Economia Ecologica e Crisi

Confronto tra società civile, mondo accademico, informazione e amministrazioni locali

Il prossimo 25 giugno, a partire dalle 15.30 si terrà a Roma, nella sede della Provincia a Palazzo Valentini, un importante convegno internazionale che metterà a confronto realtà differenti – sociali, accademiche, amministrative e dell’informazione – per discutere di crisi e di alternative per uscirne dal punto di vista dell’economia ecologica. Continua a leggere Economia Ecologica e Crisi

Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo

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È passato più di un anno dall’inizio della crisi che colpì il settore della costruzione succesivamente accompagnata dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti d’America, che presto si trasmise ad altri settori ed ad altre nazioni; la mancazza di denaro liquido si trasformava in un virus mortale che si trasmetteva da un malato ad un altro, di settore in settore, lasciando una importante lista di fallimenti impresariali e un gran numero di disoccupati.

Così l’anno 2008 entrava nella storia per la maggiore crisi finanziaria dopo quella del 1929.
Nella vita si possono vedere e analizzare gli stessi fatti con prospettive differenti, dipende dalle lenti che portiamo, come ci
mostrò Kant, cosi possiamo guardare i fatti in altro modo e vedere nel inizio la fine. La fine di un mondo.

Sono passati ormai anni dalla fine della guerra fredda, il capitalismo vinceva l’impero sovientico e imponeva la sua filosofia, le sue politiche, la sua economia, più in generale la sua visione del mondo.
In questi processi storici si incrociavano aspetti politici, sociali e economici, con dinamiche locali e globali che davano vita,
semplificando, alla globalizzazione neoconservatrice.
Le grandi multinazionali, i grandi consigli di amministrazione iniziarono a rendere conto solo ai grandi azionisti, tra cui anche le banche, che approfittando del vuoto legislativo e instituzionale iniziarono a muoversi in un mercato che era diventato globale, astratto e indefinito, dando vita a un circolo vizioso di finanza volatile basata sul debito.
Avveniva che le imprese immobiliari iniziavano una promozione di case nuove senza avere un soldo, chiedevano un prestito alle banche che puntualmente lo concedevano, dopo di che iniziavano a vendere le case, senza neanche aver posto un mattone, con questi soldi pagavano le banche e iniziavano a costriure. Per altro lato le persone chiedevano
prestiti alle banche, che puntualmente non lo negavano a nessuno anche favoriti dai bassi tassi varibili.
Questo meccanismo garantiva grandi guadagni in tempi brevi, però ipoteche e prestiti sono a lungo termine e con il tempo il meccanismo si è inceppato, e tutti, imprese, banche, e cittadini sono rimasti senza soldi.
Il capitalismo senza capitali ha mostrato il suo lato più oscuro, sono finiti i tempi degli obbiettivi a breve termine, i
guadagni facili e le imprese hanno iniziato a chiudere, così le banche, le assicurazioni, e via via il virus si è diffuso all’economia reale.
Lasciando miglioni di disoccupati.
Però c’è un altro attore che muore finendo sotto le ceneri, è il capitalismo stesso, o meglio il capitalismo come eravamo abituati identificare fino ad adesso, con la semplificazione, capitalistmo-proletariato.
Il capitalismo già non esiste più, è morto, come è morto lo stato-nazione e i parlamenti, svuotati di senso e importanza, e il
potere transita nelle mani di piccole élite che impongono le propie politiche; è il capitalismo feudale, o meglio, il fedualismo
impresariale como lo definisce Cesar Castillo, dove il potere non è esercitato dalle grandi famiglie nobili, ma dai grandi azionisti delle più importanti imprese.
