Fino all’ultima goccia

acqua

L’acqua sarà la causa della prossima crisi globale. Una bomba ad orologeria innescata che ben prima del petrolio e di una nuova impennata dei prezzi delle materie agricole, potrebbe deflagrare nel futuro prossimo. E’ questo l’allarme a meno di due mesi dal Forum Mondiale sull’acqua che si terrà in Turchia dal 16 al 22 marzo. Secondo la Fao, nel mondo 1,1 miliardi di persone non hanno accesso sufficiente a fonti d’acqua pulita e 2,6 miliardi non dispongono di servizi igienici adeguati.

Il problema della desertificazione, inoltre, preoccupa, sempre piu’. Ecco perche’, secondo l’ONU, e’ necessario un cambio di rotta eliminando gli sprechi individuali e collettivi.

La questione dell’acqua è destinata dunque a diventare un tema centrale perché la pressione demografica si farà sempre più forte. Cosi come lo sfruttamento delle risorse idriche. Un esempio? Molti fiumi cinesi e indiani – dicono gli esperti – non arrivano più al mare, si stanno prosciugando dopo uno sfruttamento eccessivo. Il crescente aumento di domanda idrica sta infine generando contrasti tra Stati e spingendo verso la privatizzare delle fonti idriche in virtu’ degli enormi profitti che si possono ottenere dalla vendita del prodotto acqua sempre piu’ scarso. Di tutto questo si occupa l’inchiesta che vi proponiamo.

Scaricate il video all’indirizzo:
http://www.rainews24.it/ran24/rainews24_2007/inchieste/13022009_goccia/


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Crisi alimentare: catastrofico calo nella produzione di alimenti

 Ecoportal

L’analisi che segue indaga sulle conseguenze della siccità sulla produzione di alimenti in varie aree del mondo nel corso del 2009. Guardando i dati, il 2009 sembra essere un disastro umanitario in gran parte del mondo.
I paesi che rappresentano i due terzi della produzione agricola del mondo soffrono la siccità. Se si guarda un video della siccità in Cina, Australia, Africa, Sudamerica o Stati Uniti, la scena è la stessa; miseria, raccolti rovinati, e bestiami moribondi.

Cina
La siccità nel nord della Cina, la peggiore negli ultimi 50 anni, peggiora e il raccolto estivo è minacciato. L’area dei raccolti colpiti è aumentata a 10,6 milioni di ettari (la scorsa settimana era di 9,4 milioni) e 4,37 milioni di persone e 2,1 milioni di capi di bestiame affrontano la scarsità d’acqua potabile. La scarsità della pioggia in alcune parti delle province del nord e del centro è la peggiore della storia. La siccità, che è iniziata a novembre, minacca più della metà del raccolto di frumento in otto province- Hebei, Shanxi, Anhui, Jiangsu, Henan, Shandong, Shaanxi e Gansu.

Henan
La più grande provincia produttrice di alimenti coltivati della Cina, Henan, ha lanciato l’allarme siccità. Henan ha avuto una precipitazione di 10,5 millimetri da novembre 2008, quasi un 80% in meno rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. La siccità ad Henan, iniziata a novembre, è la peggiore dal 1951.

Anhui
La provincia di Anhui Province ha diffuso lo stato di allerta per la siccità rossa, poiché più del 6% delle coltivazioni del nord del fiume Huaihe sono state colpite da una grande siccità.

Shanxi
La provincia Shanxi è stata messa in allerta per siccità il 21 gennaio, e un milione di persone e 160.000 capi di bestiame sono colpite dalla scarsità d’acqua.

Jiangsu
La provincia Jiangsu ha già perso più di un quinto dei raccolti della coltivazione colpiti dalla siccità. I dipartimenti locali di agricoltura stanno deviando l’acqua dei fiumi vicini in un sforzo d’emergenza per salvare quello che rimane.

Hebei
Più di 100 milioni di metri cubi d’acqua sono stati canalizzati da fuori della provincia per combattere la siccità ad Hebei.

Shandong
Dallo scorso novembre la provincia Shandong ha avuto il 73% in meno di pioggia rispetto allo stesso periodo negli anni precedenti, e le previsioni non sono lusinghiere. Il governo cinese ha destinato 86.700 milioni di yen (circa 12.690 milioni di dollari) alle aree colpite dalla siccità. Anche le autorità sono ricorse a misure di emergenza, e alcune aree hanno avuto un pò di pioggia dopo che le nuvole sono state raggiunte da 2392 razzi e 409 proiettili caricati di prodotti chimici. Comunque c’è un limite in quello che si può fare davanti ad una scarsità di acqua così diffusa. Come scritto precedentemente, la Cina affonta una iperinflazione e questa siccità record peggiorerà le cose. La Cina produce ogni anno il 18% dei cereali del mondo

Australia
L’Australia soffre un’implacabile siccità dal 2004, e il 41% dell’agricoltura australiana continua a subire la peggiore siccità in 117 anni di storia. La siccità è stata così dura che i fiumi hanno smesso di scorrere, i laghi sono diventati tossici, e gli agricoltori hanno abbandonato le loro terre. Il fiume Murray ha smesso di scorrere sul punto finale del suo percorso e la sua foce si è chiusa. I laghi più piccoli dell’Australia stanno evaporando e ora sono un metro sotto il livello del mare. Se questi laghi continuano ad evaporare, il terreno e il fango si acidificheranno liberando acido solforico e una gamma di metalli pesanti. L’unica opzione del governo australiano per impedirlo è di permettere che entri l’acqua del mare, creando un mare morto, o pregare per la pioggia, liberando acido solforico.

STATI UNITI

California
La California affronta la peggior siccità della storia. Si pronostica che la siccità sarà la più dura dei nostri tempi, peggiore di quelle del 1977 e del 1991. Migliaia di ettari di coltivazioni sono già state messe a maggese, e ce ne saranno ancora altre. La zona piena di neve a Nothern Siera, dove si trovano alcune delle riserve più importantI dello Stato, ha solo il 49% delle precipitazioni rispetto alla media. Le Agenzie idriche di tutto lo Stato si apprestano ad adottare misure di conservazione.

Texas
La siccità in texas raggiunge proporzioni storiche. Le condizioni di siccità vicino a Austin e San Antonio sono state superate solamente una volta nella storia – la siccità del 1917-1918. L’88% del Texas soffre condizioni di siccità anormali, e il 18% dello Stato è in condizioni di siccità estreme o eccezionali. Le aree di siccità si espandono quasi ogni mese. Le condizioni in Texas sono così critiche che il bestiame muore in pascoli aridi. La mancanza di pioggia ha trasfomato i pascoli in aree sterili, e gli allevatori sono arrivati ad alimentare gli animali con il fieno. I raccolti di grano d’inverno in Texas hanno subito un danno irreversibile. I pronostici a breve o lungo termine non prevedono molta pioggia, cosa che significa che la siccità in Texas peggiorerà.

Regione di Augusta (Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord)
La regione di Augusta ha sofferto due anni di siccità che peggiora. Finora il deficit di precipitazioni ad Augusta si avvicina già ai 5 mm nel 2009, e gennaio è stato il mese più secco dal 1989.

Florida
La Florida è stata molto colpita dalla siccità invernale, che ha danneggiato le coltivazioni e la metà dello Stato si trova ad un livello di siccità. La Niña probabilmente peggiorerà la situazione. Si è accumulata abbastanza acqua di un paio di gradi più fredda del normale nella parte orientale del Pacifico come per creare una La Niña, modello climatico che si spera che duri almeno fino a primavera. La Niña generalmente significa tempo secco per gli Stati meridionali, che è esattamente quello di cui hanno bisogno ora gli Stati Uniti.

SUD AMERICA

Argentina
La peggiore siccità da 50 anni ha portato al paese ad uno stato di emergenza. Carcasse giacciono nelle praterie, e piante di soia bruciate dal sole avvizziscono sotto il sole estivo. La produzione alimentare argentina si abbasserà almeno del 50%. La produzione di grano del paese per il 2009 sarà di 8,7 milioni di tonnellate, rispetto ai 16,3 milioni del 2008. Per la preoccupazione per la scarsità all’interno (dato che il consumo interno di grano è circa di 6,7 milioni di tonnellate), l’Argentina non ha concesso nuove licenze d’esportazione dalla metà di gennaio.

Brasile
Il Brasile ha ridotto la sua previsione per i raccolti e lo rifarà dopo aver valutato il danno per disidratazione nelle regioni colpite dalla siccità. Il Brasile è il secondo esportatore di soia e il terzo di grano per quantità al mondo.
Cifre dei raccolti di mais in Brasile:
Raccolti nel 2008: 58,7 milioni di tonnellate.
Previsione dell’8 gennaio: 52,3 milioni di tonnellate.
Previsione del 6 febbraio: 50,3 milioni di tonnellate

Paraguay
Le dure siccità che colpiscono l’economia del Paraguay hanno portato il governo a dichiarare l’emergenza agricola. I raccolti che hanno un impatto diretto sull’alimento per il bestiame sono rovinati, e le piantagioni di soia in alcune aree sono andate quasi completamente perse.

Uruguay
L’Uruguay ha dichiarato “emergenza agricola”, a causa della peggiore siccità da decenni che minaccia i raccolti, il bestiame e la produzione di frutta fresca. Il peggioramento della siccità sta aumentando i costi degli alimenti e delle bevande, cosa che a gennaio ha portato all’aumento dei prezzi a consumatore ad un ritmo annuale più veloce degli ultimi 4 anni.

Bolivia
Non ha avuto nemmeno una goccia di pioggia in quasi un anno. Il bestiame muore, i raccolti sono rovinati.

Cile
La dura siccità che colpisce il Cile ha causato un’emergenza agricola in 50 distretti rurali e grandi settori dell’economia sono preoccupati per un possibile razionamento dell’elettricità a marzo. Le difficoltà per il paese provengono dal fenomeno climatico La Niña che spaventa il Cile appeso a un filo: l’acqua continuamente fredda nell’oceano Pacifico insieme all’alta pressione atmosferica impediscono che fronti di pioggia entrino nelle aree centrali e del sud del paese.  Come risultato i livelli dell’acqua nelle dighe idroelettriche e  in altri depositi siano ad un livello molto basso.

AFRICA

Corno d’Africa

L’Africa affronta una scarsità di alimenti e una carestia. La produzione alimentare intorno al Corno d’Africa ha sofferto per mancanza di precipitazioni. Inoltre, la metà del territorio agricolo ha perso i nutrienti necessari per la crescita delle piante, e la diminuzione della fertilità del suolo in tutta l’Africa aumenta le perdite di raccolti relazionati alla siccità.

Kenia
Il Kenia è la nazione più colpita nella regione, dopo essere stata senza precipitazioni per 18 mesi. Il Kenia deve importare alimenti per attenuare una scarsità e salvare 10 milioni di popolazione dalla carestia. I vicini del Kenia che soffrono anch’essi la siccità saranno di poco aiuto.

Tanzania
Un povero raccolto dovuto alla siccità ha portato la Tanzania a smettere di emettere permessi d’esportazione di alimenti.Anche la Tanzania ha intensificato la sicurezza ai confini per controllare ed impedire l’esportazione di alimenti. In Tanzania ci sono 240.000 persone che hanno bisogno di aiuti alimentari immediati .

Burundi
I raccolti nel nord del Burundi si sono seccati, lasciando il piccolo paese dell’est dell’Africa davanti ad una dura scarsità di alimenti.

