritto-dovere di resistere, di partecipare al nostro presente e di essere protagonisti del nostro futuro.
Vogliono fare il G8 all’Aquila? Noi abbiamo il diritto-dovere di guastargli la festa prima che la festa la facciano a noi.
D’altronde se per luglio ci saranno ancora macerie le pietre non mancheranno!

NO AI CAMPI-LAGER!
NO AGLI ALBERGHI-GHETTO!
NO AL G8!

Per una rete di soccorso popolare
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Raid contro il capodanno Bangla Botte, insulti e sprangate. E corteo

pigneto 028

Il Capodanno della comunità bengalese di Roma doveva cominciare sabato sera a Villa Gordiani, un parco nella periferia della Capitale. Quella di venerdì doveva essere l’ultima sera passata a montare stand e mettere a punto gli ultimi preparativi, come accade ogni anno.
Ma cinque bengalesi che si trovavano nel parco a far sì che la festa fosse organizzata nel modo migliore possibile sono stati aggrediti da una ventina di ragazzi tra i 20 e i 25 anni, armati di spranghe e bastoni di ferro.
Un raid razzista, un assalto squadrista contro cinque persone inermi. Ora la Digos indaga per capire chi ha tentato di cancellare l’integrazione in un quartiere che, già due anni fa, aveva conosciuto l’episodio xenofobo al Pigneto quando fu distrutto un negozio di immigrati.
Uno di loro, Kalu, 35 anni, stava dormendo nel furgone quando, racconta, è stato svegliato «da violenti colpi di bastone contro il furgone che hanno fracassato i vetri. C’erano queste voci che ci insultavano, che dicevano ‘ma che è questo capodanno bengalese? Bastardi, andate via. Ho avuto tanta paura».
Ad avere la peggio è stato Mohammed Munshi, 34 anni, ferito a calci e pugni e finito in ospedale.
Gli aggressori, secondo il racconto delle vittime, sarebbero giovani italiani tra i 20 e i 25 anni di età. «Avevamo chiesto al municipio se potevano organizzare la vigilanza, visto che c’era materiale in allestimento. Non ci hanno neppure risposto e abbiamo dovuto fare da noi», aggiungono i bengalesi.

VIA DA CENTOCELLE – Negli anni passati la festa si era svolta al Parco di Centocelle ma che per motivi di sicurezza, in questa edizione, è stata spostata al parco di Villa Gordiani, «decisione non nostra – spiega il presidente del VI Municipio Giammarco Palmieri (Pd) ma del Campidoglio».
Il portavoce della associazione bengalese Dhumchatu, Bachcu, ha ricordato che «erano quattro mesi che discutevano con l’amministrazione perchè temevamo problemi, ed ecco che i problemi ci sono stati.
L’amministrazione non voleva questa festa: a Centocelle ci ha sgomberato la forza pubblica, qui invece ci hanno provato a sgomberare con questo raid».
L’accordo per organizzare il Capodanno a Villa Gordiani era stato trovato nella mattinata di venerdì dopo che giovedì scorso il Dhuumcatu, insieme ad alcuni comitati di base, aveva occupato simbolicamente il Parco archeologico di Centocelle per chiedere al Comune di poterlo utilizzare per la festa. «Alla fine abbiamo convenuto che il parco non era a norma e abbiamo accettato di andare a Villa Gordiani – spiegano ancora – peraltro, ieri mattina, mentre alcuni ragazzi bengalesi portavano via il nostro materiale dal Parco di Centocelle, sono stati fermati e identificati dai vigili urbani che hanno cominciato a dire loro che erano clandestini, che ora ciò è un reato e poi l’hanno portati al commissariato.
Un atteggiamento assolutamente non condivisibile perché, oltre ad impaurire delle persone che non stavano facendo nulla di male, appariva come una vera e propria minaccia dal momento che il reato di clandestinità, in Italia, non è ancora stato introdotto».
La festa del capodanno Bangla era in programma da domenica 24 maggio a domenica 31 maggio nel parco di Villa Gordiani in via Prenestina 341. Tutti i giorni spettacoli di musica e danze tradizionali, stand di artigianato e bigiotteria indiana, tessuti e cucina sud-asiatica. Il programma completo è consultabile sul sito www.dhuumcatu.org.

fonte: Corriere della Sera

Asini e rifiuti

Anche gli asini l’hanno capito. Il porta a porta è meglio dell’inceneritore.

Asini per la raccolta dei rifiuti porta a porta. E’ quanto ha deciso di sperimentare il Comune di Santa Maria a Monte (Pisa) per ridurre i costi e mandare un messaggio ecologico. Lo scrive oggi l’edizione locale del quotidiano Il Tirreno. Il progetto sarà presentato il prossimo 31 maggio e prevede l’utilizzo di 7 asini femmine, perchè più mansuete dei maschi, di razza amiantina che già si trovano al club ippico del paese.

A Santa Maria a Monte la raccolta differenziata funziona (la quota raggiunta è del 40%) e questo anche grazie al porta a porta che per adesso e’ effettuato con i mezzi tradizionali, i quali incontrano però difficoltà oggettive nel muoversi tra le strade strette del centro storico. ”Con gli asini il problema sarà risolto – ha spiegato il sindaco David Turini – e sarà ottenuto anche un abbattimento dei costi”. Il progetto è stato ispirato da una iniziativa analoga promossa a Castelbuono (Palermo) dove il sindaco di Santa Maria Monte si è recato per avere spunti e suggerimenti.