Il filosofo Umberto Galambini ci spiega come la relazione capitale-operaio si sia ormai trasformata a favore di un capitalismo
che si oppone a tutta la popolazione, un capitalismo che si astrae dalla società diventando capitalismo finanziario che si eleva al di sopra della società imponendo le sue regole.
Donne e uomini identificabili in differenti strati sociali, ognuno portatore di differenti interessi, che precedentemente vivevano in posizioni di conflitto, sono stati forzatamente raggrupati in una unica classe sociale accomunati unicamente da uno stato d’animo: il vivere in precarieta. Oggi imprenditori, impresari, operai, tutti vivono con una senzazione di incertezza verso il domani, con la senzazione che la propia vita dipenda da scelte di altri senza nome e volto, accomuna attori fino a ieri antagonisti.
Il mercato non è stato in grado di limitarsi e autoregolarsi, la famosa mano invisibile e diventata sempre più debolie flebile, fino a scomparire senza creare il meccanismo di bilanciamento indispensabili per ogni sistema, sia esso sociale o economico, i governi non hanno voluto o potuto porre delle regole, e oggi, la società, le donne e gli
uomini stanno pagando il prezzo più alto.
Attori che soffrono sulla loro pelle, quotidianamente una crisi che non è arrivata di colpo, estistevano degli indicatori chiari e precisi su quello che stava avvenendo, però era necessario saper leggere, o forse voler leggere.
E cosi, all’improvviso il nemico di ieri è tornato ad essere il miglior amico, tutti a chimare, invocare lo stato che è nuovamente alto, biondo e bello.
Con bilanci statali peggiorati e più tasse per il futuro.
Cosi la storia da un altro giro, a un ciclo che si chiude se ne apre subito un altro, è questo il motore della storia e ponendosi
nuovamente altre lenti possiamo dire che un mondo è finito. Però una fine porta con se sempre un principio, bisogna vedere nelle difficoltà le opportunità che si presentano, l’opportunità di creare un nuovo mondo che nasca da quello che Pier Paol Pasolini chiamava la dittatura del consumismo, un mondo che segua una logica più armoniosa, più ecologista, che viva di necessità vere e non false, o create dalle imprese.
Un mondo dove le persone cooperano fra di loro invece di competere.
Le persone devono ritornare al posto che meritano, decidendo sul propio futuro, dove i governi pongono le condizioni per poter utilizzare i nuovi saperi e le nuove tecnologie, che stanno lì a nostra disposizione e che ci possono permettere di vivere meglio e più a lungo, permettendoci di dare più spazio alle nostre illusioni.
Dobbiamo ripensare interamente il nostro modello di svilluppo, raggiungendo un accordo sul senso delle cose, a cosa servono e a cosa no.
Dobbiamo essere d’accordo su cosa è una automobile e a cosa serve, se può raggiungere velocità da formula 1 o avere dimensioni più adatte a un carro armato, o se ne necessitiamo per muoverci in città, con piccole dimensioni e poco inquinanti. O se lo necessitiamo veramente?
Abbiamo il diritto e il dovere di impegnarci per ottenere nuove istituzioni che ci permettano di partecipare di più, che si creino nuovi modelli instituzionali più adatti alle nuove realtà globali.
Abbiamo bisogno di parlare del futuro, di quale visione abbiamo, e iniziare a lavorare per un nuovo mondo.
Può sembrare assurdo, però possiamo guardare al futuro con speranza, un futuro che dipenda da noi, dobbiamo solo che iniziare.

Roberto Vanni
Sociologo

In colaborazione con Cesar Castillo,
Professore di Finanza alla “EAE, Escuela de Administración de Empresa” Buisness School (Barcelona)

La Shell paga 15,5 milioni di dollari per la morte di Ken Saro-Wiwa ed evitare il processo.