Uganda
La dura siccità nella regione Karamoja nel nord est dell’Uganda ha lasciato il paese in una catastrofe umanitaria. E’ poco probabile che le condizioni di siccità e l’acuta scarsità di alimenti, che hanno lasciato Karamoja nel pieno della carestia, migliorino prima di ottobre quando ci saranno i prossimi raccolti.

Sudafrica
Il Sudafrica affornta una potenziale scarsità nei raccolti dopo che gli agricoltori nella parte orientale della zona dei cereali della provincia Free State hanno detto che probabilmente nel 2009 avrebbero prodotto il minor raccolto in 30 anni. I sudafricani sono “estremamente arrabbiati” perchè i prezzi degli alimenti continuano a salire.

Altre nazioni africane che soffrono la siccità nel 2009 sono: Malawi, Zambia, Somalia, Zimbabue, Mozambico, Tunisia, Angola e Etiopia.

Medio Oriente e Asia Centrale
Il Medio Oriente e l’Asia Centrale soffrono la peggiore siccità nella storia, e la produzione di cereali alimentari ha abbassato alcuni dei livelli più bassi da decenni. Attualmente Si stima che la produzione totale di grano nella regione colpite dalla siccità sia diminuita almeno il 22% nel 2009. A causa della durezza della siccità e il suo arrivo in tutta la regione, le forniture di irrigazione dei depositi, fiumi e acque sotterraee sono stati drasticamente ridotti. I principali depositi in Turchia, Iran, Iraq e Siria sono tutti a livelli bassi, cosa che impone delle restrizioni nell’uso. In vista della gravità delle perdite diraccolti nella regione, si prevede un’importante scarsità di semi per i raccolti 2010..

Iraq
Nel periodo invernale della crescita dei cereali in Iraq, non vi sono state essenzialmente delle precipitazioni in molte regioni e grandi aree di campagne annacquate dalla pioggia nel nord dell’Iraq, semplicemente non sono stati piantati. Quest’anno queste regioni, alimentate principalmente dalla pioggia nel nord dell’Iraq, sono descritte come aree di disastro agricolo e la produzione di grano crolla dall’80% al 98% sotto i livelli di norma. L’USDA (dipartimento dell’Agricoltra degli Stati Uniti) stima che la produzione totale di grano in Iraq nel 2009 sarà di 1,3 milioni di tonnellate, il 45% in meno dell’anno scorso.

Siria
La Siria ha sofferto le sue peggiori siccità negli ultimi 18 anni e l’USDA stima che la produzione totale di grano nel 2009 sarà di 2 milioni di tonnellate, il 50% in meno dell’anno scorso. L’estate passata non c’è stata acqua in molti quartieri di Damasco e i residenti della capitale sono stati obbligati a comprare l’acqua al mercato nero. La forte mancanza di pioggia in questo inverno ha acuito il problema.

Afganistan
La mancanza di pioggia ha portato l’Afganistan alle peggiori condizioni di siccità degli ultimi 10 anni. L’USDA stima che la produzione di grano del 2008/2009 in Afganistan sarà di 1,5 milioni di tonnellate, 2,3 milioni o il 60% in meno dell’anno scorso. L’Afganistan produce normalmente tra il 3,5 e i 4 milioni di tonnellate di grano all’anno.

Giordania
La persistente siccità in Giordania ha peggiorato, dato che non è quasi mai piovuto quest’anno. Il governo giordano ha smesso di pompare acqua alle fattorie per preservare l’acqua per essere bevuta.

Altri paesi del Medio Oriente ed Asia Centrale che soffrono la siccità nel 2009 sono: i territori palestinesi, il Libano, Israele, il Bangladesh, Myanmar, India, Tayikistan, Turkmenistan, Tailandia, Nepal, Pakistan, Turcha, Kirguistan,Uzbekistan, Cipro e Iran. La mancanza di crediti peggiorerà la scarsità di alimenti La mancanza di crediti per gli agricoltori ha limitato la loro capacità per comprare semi e fertilizzanti nel 2008/2009 e limiterà la produzione in tutto il mondo. Anche gli effetti della siccità in tutto il mondo saranno amplificati per la minore quantità di semi e fertilizzanti usati per le coltivazioni. I prezzi bassi delle materie prime peggioreranno la scarsità di alimenti.

I bassi prezzi alla fine del 2008 hanno dissuaso dal piantare nuove coltivazioni nel 2009. In Kansas, ad esempio, gli agricoltori hanno seminato 3,6 milioni di ettari, la minore quantità in mezzo secolo. Le piantagioni di grano di quest’anno sono diminuitaedi circa 1,6 milioni di ettari in tutti gli Stati Uniti e circa di 445.000 ettari in Canada. In questo modo, anche se non si considerano le perdite relazionate alla siccità, gli Stati Uniti, il Canada e altre nazioni produttrici di alimenti affrontano una produzione agricola più bassa nel 2009.

L’Europa non compenserà il deficit di alimenti

L’Europa, l’unica grande regione agricola relativamente perdonata dalla siccità, attende una grande diminuzione nella produzione di alimenti. A causa della combinazione di piantagioni tardive, cattive condizioni del suolo, riduzione delle entrate, e poche piogge, la produzione agricola dell’Europa probabilmente diminuirà tra il 10 e il 15%.
La presenza di alimenti è pericolosamente bassa.
La bassa presenza di alimenti fa sì che la diminuzione nella produzione agricola del mondo sia particolarmente preoccupante.

La media dei livelli di presenza finale di Australia, Canada, Stati Uniti e Unione Europea, negli ultimi anni sono diminuiti continuamente:
2002-2005: 47,4 milioni di tonnellate
2007: 37,6 milioni di tonnellate
2008: 27,4 milioni di tonnellate

Queste cifre sono pericolosamente basse, specialmente se si considera l’orrenda possibilità che le riserve di cereali della Cina di 60 milioni di tonnellate in realtà non esistono.

Catastrofe alimentare mondiale

Il mondo si dirige verso una diminuzione nella produzione agricola dal 20% al 40%, a causa della intensità e della durata delle attuali siccità mondiali. Le nazioni produttrici di alimenti stanno imponendo restrizioni alle esportazioni di alimenti. I prezzi degli alimenti aumenteranno vertiginosamente e milioni di persone moriranno di fame, nei paesi poveri con deficit alimentari.

Il dibattito sulla deflazione dovrebbe terminare ora.

Le siccità che infestano le maggiori regioni agricole del mondo dovrebbero portare alla fine del dibattito sulla deflazione nel 2009. La richiesta di risorse agricole è relativamente immune a quello che succede nei cicli di negoziazioni (almeno rispetto con quelli nell’energia o nei metalli basici), e con una diminuzione tra il 20%e il 40% nella produzione mondiale, i prezzi degli alimenti che già sono in aumento, continueranno ancora di più.

In pratica, le risorse agricole DEVONO aumentare e presto, per impedire deficit alimentari ancora più grandi e la fame. I prezzi del grano, del mais, della soia, ecc. devono aumentare ad un livello che incoraggi la piantagione di ogni ettaro disponibile con i migliori fertilizzanti. Altrimenti se i prezzi degli alimenti continuano ai livelli attuali, la produzione continuerà a diminuire, condannando milioni e più di persone alla morte per la fame.

Aumento competitivo del valore del denaro.
Alcuni osservatori nel 2009 si aspettano “svalutazioni competitive del denaro” oltre alla deflazione (le nazioni svalutano le loro monete per aiutare il loro settore d’esportazione). L’immenente scarasità mondiale di alimenti fa sì che questo sia molto poco probabile. La svalutazione della loro valuta nel contesto attuale produrrà la conseguenza indesiderata della promozione delle esportazioni di alimenti. Persino le restrizioni delle esportazioni come quelle della Cina, la svalutazione di valute causerebbe solamente il flusso estero di importanti quantità di cereali attraverso il mercato nero.

Invece delle “svalutazioni competitive del denaro”, l’aumento dei prezzi degli alimenti probabilmente causerà un aumento competitivo del valore delle valute nel 2009. Le riserve di divise straniere esistono proprio per questo tipo di emergenza. Le banche centrali in tutto il mondo ridurranno i prezzi interni degli alimenti sia vendendo direttamente le loro riserve per rivalorizzare  le loro valute o usandole per comprare cereali nel mercato mondiale.

La valorizzazione di una moneta è il modo più rapido per controllare l’inflazione alimentare. Una moneta che vale di più permette che una nazione monopolizzi più risorse mondiali (cioè il dollaro sopravvalutato permette che gli Stati Uniti consumino il 25% di petrolio del mondo nonostante abbiano solo il 4% della popolazione mondiale). Se la Cina vendesse le sue riserve in dollari statunitensi, la sua enorme popolazione inizierebbe ad assorbire la fornitura di alimenti del mondo come gli Stati Uniti ha fatto con il petrolio.

D’altra parte, quando una nazione aumenta il valore della sua moneta e inizia a consumare più risorse del mondo, lascia meno per gli altri. In modo che se la Cina rivalorizza lo yen, si incrementerà la scarsità di alimenti in tutto il mondo e i prezzi ovunque faranno un salto verso l’alto. Siccome non c’è niente che alimenti di più lo scontento sociale che forti aumenti dei prezzi degli alimenti, le nazioni di tutto il mondo, dalla Russia alla UE, dall’Arabia Saudita all’India, venderanno le loro riserve di denaro straniero per rivalorizzare le loro monete e ridurre i costi delle importazioni degli alimenti. Come reazione  la Cina venderà ancora più riserve. E’ la rivalorizzazione competitiva del denaro.

Quando si affronta la rivalorizzazione competitiva delle valute, NESSUNO vuole avere la moneta di riserva del mondo. E’ probabile che al dollaro vada molto male se le banche centrali liquidassero miliardi di dollari statunitensi per comprare alimenti e valorizzare le loro valute.

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Market Oracle/Global Research

EXXON Mobil, Shell , Chevron , BP , Total , Conoco Phillips, Eni – Sette sorelle da record

Nell´anno 2008, i sette grandi gruppi padroni del mercato del greggio hanno guadagnato 171 miliardi di dollari netti. Fanno 470 milioni al giorno, il 14% più dell´anno prima. Che già era il 7% più del 2006, e il 6% sopra l´anno addietro. Il mondo vive la crisi più grave degli ultimi cinquant’anni, il livello di vita scende per milioni di persone, eserciti di disoccupati si preparano a riempire le nostre città, i poveri diventano sempre più poveri e il “ceto medio” precipita verso il basso. Milioni di persone pagano e poche migliaia riscuotono. Le poche migliaia di grandi azionisti delle sette grandi sorelle del petrolio invece brindano a champagne per l’ennesima (è la dodicesima consecutiva) annata da record. Una catena di record figli del rialzo del prezzo del greggio, passato alla roulette del mercato da da 50 a 100, poi fino al primato di 147 dollari al barile. Exxon Mobil, la statunitense che guida il plotone, ha guadagnato l´anno scorso 45,22 miliardi di dollari (+11%). I britannici della Shell si fermano ad un margine netto di 31,3 miliardi dollari, segue l´altra americana, la Chevron, che si accontenta di 24 miliardi di utili. L’altra inglese, la BP ha chiuso con un utile di 21,1 miliardi. La francese Total segue a 20,5 miliardi, poi Conoco Phillips (USA- Raffinazione) con 16,4 miliardi di utili e per chiudere l’italiana ENI con 12 miliardi di utili e una cedola agli azionisti di 1,30 euro per azione (Nelle casse dello stato, proprietario di poco più del 30%, finiranno 2 miliardi di Euro). E con la dozzina di miliardi (in dollari) dell’ENI si può abbozzare un superconsolidato delle major petrolifere che promette di restare insuperato per un pezzo. Nell´annata 2008 i sette grandi gruppi padroni del mercato del greggio hanno guadagnato 171 miliardi di dollari. Fanno 470 milioni al giorno, il 14% più dell´anno prima. Che già era il 7% più del 2006, e il 6% sopra l´anno addietro. Le major mantenendo gli stessi costi di estrazione hanno venduto circa gli stessi quantitativi di petrolio e affini ma a prezzi doppi, tripli durante questo drammatico, per noi, anno. Ma proprio il tonfo dei prezzi del barile, il più spettacolare che il petrolio prima abbia mai avuto con 110 dollari persi in sette mesi, dà ai bilanci dorati appena chiusi l´alone dell’”ultima volta”. Tutto il mondo è in recessione, la richiesta di petrolio che sosteneva il prezzo elevato del barile ne risulterà allentata per anni, la speculazione è morta o comunque si sente poco bene. Fine dei record quindi, ma ancora decine di miliardi di profitti davanti: il 2009 delle sette sorelle parte nel solco del quarto trimestre 2008, con profitti tesi a ridursi di un terzo, magari dimezzarsi. Difficilmente ci metteremo a piangere per loro .

