Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo

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È passato più di un anno dall’inizio della crisi che colpì il settore della costruzione succesivamente accompagnata dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti d’America, che presto si trasmise ad altri settori ed ad altre nazioni; la mancazza di denaro liquido si trasformava in un virus mortale che si trasmetteva da un malato ad un altro, di settore in settore, lasciando una importante lista di fallimenti impresariali e un gran numero di disoccupati.

Così l’anno 2008 entrava nella storia per la maggiore crisi finanziaria dopo quella del 1929.
Nella vita si possono vedere e analizzare gli stessi fatti con prospettive differenti, dipende dalle lenti che portiamo, come ci
mostrò Kant, cosi possiamo guardare i fatti in altro modo e vedere nel inizio la fine. La fine di un mondo.

Sono passati ormai anni dalla fine della guerra fredda, il capitalismo vinceva l’impero sovientico e imponeva la sua filosofia, le sue politiche, la sua economia, più in generale la sua visione del mondo.
In questi processi storici si incrociavano aspetti politici, sociali e economici, con dinamiche locali e globali che davano vita,
semplificando, alla globalizzazione neoconservatrice.
Le grandi multinazionali, i grandi consigli di amministrazione iniziarono a rendere conto solo ai grandi azionisti, tra cui anche le banche, che approfittando del vuoto legislativo e instituzionale iniziarono a muoversi in un mercato che era diventato globale, astratto e indefinito, dando vita a un circolo vizioso di finanza volatile basata sul debito.
Avveniva che le imprese immobiliari iniziavano una promozione di case nuove senza avere un soldo, chiedevano un prestito alle banche che puntualmente lo concedevano, dopo di che iniziavano a vendere le case, senza neanche aver posto un mattone, con questi soldi pagavano le banche e iniziavano a costriure. Per altro lato le persone chiedevano
prestiti alle banche, che puntualmente non lo negavano a nessuno anche favoriti dai bassi tassi varibili.
Questo meccanismo garantiva grandi guadagni in tempi brevi, però ipoteche e prestiti sono a lungo termine e con il tempo il meccanismo si è inceppato, e tutti, imprese, banche, e cittadini sono rimasti senza soldi.
Il capitalismo senza capitali ha mostrato il suo lato più oscuro, sono finiti i tempi degli obbiettivi a breve termine, i
guadagni facili e le imprese hanno iniziato a chiudere, così le banche, le assicurazioni, e via via il virus si è diffuso all’economia reale.
Lasciando miglioni di disoccupati.
Però c’è un altro attore che muore finendo sotto le ceneri, è il capitalismo stesso, o meglio il capitalismo come eravamo abituati identificare fino ad adesso, con la semplificazione, capitalistmo-proletariato.
Il capitalismo già non esiste più, è morto, come è morto lo stato-nazione e i parlamenti, svuotati di senso e importanza, e il
potere transita nelle mani di piccole élite che impongono le propie politiche; è il capitalismo feudale, o meglio, il fedualismo
impresariale como lo definisce Cesar Castillo, dove il potere non è esercitato dalle grandi famiglie nobili, ma dai grandi azionisti delle più importanti imprese.
Il filosofo Umberto Galambini ci spiega come la relazione capitale-operaio si sia ormai trasformata a favore di un capitalismo
che si oppone a tutta la popolazione, un capitalismo che si astrae dalla società diventando capitalismo finanziario che si eleva al di sopra della società imponendo le sue regole.
Donne e uomini identificabili in differenti strati sociali, ognuno portatore di differenti interessi, che precedentemente vivevano in posizioni di conflitto, sono stati forzatamente raggrupati in una unica classe sociale accomunati unicamente da uno stato d’animo: il vivere in precarieta. Oggi imprenditori, impresari, operai, tutti vivono con una senzazione di incertezza verso il domani, con la senzazione che la propia vita dipenda da scelte di altri senza nome e volto, accomuna attori fino a ieri antagonisti.
Il mercato non è stato in grado di limitarsi e autoregolarsi, la famosa mano invisibile e diventata sempre più debolie flebile, fino a scomparire senza creare il meccanismo di bilanciamento indispensabili per ogni sistema, sia esso sociale o economico, i governi non hanno voluto o potuto porre delle regole, e oggi, la società, le donne e gli
uomini stanno pagando il prezzo più alto.
Attori che soffrono sulla loro pelle, quotidianamente una crisi che non è arrivata di colpo, estistevano degli indicatori chiari e precisi su quello che stava avvenendo, però era necessario saper leggere, o forse voler leggere.
E cosi, all’improvviso il nemico di ieri è tornato ad essere il miglior amico, tutti a chimare, invocare lo stato che è nuovamente alto, biondo e bello.
Con bilanci statali peggiorati e più tasse per il futuro.
Cosi la storia da un altro giro, a un ciclo che si chiude se ne apre subito un altro, è questo il motore della storia e ponendosi
nuovamente altre lenti possiamo dire che un mondo è finito. Però una fine porta con se sempre un principio, bisogna vedere nelle difficoltà le opportunità che si presentano, l’opportunità di creare un nuovo mondo che nasca da quello che Pier Paol Pasolini chiamava la dittatura del consumismo, un mondo che segua una logica più armoniosa, più ecologista, che viva di necessità vere e non false, o create dalle imprese.
Un mondo dove le persone cooperano fra di loro invece di competere.
Le persone devono ritornare al posto che meritano, decidendo sul propio futuro, dove i governi pongono le condizioni per poter utilizzare i nuovi saperi e le nuove tecnologie, che stanno lì a nostra disposizione e che ci possono permettere di vivere meglio e più a lungo, permettendoci di dare più spazio alle nostre illusioni.
Dobbiamo ripensare interamente il nostro modello di svilluppo, raggiungendo un accordo sul senso delle cose, a cosa servono e a cosa no.
Dobbiamo essere d’accordo su cosa è una automobile e a cosa serve, se può raggiungere velocità da formula 1 o avere dimensioni più adatte a un carro armato, o se ne necessitiamo per muoverci in città, con piccole dimensioni e poco inquinanti. O se lo necessitiamo veramente?
Abbiamo il diritto e il dovere di impegnarci per ottenere nuove istituzioni che ci permettano di partecipare di più, che si creino nuovi modelli instituzionali più adatti alle nuove realtà globali.
Abbiamo bisogno di parlare del futuro, di quale visione abbiamo, e iniziare a lavorare per un nuovo mondo.
Può sembrare assurdo, però possiamo guardare al futuro con speranza, un futuro che dipenda da noi, dobbiamo solo che iniziare.

Roberto Vanni
Sociologo

In colaborazione con Cesar Castillo,
Professore di Finanza alla “EAE, Escuela de Administración de Empresa” Buisness School (Barcelona)

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