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Torna a casa il britannico Matthew Maguire
martedì 9 giugno 2009
Le anticipazioni della scorsa settimana, sul processo alla Shell che si apriva a New York, si sono rivelate esatte. La Compagnia petrolifera dice di non aver fatto nulla di male nel Delta del Niger. Ma intanto accetta di pagare 15,5 milioni di dollari come “gesto umanitario” perché non si celebri il processo.
Matthew Maguire libero entro 24 ore. “Nessuno deve pensare che lo usiamo come scudo” dice il Mend.
Alla fine come dice Enzo Mangini su Carta “L’hanno spuntata gli avvocati della multinazionale anglo-olandese Shell: 15,5 milioni di dollari da versare ai familiari di Ken Saro-Wiwa e degli altri sette attivisti Ogoni impiccati dal regime nigeriano di Sani Abacha nel 1995 per aver denunciato la corruzione e i danni ambientali causati dalle trivellazioni della Shell nella regione del Delta del Niger. La Shell avrebbe dovuto risponderne davanti a una corte federale statunitense, ma dopo settimane di trattative, la multinazionale ha accettato di pagare per evitare la pubblicità negativa che sarebbe derivata dal processo. Oggi l’annuncio dell’accordo che comprende una clausola di «non liability», cioè di non luogo a procedere per le presunte responsabilità della multinazionale. In questo modo, e per una cifra molto bassa soprattutto considerando il bilancio della Shell, è stato disinnescato un processo storico: sarebbe stata la prima che una multinazionale avrebbe dovuto rispondere per violazioni dei diritti umani.” In un intervista rilasciata alla CNN Ken Saro-Wiwa Jr., il figlio dello scrittore-poeta nigeriano non-violento giustiziato dal regime militare nigeriano, ha dichiarato che questo accordo consente ai familiari delle vittime di chiudere con il passato.

1912- RELAZIONE DELL’ISPETTORATO PER L’IMMIGRAZIONE DEL CONGRESSO AMERICANO SUGLI IMMIGRATI ITALIANI NEGLI STATI UNITI.

RELAZIONE DELL’OTTOBRE 1912 DELL’ISPETTORATO PER L’IMMIGRAZIONE DEL CONGRESSO AMERICANO SUGLI IMMIGRATI ITALIANI NEGLI STATI UNITI.

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
[…]
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si
adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i
documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”

Violenta Repressione delle forze armate nell’Amazzonia Peruviana

Venerdì 05 Giugno 2009 18:04 A Sud

Tra i dieci e i venti i morti causati dalla dura repressione del levantamiento (sollevamento) indigeno nell’Amazzonia del Perù. Le autorità indigene e le organizzazioni sociali chiedono che si intraprenda un giudizio internazionale contro il governo di Alan García Pérez per la criminalizzazione dei movimenti sociali e le reiterate violazioni di diritti umani.
Il governo aprista di Alan García Pérez ha dato il via ad una brutale repressione nell’Amazzonia Peruviana, scattata all’alba di oggi. Le informazioni sono confuse, non ci sono cifre ufficiali, ma le fonti parlano di un numero di morti che varia tra dieci e venti.
E’ il tragico saldo degli scontri tra la DINOES – Direzione Nazionale di Operazioni Speciali, e gli indigeni di Bagua durante l’operazione iniziata alle 5.30 di questa mattina. L’ospedale di Bagua ha chiuso le porte perchè non può più ricevere feriti, gli infermieri e i medici della zona si stanno occupando di prestare i primi soccorsi ai feriti sprovvisti di assicurazione medica.

Il presidente del Comitato di Lotta Provinciale di Condorcanqui, Santiago Manuig Valera, è deceduto dopo essere stato ferito con armi da fuoco. Anche sette agenti di polizia hanno perso la vita nella zona.

Da due mesi le popolazioni indigene del Perù portano avanti una mobilitazione pacifica per chiedere l’abrogazione dei decreti legge emanati dal governo in violazione dei diritti umani e a favore della distruzione di ampie zone di foresta amazzonica. La legge sull’acqua, la legge forestale e altri provvedimenti che legittimano la repressione e la persecuzione di qualunque forma di protesta sociale sono al centro delle proteste, assieme alla contrarietà della popolazione alla sigla del TLC con gli Stati Uniti.

Secondo i portavoce dei movimenti indigeni del Perù “È la risposta del regime a 56 giorni di lotta pacifica indigena e di cosiddetti dialoghi e negoziazioni con il governo che finiscono come sempre con il rumore delle pallottole e la brutalità, le stesse di più di 500 anni di oppressione”.