Gerusalemme: «Re David abitava qui», sfrattati 1.500 palestinesi

GERUSALEMME – da Il Manifesto – Un progetto di parco archeologico gestito da coloni israeliani spianerebbe 80 edifici di Bustan – Spazzare via decine di case arabe per fare spazio, ai piedi delle mura antiche di Gerusalemme, al parco archeologico della «Città di Davide» amministrato dai coloni israeliani.

E’ questo, denunciano i palestinesi, il vero obiettivo dell’ordine di demolizione per 80 edifici palestinesi (abitati da 1.500 persone) del rione di Bustan (Silwan), reso pubblico nei giorni scorsi dal Comune di Gerusalemme. Si tratta del più ampio progetto di demolizione di abitazioni civili nella zona araba di Gerusalemme dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Gran parte delle abitazioni minacciate di distruzione sono effettivamente prive dei permessi ma le mire dell’estrema destra israeliana e dei coloni in quella zona di Gerusalemme indicano che l’intenzione non è quella di porre termine agli abusi edilizi. «Molti di noi sono stati presi dal panico quando domenica scorsa hanno visto i tecnici del comune entrare nel nostro quartiere ed effettuare strane misurazioni. Poi sono state annunciate le demolizioni e ora quasi 1.500 persone rischiano di perdere tutto ciò che posseggono», ha raccontato Fakri Abu Diab, del «Comitato per la difesa di Silwan». Il «Parco archeologico di re David» non è progetto nuovo, così come le demolizioni, annunciate per la prima volta nel 2005 e poi congelate di fronte alle critiche internazionali.

A finanziarlo è la società Elad, «impresa immobiliare» vicina al movimento dei coloni impegnata ad acquisire (in ogni modo) il maggior numero di abitazioni a Silwan, un quartiere palestinese densamente popolato (oltre 40mila abitanti). Lo scopo è quello di riprendere il controllo – dopo 3mila anni – di un’area che, secondo la tradizione biblica, ospitò re David, e dove sono situati il Tunnel di Hezekiah, la Piscina di Siloam, la Sorgente di Gihon e il condotto di Warren usato da Joab per penetrare all’interno di Gerusalemme. Luoghi suggestivi citati a ripetizione dalle guide della Elad per giustificare, agli occhi dei turisti, la «riconquista» di Silwan.

A sostenere l’impresa dei coloni contribuisce anche l’archeologa Eilat Mazar, al lavoro da anni in quell’area, secondo la quale i reperti confermano, «senza ombra di dubbio», che re David aveva realmente il suo palazzo a Silwan. Una tesi che lascia freddi altri esperti israeliani come il professor Rafi Greenberg, dell’Università di Tel Aviv, che negli anni ’70 aveva scavato nell’area del parco archeologico. Nel 1998 la stessa Università Ebraica di Gerusalemme si era rivolta alla Corte Suprema per bloccare la Elad. Ma i coloni vanno avanti, sostenuti dal Comune, preoccupato di «far rispettare il piano regolatore».

L’annuncio delle demolizioni non ha scosso la determinazione delle famiglie palestinesi di opporsi alle ruspe. Sabato è prevista una giornata di mobilitazione a Silwan alla quale parteciperanno non solo gli abitanti ma anche gli attivisti israeliani che si battono contro la demolizione di case arabe a Gerusalemme.

di Michele Giorgio, su Il Manifesto del 25.02.2009

Le contro-ronde vanno all’offensiva

 

Le reazioni di indignazione seguite all’approvazione del decreto sulle ronde, per quanto blande, sono una risposta seppur parziale dinanzi ad un provvedimento intriso di xenofobia e razzismo. L’istituzionalizzazione delle ronde rappresenta infatti una inquietante mostruosità sociale, che però si pone su un terreno storicamente congeniale ai percorsi di autorganizzazione sociale: promuovere forme di autodifesa popolare, di controllo dal basso del territorio, di autogoverno della città, da oltre un secolo è sempre stato un terreno di sperimentazione dei movimenti popolari, dalle milizie operaie della Comune di Parigi agli Arditi del Popolo. Ma il contesto odierno sembra molto più simile alla Germania prenazista, con le Sturmabteilungen impegnate a perseguitare dissidenti, ebrei e altri “nemici interni”, persecuzioni funzionali per lo più a occultare i disastri delle crisi sistemiche del capitalismo, come la grande depressione di allora e la crisi economica attuale: tuttavia oggi non viviamo certo in uno scenario nel quale bisogna prendere le armi per affrontare “manu militari” milizie armate di parafascisti in procinto di instaurare la dittatura. La battaglia infatti va condotta non sul piano militare, ma sul piano culturale e sociale, facendo però attenzione, molta attenzione, a intrecciare i due piani – culturale e sociale – per non correre il rischio di rinchiudere e svilire questo terreno di battaglia all’interno di una dimensione accademica e autoreferenziale: la battaglia cioè non si gioca al chiuso di pur interessantissime e necessarie tavole rotonde sulla forza dilagante della Lega Nord, ma contendendo ad essa nelle periferie più degradate delle nostre metropoli, nei territori sempre più infettati dalla demagogia del razzismo, anche il tema delle ronde, inteso strategicamente come cessione di sovranità primaria dalle istituzioni alla società, tra l’altro sul terreno tanto delicato quanto strategico della sicurezza e della pace sociale. Su questo o si rimane attestati sulla difesa della legalità, delegando agli apparati di controllo e repressione statuale il contenimento dell’ esondazione culturale xenofoba, invocando finanche il rafforzamento delle forze dell’ordine in nome di una loro presunta imparzialità oppure è necessario rilanciare la sfida sul terreno della costruzione di nuova legalità dal basso, di riappropriazione e rovesciamento concettuale delle stesse categorie della sicurezza e della pace sociale. Per questo andrebbero praticate una sorta di contro-ronde (a qualcuno piacerà forse più il termine “presidi”) che intralcino il lavoro di queste milizie governative, ma soprattutto che si configurino come ronde sociali, contro il carovita – come già avviene a Roma ad opera dei compagni di Action – per denunciare gli speculatori del commercio, ronde contro il lavoro nero e il caporalato, per denunciare e sanzionare dal basso i covi più disumani dello sfruttamento, ronde contro l’omofobia, il razzismo, la precarietà, la devastazione ambientale. Ronde cioè in grado di attivare e organizzare energie e consenso sociale per sfidare l’egemonia culturale della destra, di passare dalla difesa dello status quo alla controffensiva sociale. Non basta dire, posate i bastoni contro gli immigrati: piuttosto bisognerebbe organizzare questa insofferenza contro coloro i quali realmente ci rendono ogni giorno la vità più insicura, precaria e insostenibile. E’ un impresa difficile? Certo, molto più complessa degli ingegneristici assemblamenti elettorali di segmenti di ceto politico preoccupati della propria sopravvivenza – in quanto autoproclamatisi rappresentanti e altrettanto autoproclamatisi di sinistra – protesi a ribaltare di fatto i ruoli, per cui l’azione e il conflitto sociale diventano meri strumenti funzionali all’allargamento degli spazi di rappresentanza politica e non viceversa. Ben vengano quindi non tanto gli amministratori illuminati che intralciano e boicottano la nascita delle ronde, ma anche e soprattutto coloro i quali avranno il coraggio di istituzionalizzare le ronde popolari contro il razzismo, il carovita, il lavoro nero, che però non nascono per decreto ma nella forza del radicamento sociale e nel coraggio di sporcarsi le mani. La sfida sul terreno della tanto decantata democrazia partecipativa si gioca anche su questo terreno. Si può anche scegliere di non intraprendere questo terreno di sfida, vuoi per una valutazione dei rapporti di forza o per un principio legalitario ancora molto radicato anche a sinistra. Ma anche in questo caso resta il problema di come contrastare l’istituzione delle ronde para-governative, tenendo presente che un’opposizione parlamentare nelle mani di Di Pietro o del PD rischia di dare semplicemente un ulteriore contributo peggiorativo in sede di conversione. Le controronde anche su questo piano sono l’unico strumento a disposizione per smacherare, attraverso la rottura dell’unidimensionalità, la presunta neutralità dietro la quale i partiti di governo cercano di nascondere la matrice politico-xenofoba che sottende questa istituzionalizzazione, spacciandolola come “sicurezza partecipata per il bene comune”: per questo sarebbe opportuna una vera e propria opera di profanazione, direbbe Agamben, cioè inserirsi nel cuore dei meccanismi di riproduzione del dispositivo al fine di mostrarne non solo la falsità ma soprattutto la matrice intrinsecamente politica da cui scaturisce. Potete strarne certi, dinanzi a controronde sociali saranno gli stessi benpensanti che oggi guardano le ronde con indifferenza o anche tacito consenso, ad indignarsi per questo clima da “far-west” e ad attivarsi in prima persona per smantellare ogni sorta di ronda. In tal caso non vinceranno gli indiani, ma almeno potremmo esser soddisfatti per aver disarmato questi falliti cow-boy di provincia.

Vent’anni di ritardo.

Fra i tanti commenti all’accordo fra Berlusconi e Sarkozy sul futuro
nucleare italiano, qualcuno si è lamentato che siamo arrivati a questo
accordo con vent’anni di ritardo, ovviamente per colpa di quel
famigerato referendum.

Iniziamo proprio da questo punto, relativamente al quale i nuclearisti
seri, ottime persone spesso inascoltate dai nostri governanti,
concordano nel dire che il referendum italiano non blocco’ alcunché in
realtà: solo la centrale di Caorso non venne riavviata (era in fermo
per il ricarico del combustibile), le altre erano vetuste e non
economiche, già chiuse o destinate a chiudere da Enel. Ricordiamo che
il Referendum si svolse nel 1987, la centrale di Garigliano era già
chiusa, quella di Borgo Sabotino era ferma dall’anno prima, quella di
Trino era gia’ stata fermata due volte (nel ’67 e nel ’79) per
problemi tecnici.
 
La verità e’ che il nucleare italiano non esisteva, per questo ci fu
il referendum, ed era in crisi in tutto il mondo. Se si guarda alla
stessa Francia, si scopre che l’EPR attualmente in costruzione è il
primo impianto nuovo dopo vent’anni e che negli Stati uniti d’America,
la patria del nucleare con i suoi 104 reattori ancora attivi, l’ultima
costruzione venne ordinata nel 1978.

Perché questa crisi? Perché economicamente non conveniva e a maggior
ragione non conviene ora. L’attuale revival revisionistico cerca di
sfruttare la necessità di ridurre le emissioni di CO2.