[Fonte Ansa]

Amnesty, centinaia di civili morti in offensiva nel Delta del Niger

Delta del Niger: La guerra si estende agli Stati di Ondo, Edo e Bayelsa.

giovedì 21 maggio 2009 → 23:28

Continuano gli attacchi della JTF contro i “militanti” nel delta del Niger. Amnesty International denuncia, centinaia i civili morti nell’offensiva. Più di 20.000 gli sfollati. Appello per il rispetto dei diritti umani.
Continuano purtroppo ad arrivare conferme di quanto avevamo scritto nei giorni scorsi, mentre i media di tutto il mondo salvo rare eccezioni tacevano.

Amnesty International con un lungo comunicato rilasciato a Londra ha detto oggi di aver ricevuto notizie che centinaia di persone, per la maggior parte civili, sono morte nell’offensiva militare nel Delta del Niger. Nel comunicato si esortano i gruppi militanti e le forze armate del paese a dar prova di moderazione nel delta del Niger per evitare di causare sofferenza alla popolazione civile. “Amnesty International chiede alla JTF (Joint Task Force) e ai gruppi armati di usare la forza in un modo che non si traduca in abusi dei diritti umani, l’attacco non deve essere un trasferimento forzato della popolazione civile e si deve garantire il libero accesso a chi ha bisogno di cure mediche”.

La scorsa settimana, la Nigeria ha lanciato la sua più grande campagna militare degli ultimi anni nel delta, bombardando dal cielo e dal mare i campi dei militanti vicino alla città di Warri, prima di inviare centinaia di soldati per tentare di eliminare i militanti dalle comunità locali.
Amnesty ha spiegato che il bilancio più alto delle vittime si è registrato venerdì scorso, quando la taskforce militare (JTF) nel delta ha usato gli elicotteri per attaccare le comunità del regno di  Gbaramatu intorno al campo dei militanti vicino a Warri .
“Secondo le notizie ricevute da Amnesty International, centinaia di civili raccolti per un Festival, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e feriti negli scontri tra la JTF e i gruppi armati”.
L’esercito nigeriano ha ripetutamente negato di avere fatto delle vittime tra i civili. Ma il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, ha denunciato “l’uso sconsiderato e irresponsabile dell’arsenale aereo contro donne, bambini, anziani indifesi e persone troppo malate per fuggire”. Il ministro del Petrolio Odein Ajumogobia ha detto ieri ai giornalisti che il governo sta facendo il possibile per minimizzare la perdita di vite.
Amnesty parla di numerose abitazioni che sono state incendiate e distrutte dai militari. “Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie comunità – dice ancora l’organizzazione – Rimangono nascoste nella foresta senza accesso all’assistenza medica e al cibo”. La gente non usa più i battelli, che rappresentavano i loro mezzi principali di trasporto, per paura di essere presi di mira dai militari. Amnesty stima che 20.000 persone siano rimaste intrappolate dall’offensiva militare.

Il comunicato di Amnesty è sostanzialmente confermato dalla BBC che è riuscita a inviare un giornalista a Warri. Andrew Walzer in un articolo, dall’eloquente titolo “Migliaia in fuga dal massacro del Niger Delta“,  da Warri riporta le testimonianze di numerosi abitanti delle comunità colpite che parlano di molti morti e feriti tra la popolazione civile. Secondo Walzer migliaia di profughi sono sparsi nelle foreste e nelle paludi di tutta la zona. Anche alla BBC i militari della JTF hanno confermato che l’attacco continuerà: “fino a quando non avremo catturato Tompolo (Government Ekpemukpolo) che è ora in fuga e i 13 militari scomparsi durante l’attacco”. Intanto i maggiori rappresentanti della nazione Ijaw continuano a lanciare appelli al Presidente chiedendo a gran voce di fermare l’attacco dei militari e chiedendo anche le dimissioni del Vice – Presidente Jonathan Goodluck, un esponente della comunità Ijaw , che non ha rilasciato alcuna dichiarazione per fermare l’attacco dell’esercito e questo secondo i leader degli Ijaw “dopo 6 giorni di aggressione al nostro popolo da parte dell’esercito di quella Nigeria che ci dovrebbe proteggere” è inaccettabile. È impossibile verificare ciò che sta accadendo nella zona, anche per i corrispondenti dei giornali locali, i militari hanno bloccato le vie navigabili e tutte le imbarcazioni –la via d’acqua è l’unica strada che porta da Warri al regno di Gbaramatu dove si trovano Oporoza e le altre comunità colpite. Cynthia Whyte, portavoce del JRC (Join Revolucionary Council), che comprende il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), la Martyrs Brigade e il Reformed Niger Delta Peoples Volunteer Force (RNDPVF) (RNDPVF, ha detto in un’intervista che gli eventi delle ultime settimane sono serviti a dimostrare che la Nigeria è un paese governato da leader malati e folli, che non hanno alcuna considerazione per la popolazione civile. Il JRC tramite il suo portavoce ha anche fatto sapere che l’ Esercito pagherà caro per la distruzione che ha portato nel Delta State. Diversi senatori hanno richiesto al Parlamento Nigeriano di aprire un’inchiesta su quanto sta accadendo nel Delta State e sul comportamento della JTF. Ci vorranno due settimane per avere un rapporto ha dichiarato il presidente del Senato nigeriano. Intanto nel Delta continuano gli attacchi e la popolazione continua a soffrire e a morire per quel petrolio che invece di ricchezza da cinquant’anni porta solo morte, povertà e distruzione.