L’annuncio di ieri pero’ sfata all’origine questo argomento, tanto
sostenuto dal governo, ovvero l’indispensabilità del nucleare per
rispettare gli impegni di Kyoto e dell’Unione Europea. Sfatati perché
scadono nel 2020 e per quella data ieri Scajola ha annunciato che sarà
pronta la prima centrale, che impiegherà qualche anno per recuperare
la Co2 (tanta), che si consuma per costruire quel mammut di acciaio e
cemento che e’ una centrale di tipo EPR. centrale, sia detto per
inciso, che appartiene alla terza generazione che altro non e’ se non
una seconda generazione (e’ un reattore ad acqua in pressione come
quello di Trino Vercellese) in cui i sistemi di sicurezza sono
notevolmente potenziati attraverso il sistema della ridondanza.

Dunque il nucleare non servirà a mantenere gli impegni di riduzione
delle emissioni che alterano il clima concordati in sede multilaterale
dal nostro paese.

A che servirà allora? A ridurre l’insicurezza degli approvvigionamenti
dicono, ed è innegabile che dipendere, nella generazione elettrica,
per il 60% dal gas non sia un’idea geniale da questo punto di vista.

Ma l’ultima edizione delle “Prospettive dell’energia nucleare 2008”,
edito dall’OCSE (non dall’eco delle alternative), sta scritto che “Le
risorse conosciute di uranio sono sufficienti ad alimentare
un’espansione della capacità di produzione elettrica nucleare, senza
ricorrere al riprocessamento, almeno fino al 2050”. La domanda sorge
spontanea: costruiamo centrali che stiano in vita 60 anni (le stime
sul costo del Kwh si fanno con questa premessa) e la prima sara’ forse
pronta nel 2020 sapendo che confidiamo di avere combustibile solo per
30 anni?

In questi anni si è santificato il reattore in costruzione in
Finlandia, quando proprio questo reattore è citato dal Financial Times
(e novembre 2008), come simbolo negativo del presunto rinascimento
nucleare perché sta accumulando ritardi e i costi sono saliti
enormemente, cosicché è in corso una causa legale fra committenti e il
 costruttore francese.

E questi francesi, come mai sono cosi disponibili ad offrirci il loro
know-how? Improvvisamente  filantropi? Semplicemente siamo una bella
occasione per loro, l’occasione di fare un sacco di denaro trovando
sbocco ad una industria che in regime di libero mercato non sta in
piedi, sta in piedi solo in regimi statalisti. Sì perché tornando a
guardare fuori della finestra si nota bene che a parte la Finlandia
col suo ormai famoso Olkiluoto, a costruire centrali oggi sono paesi
in cui l’energia e’ affare di Stato.

Sarkozy sta semplicemente facendo da piazzista per le sue imprese e la
posta in palio e’  alta, il costo dell’EPR finlandese attualmente e’
arrivato a 4,5 miliardi, Alessandro Clerici (Presidente del Gruppo di
Lavoro WEC “Il futuro ruolo del nucleare in Europa”) stima in 5
miliardi il costo di un EPR oggi, per cui 4 ERP fanno ben 20 miliardi
di euro! Mica male di questi tempi.

Ma attenzione il conto non e’ finito qui perche’ per arrivare al 25%
di produzione da nucleare ci vorranno altre centrali e altri soldi (in
totale si stimano 37,5 miliardi di euro in centrali) e perche’ il
nucleare, non dimentichiamolo, e’ un sistema. Mica come un parco
eolico che si mette in piedi in qualche mese e si allaccia alla linea
di distribuzione ed e’ finita li, o come qualche pannello solare che
si monta sul tetto. No il nucleare consuma barre di uranio che dovremo
importare dall’estero e produce fastidiose scorie che vanno messe da
qualche parte e custodite per qualche migliaio di anni. A questo
riguardo gli italiani si ricordino che in bolletta alla voce A2 pagano
ogni bimestre qualcosina per sistemare le vecchie centrali nostrane.

Nel bilancio 2006 della Sogin ci citava la cifra di 4,3 miliardi di
euro per smantellare il totale dei 1.200MW che avevamo costruito.La
stima che circolava lo scorso anno per costruire la discarica
definitiva dove mettere il combustibile consumato, attualmente
stoccato un po ovunque (in Italia e all’estero) e’ di (ulteriori) 1,5
miliardi.
 
Dunque siamo pronti a pagare?

Noi no, a noi sembra piu’ conveniente pensare ad altre risorse per
produrre energia. Risorse che non sono chimere visto che il nostro
paese, pur fra le sue mille contraddizioni, nel 2008 ha installato
1,010 MW di eolico e con questa fonte ha prodotto 6.637 milioni di Kwh
(+62,9% rispetto al 2007, dati TERNA), e installato circa 300 MW di
fotovoltaico. All’estero gli USA in epoca ancora pre-Obama hanno
installato eolico 8 volte quanto abbiamo installato noi ( e sono
balzati subito in prima posizione superando la Germania), seguiti
dalla Cina (6 mila MW) e dall’India.

In economia si dice che ogni paese debba sfruttare le proprie risorse,
nel commercio si persegue la specializzazione seguendo la legge dei
vantaggi comparati, perche’ non fare lo stesso in materia di energia?
Perche’ copiare un paese vicino quando abbiamo altre risorse naturali
che ci renderebbero davvero indipendenti da ricatti esterni, riducendo
le emissioni inquinanti?

Ma forse e’ una soluzione troppo semplice.
 

Roberto Meregalli,

Beati i costruttori di pace – Retelilliput
 
Materiali sul nucleare sono on line su:       www.beati.org/nuclearecivile

Condannato Mills. Berlusconi: “Nessuno mi può giudicare”

mercoledì, 18 febbraio 2009

Mostra immagine a dimensione intera

David Mills avvocato di Silvio Berlusconi condannato per corruzione in atti giudiziari a 4 anni e 6 mesi. Berlusconi salvo grazie al Lodo Alfano. David Mills, cittadino britannico, ex marito dell’ex ministra Tessa Jowell del secondo governo Blair, era l’avvocato-consulente di Berlusconi per la finanza estera inglese (gestore del comparto estero, completamente occulto, del gruppo Fininvest non dichiarato al Fisco italiano) ed era accusato di falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari a favore del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Mills aveva scritto una lettera al suo commercialista Bob Drennan, in cui dichiarava che Silvio Berlusconi aveva versato sul suo conto corrente in Svizzera, tramite il suo fidato dirigente Carlo Bernasconi (deceduto nel 2001) 600 mila dollari. Il compenso era dovuto per le testimonianze reticenti rese da Mills dinanzi al tribunale di Milano, nell’ambito del processo per corruzione alla Guardia di Finanza e nel processo dei fondi neri di All Iberian, durante i quali l’avvocato di Berlusconi non disse tutto ma svicolò abilmente fra le domande dei magistrati per tenere indenne “Mr B.”. Così definiva, infatti, nella lettera scritta al suo commercialista Berlusconi scrivendo: “Ho tenuto fuori Mr B. da un mare di guai”.. A Londra, il commercialista di Mills tale Drennan, letta quella lettera, denuncia il suo cliente al Fisco inglese per corruzione ed evasione fiscale. Tutto questo ha dato avvio al processo in Italia, perché furono proprio i giudici inglesi a trasmettere automaticamente gli atti alla Procura di Milano. E il 18 luglio del 2005, Mills stesso l’ha raccontato ai pm Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo della Procura di Milano la storia dei 600 mila euro. E il 20 gennaio 2009 l’avvocato Mills scrive un memoriale nel quale “porge” “profondissime scuse” a Silvio Berlusconi in quanto “vittima dei miei errori“. “Ho fatto degli errori, ho condotto male i miei affari e ho causato molti fastidi e delle persone che non hanno in nessun modo meritato un tale guaio. Ma non sono mai stato corrotto da nessuno“, scrive Mills nel suo memoriale. Coimputato nel processo era il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, la cui posizione è stata stralciata in seguito all’approvazione del “Lodo Alfano“, sull’impunità delle massime cariche dello Stato da parte del Parlamento (questa legge protegge il Presidente del Consiglio, Presidenti del Senato e Camera, Presidente della Repubblica che possono rubare, struprare, uccidere, corrompere e commettere ogni sorta di delitto ed evitare di essere processati). Alla faccia dell’art. 3 della Costituzione! E nonostante il Lodo Alfano, i tentativi di Berlusconi di bloccare questo processo sono stati innumerevoli, addirittura anche dopo che la sua posizione era stata stralciata grazie allo “scudo spaziale” che si è fatto fare dalla sua maggioranza in Parlamento. Perchè? La risposta è molto semplice: gli imputati erano due, la corruzione si fa in due, uno paga e l’altro prende, uno compra e l’altro vende. Cosa avrebbe venduto Mills a Berlusconi in cambio di 600.000 dollari, secondo la procura di Milano e secondo il GIP che ha rinviato a giudizio entrambi? Ha venduto due testimonianze. Berlusconi temeva che in caso di condanna per Mills i giudici avrebbero scritto nella sentenza “Mills ha preso 600.000 dollari in nero da Silvio Berlusconi che non possiamo più processare a causa del Lodo Alfano“. David Mills oggi 17 febbraio 2009 è stato condannato a quattro anni e sei mesi per corruzione in atti giudiziari dal Tribunale di Milano e a risarcire anche 250 mila euro alla parte civile nel processo e cioè la Presidenza del Consiglio (paradossalmente al suo coimputato). Se non ci fosse stato il “Lodo Alfano” – legge ad-personam fatta apposta per coprire Silvio Berlusconi e per bloccare tra gli altri anche questo processo – oggi insieme a Mills ci sarebbe stato un altro condannato a Milano. Stasera vedrete la censura dei TG su questa notizia, la loro scaletta sarà la vittoria di Berlusconi all’elezioni in Sardegna, la disfatta del centro-sinistra, Veltroni trombato, gli strupri, i raid razzisti degli italiani e infine Sanremo che comincia. Le principali edizioni on line dei quotidiani di tutto il mondo aprono con questa notizia: The Independent, BBC news, The Guardian, New York Times, Times On line, Le Figaro, El Pais.

Cattivi sponsor di M’Illumino di meno


m’illumino di meno, eni, nigeria

Anche questo 15 febbraio 2009 l’ENI ha sponsorizzato la campagna lanciata da Caterpillar e dalla trasmissione Rai Radio 2 per la giornata per il risparmio energetico. Permangono anche quest’ anno gli interrogativi già sollevati sulla trasparenza e sull’opportunità della sponsorizzazione e adesione dell’Eni alla campagna.

Interrogativi che concernono innanzitutto le attività dell’Eni. Li abbiamo sollevati anche durante tutto lo scorso anno riprendendoli dalle associazioni che ne sono stati promotrici. Si tratta, in primo luogo, delle attività dell’Eni in Nigeria e Kazakistan sulle quali la Fondazione Culturale Responsabilità Etica – nell’ambito della propria attività di “azionariato critico” – ha presentato un documento (in .pdf) all’Assemblea annuale dei soci dell’Eni dello scorso giugno.

“In Nigeria, l’Eni partecipa allo sfruttamento di diversi giacimenti petroliferi nella regione del Delta del Niger, dove il gas flaring, uno dei fenomeni più nocivi per l’ambiente e le popolazioni locali, è prassi” – spiegava il comunicato della Fondazione. Sul sito dell’Eni si legge che “i progetti di valorizzazione del gas prevedono l’eliminazione della pratica del flaring entro maggio 2012 in Congo ed entro il 2011 in Nigeria”. Considerando che in Nigeria questa pratica è illegale da quasi 25 anni e che l’Eni è attiva nel Delta del Niger dal 1962 la Fondazione Responsabilità Etica ha chiesto al CdA dell’Eni “quali garanzie e quali passi concreti l’azienda ha adottato per garantire la fine di ogni operazione di gas flaring nel più breve tempo possibile”.

Per quanto riguarda il Kazakistan – spiegava la Fondazione di Banca Etica – “l’Eni è l’operatore di Kashagan, il più grande giacimento non ancora esplorato scoperto negli ultimi trent’anni, e si occupa della costruzione degli impianti offshore e su terra e della gestione delle emissioni e dello stoccaggio dello zolfo”. La Fondazione evidenziava numerose criticità soprattutto sull’impatto sulla salute pubblica, sui i piani per lo stoccaggio dello zolfo e per la gestione delle emissioni e circa la valutazione di impatto ambientale. In definitiva la Fondazione Culturale Responsabilità Etica chiedeva al CdA dell’Eni di rispondere agli interrogativi di dimostrare come i progetti di Eni in Nigeria e Kazakistan “siano in linea con la Responsabilità Sociale d’Impresa della compagnia, e con le dichiarazioni e le campagne pubblicitarie sul risparmio energetico, a partire da “meno 30%”, che la compagnia conduce in Italia”. Interrogati ai quale non l’Eni no ha ancora dfato risposta mentre l’azienda continua la Campagna “Meno 30% dei consumi” il cui banner svetta – come detto – su tutte le pagine del sito “M’illumino di meno”.

Sono anche altri – evidenzia sempre la Fondazione Culturale Responsabilità Etica nel documento presentato agli azionisti dell’Eni (in .pdf si veda pg. 5) – “i progetti particolarmente critici o delicati, in particolare nel Sud del mondo, nei quali è coinvolta l’Eni o sue società controllate”. Solo riferendosi agli ultimi anni il documento cita “gli impatti sulla Foresta Amazzonica legati all’estrazione e alla costruzione di impianti per l’esportazione del gas verso i mercati internazionali di consumo, come ad esempio nel caso del gasdotto di Camisea II in Perù dove è impegnata la Saipem”; le istanze sollevate da numerose organizzazioni non governative legate alla realizzazione dell’Oleodotto Baku – Tbilisi –Cheyan (BTC), sul cui progetto è “ancora pendete un procedimento presso il Punto di Contatto Nazionale dell’OCSE, sul cui contenuto, peraltro confidenziale” la Fondazione ha invitato gli azionisti a chiedere eventuali informazioni al Cda dell’Eni”.

Per quanto riguarda l’attività dell’Eni in Italia, limitandoci qui a menzionare solo le questioni a cui abbiamo dato spazio sul nostro portale, va ricordata la vicenda della costruzione del ‘Centro Oli’ dell’Eni a Ortona che ha animato le proteste delle associazioni ambientaliste regionali le quali, dopo la sentenza del Tar dell’Aquila, hanno annunciato ricorso al Consiglio di Stato e che con numerosi Comuni si stanno opponendo alla costruzione del Centro; una vicenda che ha sollevato le preoccupazioni della Conferenza dei Vescovi di Abruzzo e Molise (CEAM) che ha emanato un documento (in. doc) nel quale richiama esplicitamente il problema del ‘Centro Oli’ dell’Eni. E sempre per quanto riguarda l’Abruzzo va ricordata anche la protesta per un pozzo petrolifero che l’Eni vuole costruire “ai confini tra la popolosa frazione pinetese di Mutignano e il Comune di Atri”.

Non ci interessa aprire una polemica sulle attività dell’Eni e nemmeno fare il bastian contrario dell’iniziativa “M’illumino di meno” promossa dalla trasmissione Caterpillar.

Intendiamo però presentare anche quest’anno alla redazione della testata radiofonica alcune domande che riguardano l’iniziativa: domande che vorremmo fossero oggetto dell’attenzione delle numerose associazioni che anche quest’anno hanno aderito all’iniziativa.

Nello specifico chiediamo Caterpillar di che tipo e di quale valore monetario è stata la sponsorizzazione dell’Eni in questi anni alla campagna “M’illumino di meno” e se tale sponsorizzazione è attiva anche quest’anno considerato il banner col logo dell’Eni che appare in tutte le pagine online della campagna.

In secondo luogo chiediamo alla redazione di Caterpillar di farci sapere se – assumendo una qual forma di sponsorizzazione e/o adesione dell’Eni – ha ritenuto opportuno far conoscere all’azienda le problematiche sociali e ambientali sollevate in questi anni da numerose campagne e recentemente riprese dalla Fondazione Culturale Responsabilità Etica nel documento presentato agli azionisti dell’Eni e – avendolo fatto – qual’è stata la risposta dell’azienda.

Infine, per il futuro, se Caterpillar intende assumere ancora una qual forma di sponsorizzazione e/o dar rilievo sul proprio sito a iniziative dell’Eni come quella del banner che appare quest’anno.

Sono domande semplici, ma necessarie, per non finire anche quest’oggi e nei prossimi anni a saltare sul carrozzone sponsorizzato Eni e domani ad invitare associazioni, Enti locali, Ong e movimenti a denunciarne l’operato in qualche remota regione del mondo.

Per parte nostra oggi – come sempre del resto – spegneremo le luci e dispositivi elettrici non indispensabili dalle ore 18, e invitiamo tutti gli amici a farlo inviando questo nostro articolo alla redazione di Caterpillar (caterpillar@rai.it e millumino@rai.it ) e alle associazioni aderenti o di cui ciascuno fa parte e ai propri amici.

Per approfondimenti

www.unimondo.org

V° Zero Waste International Dialog 2009

NAPOLI (NA), Zero Waste International Dialog 2009 rappresenta un grande evento e nasce da una sfida voluta dalle realtà italiane e campane, in sintonia con la Zero Waste International Alliance e la Global Alliance for Incinerator Alternatives. Da tutto il mondo, arriveranno a Napoli delegazioni di amministratori, pubblici funzionari e consulenti, nonché attivisti e comunità in lotta impegnati a promuovere e in molti casi ad implementare la strategia rifiuti zero parlando e diffondendo le “migliori pratiche” di riduzione, di riuso, di riciclo, di “responsabilità estesa ai produttori” e di “economie di comunità'” basate sulla riparazione-riuso dei beni e sul recupero di materiali. Ma gli esperti e gli attivisti parleranno anche di come risolvere la crisi campana evitando inceneritori e discariche (e facendo anche i conti con l’eredità “tossica” di Bassolino e dell’ intera classe dirigente, di centro destra come di centro sinistra), rappresentata dalla vergogna di alcuni milioni di tonnellate di “eco-balle” ed un territorio avvelenato, sacrificato agli interessi di banche ed industrie legate al business dell’incenerimento. La “tragedia di Napoli e della Campania” – tuttora in corso nonostante le falsificazioni mediatiche, l’insopportabile militarizzazione del territorio, l’uso di leggi speciali, la criminalizzazione del dissenso, il segreto di stato sugli impianti civili per la produzione di energia – deve diventare una grande opportunità per una svolta radicale a favore dell’assunzione della strategia rifiuti zero. Grandi metropoli internazionali come San Francisco, Buenos Aires e Los Angeles lo hanno fatto, perché non farlo a Napoli? In breve, Zero Waste International Dialog 2009 sarà sicuramente un evento che lascerà un segno importante per tutti quelli che ritengono che l’adozione della strategia Rifiuti Zero sia un primo passo per una società in crisi che deve ripensare un cambiamento globale dell’ attuale sistema di produzione e di consumo, di valori e stili di vita, privilegiando il benessere della collettività, le opportunità occupazionali, l’ equità sociale, il rispetto dell’ecosistema che ci ospita. Per informazioni e programma visitare il seguente sito http://www.zwia09.info

Deciderà il TAR del Lazio le sorti del polo industriale di Fara in Sabina:

Deciderà il TAR del Lazio le sorti del polo industriale di Fara in Sabina: intervista all’avv. Massimiliano Bonifazi

L’Associazione Sabina Futura oltre a denunciare pubblicamente l’illegittimità del Piano industriale di Passo Corese, nel Comune di Fara in Sabina, ha dato incarico all’avv. Massimiliano Bonifazi del Foro di Rieti di impugnare la delibera n. 26 del 07.03.2008 emessa dal C.d.A. del Consorzio per lo Sviluppo Industriale della Provincia di Rieti avente ad oggetto l’approvazione del progetto definitivo del nuovo agglomerato industriale. Vicino all’associazione e ai suoi valori, l’avv. Bonifazi non ha esitato a scegliere di “stare dalla parte dei più deboli” per dare inizio ad una aspra battaglia giuridica. «L’amore che mi lega alla mia terra, mi ha sempre visto scendere in campo per difendere e tutelare l’ambiente. Il piano industriale di Passo Corese, approvato dal Consorzio, oltre ad essere illegittimo sotto il profilo giuridico amministrativo è un vero e proprio “Eco mostro”, come evidenziato dai consulenti a cui l’associazione si è affidata per la redazione della perizia urbanistica». Emerge chiaramente la passione e la verve giuridica dell’avv. Bonifazi, che unitamente all’avv. Federico Bailo, esperto di diritto amministrativo del Foro di Roma, ha redatto il ricorso al Tar Lazio per chiedere l’annullamento, previa sospensiva della delibera del Consorzio. «La delibera impugnata ha apportato una serie di varianti al Piano Regolatore Consortile ampiamente lesive dell’interesse ad una corretta e ordinata gestione del territorio. Gestione che secondo i dettami legislativi della tutela paesaggistica e ambientale, non deve e non può essere subordinata ad interessi di singole parti o ad interessi particolari, bensì al perseguimento dei fini di una pianificazione armoniosa. La rilevanza giuridica di tali principi ci ha consentito di proteggere e restituire alla loro originaria bellezza tanta parte del nostro territorio nazionale». L’Associazione Sabina Futura, aspetta fiduciosa l’accoglimento da parte del Tar Lazio della richiesta di sospensiva della delibera consortile, che verrà discussa a breve, stante le ragioni di urgenza e la fondatezza delle violazioni giuridiche sollevate con il ricorso. Associazione Sabina Futura http://www.sabinafutura.it

V° Convegno Internazionale Zero Waste a Napoli

Comunicato Stampa

Le indagini su Bertolaso non possono certo sorprenderci! Ma sono l’ennesima conferma che il Piano Rifiuti campano serve solo interessi speculativi e che si è spregiudicatamente utilizzata la cosiddetta “emergenza rifiuti” (15 anni!!) per servire gli interessi dei potentati legali e illegali legati alle megadiscariche e ai finanziamenti per l’incenerimento. Con enorme danno per la salute, per l’ambiente e per la democrazia nella nostra regione.
Queste cose le denunciamo da sempre, con la comunicazione, con i convegni, ma anche con l’impegno quotidiano di centinaia di attivisti nei comitati in tante parti della nostra regione. Le indagini su Bertolaso per il suo passato ruolo da Commissario Straordinario, ci spingono a ricordare che anche oggi, nella sua veste di Sottosegretario, non è cambiato nulla! Ce lo dimostrano episodi clamorosi come quello della gestione scriteriata dei ritrovamenti di amianto a Chiaiano o l’ottusità con cui si continua su una strada del tutto sbagliata da Chiaiano ad Acerra, a Giugliano ,Caserta, Nola…
Semplicemente l’autoritarismo e gli interessi forti contro l’ambiente si sono solo blindati con leggi antidemocratiche! Ma se questo può (parzialmente) risolvere il problema giudiziario, non sposta di una virgola quello inerente la salute dei cittadini. Perchè un disastro ambientale non smette di essere tale “per decreto”!

E invece un altro piano rifiuti, nella direzione “Rifiuti Zero”, è possibile e necessario!

Lo dimostreremo con ZWIA09 (zero waste international alliance), il forum internazionale di 4 giorni che dal 18 al 21 febbraio si svolgerà a Napoli c/o ISTITUTO CASANOVA piazzetta Casanova,4 (via San Sebastiano). Organizzato da Zero waste, e la rete rifiuti zero. Ospitato a napoli dalla Rete campana Salutre Ambiente. Parteciperanno rappresentanti istituzionali, amministratori, tecnici, ricercatori e attivisti da tutte le parti del mondo per dimostrare che l’alternativa è possibile e praticabile, come già avviene in importanti città, da San Francisco a Tel Aviv. E soprattutto che la bomba ecologica campana si può e si deve disinnescare!

Per questo continuiamo quotidianamente a sostenere le resistenze dei comitati e dei cittadini impegnati a difendere il bene comune!

Rete Campana Salute e Ambiente

Tetrapack …seconda parte

Non proprio a tutti

Una poderosa campagna pubblicitaria dice che il tetrapak è riciclabile. Abbiamo seguito un cartone dal cassonetto alle cartiere. Fino all’inceneritore
Otto milioni e mezzo di euro per dire a tutti che il tetrapak è riciclabile. Questo è il costo della campagna pubblicitaria “Dillo a tutti! Il tetrapak è riciclabile”, che è stata lanciata l’11 settembre dalla svedese Tetrapak, leader mondiale nel settore dei contenitori per bevande, presente in 150 Paesi, con un fatturato complessivo di 8,4 miliardi di euro.
La campagna, che si svolge a livello nazionale, è rivolta in realtà a quei 2.000 Comuni italiani (l’elenco sul sito www.tiriciclo.it) dove, dal 2005, è possibile fare la raccolta differenziata del tetrapak, grazie ad un accordo stipulato nel 2003 dalla multinazionale svedese con Comieco, consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica, cui l’azienda paga un contributo di 22 euro per tonnellata di immesso al consumo.
Le confezioni per bevande in tetrapak sono materiale poliaccoppiato, cioè composto per il 75% da carta, 20% polietilene ed il restante da alluminio.
In proporzione alle dimensioni, le confezioni tetrapak sono molto leggere e costituiscono lo 0,4% dei 500 kg di rifiuti prodotti in media in un anno da ciascun cittadino italiano. Nella maggioranza dei casi il tetrapak viene gettato ed inviato alle cartiere insieme a carta e cartone (come avviene per esempio a Roma, Milano, Napoli, Torino), oppure può essere gettato nel multimateriale (nel caso della Toscana e del Trentino). Il poliaccoppiato così raccolto viene inviato alle piattaforme di selezione, dove, insieme agli altri rifiuti, subisce un controllo qualità da parte di Comieco, che paga ai Comuni un corrispettivo fra 78,80 e 84 euro alla tonnellata, in proporzione alla quantità e al numero degli abitanti. Da qui il tetrapak raccolto può intraprendere due strade: essere inviato insieme a carta e cartone alle cartiere (in questo caso costituisce circa l’1-2% sul materiale totale che arriva agli stabilimenti), oppure essere mandato singolarmente alla Cartiera Saci, l’unica in Italia in grado di smembrarlo e riciclarlo in tutte le sue componenti. Dalle piatteforme di selezione il viaggio del tetrapak diventa sempre più periglioso: escludendo il caso della Saci di Verona, il tetrapak in gran parte torna a essere un rifiuto, perché il materiale che le cartiere riescono a ricavare è molto poco, in proporzione allo scarto che viene prodotto.
Per esempio, nella Cartiera Reno de Medici di Marzabotto (Bo), una delle 27 cartiere italiane che hanno dichiarato di poterlo trattare, il tetrapak arriva insieme a carta e cartone. Il tutto viene mescolato all’acqua nel pulper, un impianto che spappola il materiale. Sulle 50mila tonnellate di materiale che la cartiera lavora al mese, lo 0,6-0,8% è costituito da tetrapak e, secondo stime dell’azienda, per ogni unità che entra nel pulper, se ne forma una e mezza di scarto. Infatti, alla parte di fibre cellulosiche che non si spappolano (circa il 35%), si aggiungono la plastica e l’alluminio, che non si possono smembrare nel pulper. Tutto questo materiale, infine, raddoppia il proprio peso, a causa dell’ acqua che trattiene. Così, se all’inizio si è introdotto 10 chili di tetrapak secco, alla fine del processo si devono smaltire almeno 11 chili di scarto impregnato di acqua. La cartiera Masotina di Cologno Monzese (Mi) ha deciso di dedicarsi principalmente al riciclo preconsumo del tetrapak, cioè utilizzare gli scarti industriali delle aziende che lo producono. Una parte decisamente minoritaria riguarda il riciclo post-consumo: in questo processo vengono utilizzati i cartoni per bevande che provengono effettivamente dalla raccolta differenziata. Anche in questo caso si producono nuovi rifiuti, che comportano costi di smaltimento per l’azienda che oscillano fra i 70 e gli 80 euro per tonnellata, cui si deve sommare la spesa del trasporto. Lo smaltimento consiste nell’inviare il materiale ad un inceneritore: il prodotto di scarto del pulper, infatti, è considerato una biomassa, cioè una fonte rinnovabile (e incentivata). Insieme allo scarto delle cartiere, finiscono nell’inceneritore anche un miliardo e 900 milioni di contenitori. Secondo dati Tetrapak, infatti, nel 2007, dei 5 miliardi di contenitori prodotti ed immessi sul mercato in Italia, il 52% (45.900 tonnellate) è stato recuperato attraverso la raccolta differenziata: ma solo il 14% è stato effettivamente avviato al riciclo in cartiera. Il resto è stato “recuperato” negli inceneritori.
Quando, invece, il tetrapak arriva alla cartiera Saci, viene separato in tutte le sue componenti, per ottenere prodotti riciclati (Cartafrutta, Cartalatte ed Ecoallene, una speciale plastica).
La cartiera, interpellata, ha comunicato che non intende diffondere dati a proposito della propria lavorazione né sui costi.

il tetrapack NON è riciclabile

Il tetrapak NON è riciclabile.

è un materiale termoaccoppiato (non separabile manualmente) di CartaAlluminioPlastica fuse insieme.
Troppo energivoro nella produzione
e troppo energivoro nello smaltimento.

“riciclarlo” serve solo a Tetrapak per ottenere tre sottoprodotti (a marchio…) per fare pubblicità che loro “proteggono la bontà, e l’ambiente”.
Questo “riciclaggio” serve a Tetrapak per fare greenwashing e dare ai bambini che visitano incontri come Ecomondo
i loro sottoprodotti energivori tipo “marelhene” (una sottospecie di carta).

Proteggono solo i propri interessi.
Il tetrapak è un materiale da anni 70 pensato per l’usa&getta, che va tolto dal commercio e RIprogettato.
Non ce lo possiamo (più?) permettere, in Germania col “dual system” pagano tasse molto più alte rispetto a imballaggi monomateriale, facilmente riciclabili.

In Italia invece è un materiale perfetto per i cancrovalorizzatori assistiti con denaro pubblico via Enel.

Dal “riciclaggio” comunque, non si ottiene più della carta, dell’alluminio e della plastica, ma un materiale spurio dal quale non si potrà più ottenere, ad esempio, una lattina (il materiale più prezioso contenuto negli imballaggi termoaccoppiati)

A partire da lunedì 12 novembre 2007, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha attivato uno speciale numero verde gratuito (800166661) per i consumatori che volessero segnalare presunti casi di pratiche commerciali scorrette, pubblicità ingannevole e occulta.

(in alcuni Comuni che praticano il porta a porta, vengono fatti conferire insieme a plastica vetro,
oppure insieme alla carta
contaminandoli (con la presenza stessa che richiede una separazione ulteriore in impianti)
e contaminando i materiali facilmente riciclabili coi residui di liquidi, se ogni cittadino non è molto attento e molto consapevole e informato.

Chiediamo che il gestore del porta a porta sconsigli sempre l’acquisto del tetrapak, e se proprio lo si acquista, lo si conferisca nel bidone del “secco residuo” come avviene nel migliore consorzio d’Italia (Priula a Treviso).
In questo modo si può premere sull’azienda perchè riprogetti questo contenitore, e lo renda davvero facilmente riciclabile, oppure faccia (almeno) come tutti gli altri:
o vetro
o plastica
o alluminio.
Meglio ancora il vetro a rendere.

Siamo nel 2008, il petrolio sta finendo.
Non siamo nel 1970

Non in tutta Italia esistono centri come Vedelago in grado di riprocessare i materiali secchi residui, facendone sabbiella per l’industria.
Più spesso, i materiali termoaccoppiati vengono utilizzati per produrre CDR e relativo utilizzo di denaro pubblico per ottenere utili privati tramite incenerimento o co-combustione.

Occupato il Dal Molin. Dal Molin libero!

31 gennaio 2009

Occupato il Dal Molin. Dal Molin libero!

Pochi minuti fa centinaia di donne e uomini di ogni età sono entrati all’interno dell’ aeroporto Dal Molin occupando alcune palazzine.
L’ingresso all’interno dell’area nella quale gli statunitensi vorrebbero realizzare la nuova installazione è la risposta di quanti si oppongono al progetto all’annuncio dell’imminente avvio dei cantieri.

Lo scorso 5 ottobre, attraverso la consultazione popolare, i partecipanti al voto hanno deciso a larga maggioranza che quel territorio deve essere destinato a usi civili; perseverare nel voler realizzare il progetto significa calpestare la democrazia.
Un progetto, tralatro, illegittimo e illegale, perché i proponenti si sono rifiutati di accettare la redazione di una rigorosa valutazione di impatto ambientale, strumento di tutela della salute e del territorio imprescindibile.
L’occupazione proseguirà ad oltranza. Invitiamo tutti coloro che si oppongono alla base a raggiungerci in via S. Antonino; abbiamo rimosso il filo spinato, l’ingresso è libero e, finalmente, questo grande prato verde è parte integrante della città del Palladio.

Il futuro è nelle nostre mani: fermarli tocca a noi. No Dal Molin!

Seguiranno aggiornamenti

Ritirate le forze dell’ordine


Esultano i manifestanti. Il Dal Molin è libero.

Ritirate le forze dell’ordine, dopo qualche ora di attesa. La società aeroporti infatti non ha richiesto lo sgombero, ritenendo legittima la manifestazione.
La serata quindi prevede assemblea pubblica, cena sociale e concerti per tutta la sera.

– 18:00 ASSEMBLEA PUBBLICA

– 19:30 CENA SOCIALE
– 21:00 MUSICA PER TUTTA LA SERATA
Vieni con parenti e amici.

il 2 febbraio – fiaccolata dal centro storico al Dal Molin

La giustizia ambientale al Forum Sociale Mondiale di Belem.

Cambiamenti climatici e impatto ambientale delle politiche neoliberiste sono uno dei temi di fondo delle centinaia di attività del Forum di Belem. Dopo la giornata dedicata interamente ai popoli e alle problematiche amazzoniche, il terzo, quarto e quinto giorno del World Social Forum 2009 sono riservati alle oltre 2.300 attività autogestite promosse da organizzazioni, sindacati, movimenti, forze politiche e gruppi religiosi. Panel, conferenze, laboratori, iniziative culturali occupano dalla mattina di ieri i tendoni spuntati come funghi nei campus delle due università che ospitano il Forum. Moltissimi i temi oggetto di discussione, innumerevoli i punti di vista, le esperienze condivise e le prospettive all’orizzonte. Nella giornata di ieri uno dei temi ricorrenti è stato la giustizia ambientale: la necessità cioè di elaborare politiche di compensazione e mitigazione di fronte agli impatti – sofferti principalmente sulle popolazioni dei paesi del sud – prodotti dall’emergenza ambientale che colpisce il pianeta. Paradossalmente insomma sono proprio i paesi con i più bassi livelli di emissioni nocive e di contaminazione quelli che più risentono dello stravolgimento del clima. Secondo l’ultimo report diffuso dalle Nazioni Unite, a livello globale ci sono ormai più sfollati e rifugiati per cause climatiche che a causa delle guerre. Mentre il Bangladesh e le isole del sud del pacifico rischiano di scomparire, i ghiacciai andini e himalayani diminuiscono anno per anno, l’Africa e l’Australia [come il sud Italia] registrano periodi di siccità sempre più lunghi e si moltiplicano cicloni, uragani ed inondazioni nelle aree tropico-equatoriali, i governi continuano a pianificare l’adozione di misure insufficienti e palliative sottovalutando una emergenza che diviene via via meno riparabile. Cambiamenti climatici che rivelano la fragilità e l’inadeguatezza del sistema economico attuale, basato su sfruttamento incontrollato delle risorse, utilizzo di combustibili fossili [principalmente petrolio e carbone] – tra le principali cause dell’effetto serra – e modelli di consumo smodati da parte dei paesi occidentali, le cui politiche sono dominate da multinazionali, industrie automobilistiche, imprese petrolifere, compagnie minerarie e, da ultimo, dai colossi dell’industria alimentare e dell’agro business. Nonostante vivano nella maggior parte dei casi secondo regole e modelli economici tradizionali e ben lontani da quelli occidentali i popoli del sud del mondo hanno subito negli ultimi anni conseguenze devastanti a causa degli impatti dei cambiamenti climatici. Ciò si spiega in base al fatto che le forme di sussistenze tradizionali, basate da generazioni sulla relazione con la terra, l’acqua, le conoscenze ancestrali, sono divenute sempre più vulnerabili di fronte all’incontrollabile impatto del clima. Di fronte a questo paradosso e all’ingiustizia sociale ed economica prodotta da questo paradigma, organizzazioni ambientaliste e movimenti sociali hanno deciso di lanciare una campagne globale per ristabilire giustizia, quella giustizia climatica appunto difficilmente quantificabile in termini economici ma che significa sopravvivenza per migliaia di persone. Le proposte emerse durante le attività di oggi si articolano su vari temi: modello energetico [implementazione di politiche energetiche sostenibili, incentivi all’efficienza energetica e allo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili non convenzionali] sviluppo urbano [politiche sostenibili sui trasporti e su produzione e gestione dei rifiuti, riforestazione] politica internazionale [campagne di lobby per garantire ai paesi del sud giusta compensazione e mitigazione per l’adattamento climatico]. Inadeguate anzi nocive la misure sin qui adottate, come l’istituzione del mercato delle emissioni e soprattutto il massiccio ricorso agli agro combustibili [attraverso l’impianto di piantagioni agricole industriali] che hanno dimostrato di essere ecologicamente e socialmente insostenibili. Strategie e nuove alleanze da mettere in atto attraverso convergenze più ampie possibili, in vista dell’appuntamento del dicembre prossimo a Copenaghen, dove le misure da adottare per far fronte ai cambiamenti climatici saranno nuovamente al centro dell’attenzione mondiale.

Sabato 31 Gennaio 2009 10:09

Marica Di Pierri, A Sud – carta.org

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AMAZZONIA ARROSTO: GREENPEACE DIFFONDE LE MAPPE DELL’ALLEVAMENTO CHE DEFORESTA

BELEM, Brasile 29 Gennaio, 2009 – Greenpeace, al World Social Forum di Belem, diffonde una serie di nuove mappe insieme al rapporto-scandalo: “Amazzonia arrosto. L’impronta ecologica dell’allevamento bovino nello stato del Mato Grosso”.
Con un emozionante videoblog e immagini direttamente dall’Amazzonia, Greenpeace denuncia la diretta relazione tra l’espansione dell’allevamento bovino e il dilagare della distruzione del polmone del mondo nello stato del Mato Grosso, la regione amazzonica con il più alto tasso di deforestazione. (DISPONIBILI SU RICHIESTA IMMAGINI FORMATO BROADCAST)

L’allevamento bovino è il principale motore della deforestazione nell’Amazzonia brasiliana. Il 79,5% delle aree recentemente deforestate in Amazzonia è stato destinato al pascolo.

Dal 1996 al 2006 ben 10 milioni di ettari (un’area pari a un terzo l’Italia) sono stati tagliati a raso a causa dell’allevamento bovino.
Oggi il Brasile, che possiede la mandria commerciale più grande del mondo, è il principale esportatore di carne e pelle bovina e il governo brasiliano intende, inoltre, raddoppiare la propria capacità di esportare questi prodotti entro il 2018.

“Il governo brasiliano vuole finanziare un ulteriore sviluppo del comparto zootecnico. Questo contraddice gli impegni del Brasile nella lotta alla deforestazione. – Denuncia Chiara Campione, Responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia. – Il Brasile è il quarto paese emettitore di Co2 a livello globale. In un paese in cui il 75% dei gas serra (GHG) emessi dipendono proprio dalla deforestazione, il governo dovrebbe prendere misure drastiche per fermare anziché stimolare l’espansione delle attività legate all’allevamento.”

Il prossimo dicembre, i leader del mondo intero si incontreranno a Copenhagen per decidere del nostro futuro nella negoziazione della Nazioni Unite per il Clima più importante di tutti i tempi. Considerato che la distruzione delle foreste tropicali è responsabile di ben un quinto delle emissioni di gas serra a livello globale qualsiasi accordo per salvare il pianeta dal cambiamento climatico dovrà includere misure per fermare la deforestazione.

Il rapporto di Greenpeace “Amazzonia Arrosto” delinea inoltre le misure che il governo brasiliano deve mettere in atto per raggiungere l’obiettivo di “Deforestazione Zero” entro il 2015, momento in cui le emissioni di gas serra a livello globale dovranno iniziare a calare drasticamente.

LINK:
Il rapporto Amazzonia Arrosto
http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/rapporti/amazzonia-bovini-deforestazione

Greenpeace Deforestazione Zero www.deforestazionezero.it

Il video blog dall’Amazzonia: http://it.youtube.com/watch?v=jINavxdZ87o

DISPONIBILI SU RICHIESTA IMMAGINI FORMATO BROADCAST

Contatti:
Ufficio stampa Greenpeace +39 06 68136061 (int.203 – 222)
Vittoria Iacovella, addetta stampa +39 348 3988615
Foto e video Massimo Guidi +39 328 0646175
Chiara Campione, responsabile campagna Foreste, 3470100310

E Gaza?

E GAZA ?????

Già il 19 gennaio, dopo una “tregua” di poche ore, mentre gli Israeliani occupano ancora Gaza tenendola nella morsa dell’assedio, tutto sembra ormai dimenticato dai media.


Pochi accenni, riguardanti quasi esclusivamente le attività diplomatiche dei grandi della Terra e sui Palestinesi, dopo aver indicato delle cifre impressionanti ( più di 1.300 morti di cui circa 450 bambini e minorenni, cifra che esclude le vittime non ancora estratte dalle macerie, 22.000 abitazioni distrutte, fra cui scuole ospedali, ministeri, ecc.), l’unico commento sentito in un telegiornale RAI è stato:
“ GAZA STA TORNANDO ALLA NORMALITÀ” e, col sorrisetto di chi ha solo tolto il dolce a un birichino da rieducare, “ORA CI PENSERANNO 2 VOLTE PRIMA DI LANCIARE UN RAZZO”.


Quanta disumanità, quanto cinismo, quanto servilismo servono per poter pronunciare certe indecenze?
Quanta faccia tosta per passare al “normale ordine del giorno”, con i problemi di Kakà e del Milan, come se non stesse succedendo nulla?
Come se i diritti umani di milioni di persone non continuassero ad essere calpestati?

Ma c’è di più: l’Italia si prepara a investire sulle macerie, e così gli Usa e così altri paesi che cureranno la propria recessione e proveranno a rimettere a posto il PIL sulle violazioni dei diritti umani e gli “effetti collaterali” delle bombe e dei carri armati.


Comitato sabino per la Palestina

cspalestina@libero.it

Rifiuti Zero a Napoli: appello dei Comuni Virtuosi

Il Comune di Capannori, nel febbraio 2007, con apposita Delibera Consiliare, è stato il primo Comune italiano ad aderire alla strategia internazionale Rifiuti Zero al 2020 organizzando un diverso sistema di raccolta dei rifiuti “Porta a porta” grazie alla preziosa collaborazione dell’azienda Ascit.
Nel mese di aprile 2008 a Capannori si è svolto il primo meeting “Rifiuti zero” al quale hanno partecipato esperti, associazioni, amministratori e comitati da tutta Italia e da paesi europei ed extraeuropei. Il Convegno ha avuto un grande successo amplificando a livello nazionale ed internazionale la piena riuscita delle “buone pratiche” di raccolta differenziata “porta a porta” e di riduzione dei rifiuti messe in atto.
L’associazione dei Comuni Virtuosi vede nella Strategia Rifiuti zero l’unica alternativa credibile e sostenibile per affrontare e risolvere uno dei problemi che accomunano tutti i territori del Belpaese, frutto di un modello di sviluppo superato e inadeguato.
Nell’ambito delle azioni concrete messe in campo in questi anni dai comuni iscritti, a dimostrazione dell’efficacia che possono assumere progettualità a favore dell’ambiente e delle comunità locali, la strategia zero rifiuti diventa per l’associazione il paradigma con cui declinare le proposte e gli interventi presenti e futuri nel campo dei rifiuti.
Il 15 febbraio prossimo, in occasione dell’Assemblea nazionale della rete che si svolgerà a Melpignano (LE), il coordinamento chiederà formalmente all’assemblea di adottare la Strategia Rifuti Zero, invitando tutti i comuni iscritti a seguire l’esempio del Comune di Capannori (LU). Prossimamente, a Napoli, dal 18 al 21 febbraio si svolgerà l’incontro mondiale della Zero Waste International Alliance fortemente voluto dalla Rete Nazionale Rifiuti Zero. Cogliamo l’occasione di sollecitare un’attiva partecipazione da parte in primo luogo dei Comuni italiani che chiamiamo a far propria un’opportunità irripetibile in quanto farà convergere proprio a Napoli esperti e realtà da tutto il mondo impegnate a promuovere la strategia rifiuti zero.
Questo evento si configura della massima importanza non solo per la Regione Campania ma per tutti gli amministratori che nel nostro Paese hanno a cuore il benessere delle loro Comunità ed il futuro del nostro Pianeta. Infatti questo Forum consentirà un concreto scambio di esperienze ed un elevato livello di confronto e di approfondimento nel solco dell’innovazione e della concretezza.
La presenza dei Comuni e degli amministratori, in particolare, ci sembra soprattutto importante nella giornata di giovedì’ 19 perché tutta dedicata proprio alla socializzazione delle migliori esperienze amministrative relative alla messa in atto di politiche virtuose in campo ambientale volte in particolare a favorire successi importanti nel campo delle Raccolte Differenziate, del Riuso/Riciclaggio/Compostaggio e della Riduzione/prevenzione dei rifiuti.
Più in generale il FORUM consentirà una presa di contatto diretta delle problematiche inerenti il percorso di attuazione della strategia rifiuti zero in molte aree e città grandi e piccole del mondo cosi’ come da parte di importanti gruppi industriali e commerciali anch’essi impegnati a promuovere importanti ed anche economicamente vantaggiose esperienze di riduzione degli scarti e/o di riciclo totale degli stessi.
Un’opportunità utile non solo per Napoli e per la Campania martoriate da decenni di criminale traffico di rifiuti tossici e dove la cosiddetta “emergenza rifiuti” è niente affatto risolta che potranno usufruire di proposte specifiche alternative alla disseminazione di inceneritori e discariche, ma anche per il nostro Paese nel suo insieme. Infatti in tutta Italia, grazie ad esperienze positive che riguardano ormai tutte le aree geografiche, stanno crescendo la consapevolezza ed il “know-how” in grado di fornire una risposta non inquinante e vantaggiosa per l’economia e per l’occupazione al problema rifiuti.
Le “pratiche virtuose” una volta attuate non solo a livello locale alimentano “stili di vita” alternativi ad uno sterile ed insostenibile consumismo ma incoraggiano e spingono anche le stesse produzioni industriali di beni e merci ad assumere maggiore responsabilità verso problematiche sanitarie ed ambientali.
Ed è proprio la responsabilità lo strumento principale che ci deve guidare per costruire un futuro sostenibile attento anche ai “diritti” delle generazioni a venire.
(procida.blogolandia.it)
Scarica l’appello
Per informazioni: http://www.comune.capannori.lu.it
Per registrarsi al meeting di Napoli: http://www.ambientefuturo.org – \n ambientefuturo@interfree.it

Restituiamo a Rom e Sinti la dignità di persone libere e responsabili

COMUNICATO STAMPA

CARI SINDACI DEI COMUNI DELLA PROVINCIA DI RIETI,

SIATE COERENTI, FINIAMOLA CON QUESTA DEMOCRATICA IPOCRISIA :

O VI GEMELLATE CON AUSCHWITZ PER RIATTIVARE I “FORNI”, O CI OCCUPIAMO TUTTI INSIEME DEL TEMA DELL’ ACCOGLIENZA PER RESTITUIRE A ROM E SINTI

LA DIGNITA’ DI PERSONE LIBERE E RESPONSABILI !

In Italia vagano da una città all’altra poco più di 150 mila “zingari” (in verità si tratta di due popoli, Rom e Sinti), quasi sempre accolti con diffidenza – se non odio – dalla popolazione locale, e tenuti accuratamente ai margini degli abitati in squallide periferie, costretti ad occupare aree a dir poco degradate e malsane.

Difficile convivere con una simile “accoglienza”. I nomadi (che in realtà sono ormai quasi sedentari) tentano maldestramente di adattarsi mettendo in atto, quasi sempre, le uniche risorse immediatamente praticabili: l’accattonaggio petulante, usando il più delle volte la pietà verso i loro bambini e le loro donne, e piccoli furti. Tutte manifestazioni che confermano, agli occhi degli abitanti locali, l’incapacità ad “integrarsi” da parte di questo popolo ed il diritto di chiunque a ritenerli colpevoli di ogni male, compreso il “rapimento di bambini” !

Al di là dei luoghi comuni, per lo più facilmente sfatabili (ad esempio, non un solo rapimento di minori in Italia, è stato poi accertato come addebitabile a loro, mentre in altre Nazioni vivono tranquillamente in alloggi popolari e lavorano in cooperative!), non possiamo arrenderci all’ignoranza ed all’arroganza di chi risponde solo con manifestazioni di diffidenza e di paura, mentre abbiamo il dovere morale e sociale di dire le cose come stanno, con obiettività.

Gli Zingari: su circa 15 milioni presenti soprattutto in Europa, solo poco più di 150.000 sono in Italia ed oltre il 70% di loro sono cittadini italiani sotto tutti gli effetti, semplicemente perché vi si sono trasferiti almeno dal 13° secolo. La metà degli abitanti dei campi nomadi sono bambini, un altro terzo sono donne, spesso incinte. Quando i valorosi e zelanti sindaci si decidono a radere al suolo le loro misere baracche e buttare all’aria i loro quattro stracci, evidentemente non svaniscono nel nulla, ma sono semplicemente “costretti” ad andare altrove. Dove, se nessuno li vuole? Chi semplicemente li manda via, sa bene che in realtà sposta altrove un problema che lui non ha saputo, né voluto risolvere. Ma non importa, …purché non vicino a casa sua ! …Perché meravigliarsi, a questo punto, del “perfido Adolfo” che una “soluzione finale” vera, a modo suo e meno ipocritamente, l’aveva trovata ?

Certo, tra loro come tra gli italiani, vi sono feroci criminali ed aguzzini senza scrupoli, che sfruttano bambini, donne e disabili, destinati, sin dalla nascita a chiedere l’elemosina o a rubare per i soliti pochi, veri ricchi del campo. Già, basterebbe poco per capire chi veramente sfrutta e chi è sfruttato in qualsiasi società, compreso un campo nomadi: basterebbe osservare chi possiede auto di lusso e villette in mezzo al campo, e chi cerca disperatamente di riparare i propri bambini dal freddo e dal caldo torrido solo con lamiere e cartoni. In fondo, nella nostra “civile” società italiana, dove il 10% delle persone possiedono oltre il 50% delle ricchezze prodotte, non succedono cose poi così diverse!

Certamente, molti Rom e Sinti potrebbero andare a lavorare, anziché chiedere l’elemosina e dedicarsi a furti e scippi. Ma voglio ancora trovare qualche italiano “perbene” disposto ad assumere qualcuno di loro come operaio nella sua azienda, cameriere, domestica, assistente o giardiniere che sia. E poi qualcuno si è mai interessato alle loro tradizioni artigianali?

Vogliamo, allora, smetterla con le stupidaggini da Medioevo e furbate di sindaci da 4 soldi che pensano di accattivarsi le simpatie dei propri concittadini con meschini comportamenti razzisti, quando evitano di assumersi le proprie responsabilità sociali nei confronti di esseri umani socialmente più fragili?

Stupisce che in una provincia, come quella reatina, con una delle più basse natalità d’Italia e del mondo – dove da ormai diversi anni il saldo demografico è dato da 1700 morti l’anno contro le poco più di 1200 nascite, compensate fortunatamente solo grazie agli immigrati – non si trovi una soluzione per alcune decine di famiglie Rom e Sinti.

Tutti sanno benissimo che l’accoglienza e l’integrazione si fa garantendo i diritti di cittadinanza ed i bisogni fondamentali a qualsiasi essere umano: accudimento, salute e scolarizzazione ai bambini ed alle loro madri, lavoro per gli adulti, una casa. Patti chiari con loro, come li si dovrebbe fare con qualsiasi residente in difficoltà, ma anche dimostrazione d’interesse verso la loro cultura millenaria da cui forse abbiamo anche molto da imparare.

Mettiamoci in gioco tutti ed ognuno faccia la sua parte, dimostrando che la cultura della solidarietà sociale e dei diritti dei popoli -compreso quello ROM e SINTI !- sono beni da tutelare e promuovere in concreto con uno scambio reciproco di tradizioni.

Allora sarebbe opportuna una proposta al Prefetto Pecoraro, a tutti i Sindaci ed in particolare al Sindaco di Rieti, nonché al Presidente della Provincia Fabio Melilli:

– recuperare all’abitabilità alcuni dei casali semi abbandonati della Piana reatina e della Provincia (compresa la stalla/fienile di 400 mq, di proprietà di un socio dell’Associazione PosTribù, che cederemmo gratuitamente alle istituzioni pubbliche per lo scopo), da rimettere a posto ed adibire ad abitazione di alcune famiglie e a laboratori di artigianato;

-costituire delle cooperativa integrata (2 terzi artigiani ed operai reatini / 1 terzo nomadi ) per la gestione di isole ecologiche di riciclaggio rifiuti, restauro, riparazione e riuso mobili ed elettrodomestici ancora in buono stato, pulizia di aree degradate da rifiuti abbandonati in mezzo ad aree verdi;

-far precedere il tutto da un periodo di formazione all’artigianato ed al recupero di materiale altrimenti destinato allo smaltimento in discarica o all’incenerimento;

-impegnare il mondo del volontariato e delle istituzioni per una vera e propria scuola di formazione per i diritti dei popoli e per l’accoglienza per popolazioni migranti, per uno scambio reciproco dei saperi.

QUESTO, PER SCOMMETTERE SU UNA SOCIETA’ FATTA DI ESSERI UMANI CHE HANNO TUTTO DA GUADAGNARE NEL PENSARE IN POSITIVO UNO DELL’ALTRO. ALTRIMENTI, VALE SEMPRE LA PROPOSTA DI …RIAPRIRE I FORNI DI AUSCHWITZ !

A questo proposito, Postribù sta progettando con il supporto di docenti universitari e personaggi del mondo della cultura e dell’arte anche una serie di incontri di sensibilizzazione e soprattutto un corso di storia e culture rivolti ai cittadini ma anche ai nostri dirigenti politici al fine di affrontare in maniera corretta e non superficiale il tema dell’immigrazione ma anche delle varie vicende internazionali di cui siamo a vari livelli testimoni.

Associazione PosTribù

Comitato Sabino di Solidarietà con il popolo palestinese

16.01.09

Comunichiamo che si è costituito un comitato sabino di solidarietà col popolo palestinese. Il comitato è rigorosamente A-PARTITICO ed è costituito nel pieno e totale rispetto dei principi enunciati nella dichiarazione universale dei diritti umani, pertanto rifiuta ogni posizione improntata a razzismo, antisemitismo, islamofobia e integralismo religioso di qualsivoglia specie.
Domani, 17 gennaio, il comitato parteciperà alla manifestazione nazionale contro la strage di Gaza e il reiterarsi delle stragi e delle violazioni dei diritti umani in M.O. Abbiamo scelto di partecipare alla manifestazione di Roma pur essendo idealmente vicini all’analoga manifestazione di Assisi e ritenendo che l’una sia integrazione dell’altra, pertanto invitiamo chi non va ad Assisi ma vuole ugualmente MANIFESTARE CONTRO LE STRAGI, a venire a PIAZZA VITTORIO (vicino alla stazione Termini) alle 15,30. Ci troveremo di fronte a MAS (angolo via dello Statuto/piazza Vittorio) dietro lo striscione “COMITATO SABINO PER LA PALESTINA”.
Vogliamo che Rieti e la provincia reatina si facciano vedere e facciano sentire la propria voce testimoniando il proprio NO ALLA VIOLAZIONE DI DIRITTI E ALLA DISTRUZIONE DI VITE CHE MOLTIPLICANO L’ODIO E ALLONTANO LA PACE.
Sappiamo tutti che il futuro di Israele, il suo bene e la sua sicurezza sono legati a doppio filo col riconoscimento e il rispetto dei diritti palestinesi troppo a lungo sacrificati ad interessi interni ed esterni alla regione mediorientale, e in questo momento riteniamo necessario gridare forte “SIAMO TUTTI PALESTINESI” e per questo chiediamo di lasciare da parte le bandiere di partito e di sventolare solo kefiah o bandiere palestinesi.
Vi aspettiamo alle 15,30 a Piazza Vittorio.

Comitato sabino per la Palestina

p.s.
Per informazioni potete rispondere a questo indirizzo: cspalestina@libero.it o partecipare alla riunione che faremo nei diversi Comuni, a partire da quella di domenica prossima a Forano.

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