“Oggi più che mai è urgente – si legge nel comunicato della CAOI, Coordinamento Andino di Organizzazioni Indigene – compiere quanto emerso dal IV Vertice Continentale dei Popoli  e Nazionalità Indigene dell’Abya Yala, tenutasi dal 27 al 31 maggio nella città di Puno, in Perù, cioè esprimere solidarietà ai popoli amazzonici peruviani, realizzando sit-in e proteste davanti alle ambasciate del Perù in tutti i paesi fino a che non si detenga l’uso della forza e non sia definitivamente fermato il bagno di sangue in Perù.”

La repressione è arrivata dopo che il Congresso della Repubblica, con un atto palesemente provocatorio, secondo quanto emerge dal comunicato, ha deciso di posticipare nuovamente il dibattito relativo alla deroga dei decreti legislativi preparatori per la firma del TLC con gli Usa, decreti che facilitano la penetrazione delle imprese nei territori amazzonici e indigeni. La notizia dello spostamento del dibattito è arrivata proprio mentre numerose unità di forze armate raggiungevano i territori amazzonici di Bague.

Le organizzazioni indigene invitano la società civile di tutti i paesi a spedire lettere e denunce al governo peruviano, al Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Popoli Indigeni, ai Premi Nóbel per la Pace, alle organizzazioni internazionali come Amnesty e Survival, alla Commissione Interamericana per i Diritti umani, all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Accordo 169), affinché mandino immediatamente missioni di monitoraggio in Perù, pronunciandosi per fermare la repressione e garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni.

Anche le Nazioni Unite sono chiamate a verificare la situazione nelle regioni coinvolte dalla repressione e a mettere in atto misure volte a garantire, tra gli altri, il diritto alla vita e alla protesta sociale.

Oggi pomeriggio alle 17 a Lima, praticamente tutte le organizzazioni del movimento sociale peruviano, articolate nel Fronte Comunitario per la Vita e la Sovranità, si sono date appuntamento per una mobilitazione in solidarietà con le lotte dei popoli amazzonici e per denunciare la condotta criminale del governo. La manifestazione partirà da Piazza di Francia.

Amazzonia, che macello!

dalla rete NoInc (Rete Nazionale dei Comitati Rifiuti Zero)

Amazzonia, che macello!

Guarda il video:  http://t.contactlab.it/c/2000836/115/599339/399

Cari cyberattivisti,

Lunedì scorso abbiamo pubblicato l´inchiesta scandalo “Amazzonia, che macello!”. Dopo tre anni di indagine sotto copertura, abbiamo scoperto che le scarpe Geox, Adidas, Timberland e Clarks, i divani di pelle Chateaux d´Ax e Ikea, le scatolette di carne Simmenthal e Montana possono avere un´impronta devastante sull´ultimo polmone del mondo.

La foresta amazzonica, infatti, viene distrutta per far spazio agli allevamenti illegali di bovini. E la carne e la pelle che ne derivano contaminano le filiere internazionali dell´alimentare, dell´arredamento, della moda e delle scarpe.

Distruggere l´Amazzonia vuol dire soffocare il clima del Pianeta e il nostro futuro. È il tempo del coraggio e della responsabilità per i governi e per le aziende che stanno dietro ai marchi globali, se vogliamo vincere la sfida del cambiamento climatico.

Per salvare il clima, noi dobbiamo salvare l´Amazzonia. E ogni passo conta.Facciamo il primo passo: chiediamo insieme alle aziende di interrompere immediatamente l´utilizzo di pelle che viene dalla distruzione della foresta amazzonica. Se non volete correre il rischio di calpestare l´Amazzonia con le vostre scarpe, scrivete anche voi a Geox, Nike, Timberland, Adidas, Reebok e Clark´s

http://t.contactlab.it/c/2000836/115/599339/399

Grazie mille e a presto!
Chiara Campione
Responsabile campagna Foreste

Comunicato Stampa

«ACEA: DISASTROSA NELLA GESTIONE DEL SERVIZIO IDRICO, MA PER COSTINI, EMILI, BONCOMPAGNI e CICOLANI E’ LA BENVENUTA»

acea

E’ veramente patetico vedere sui muri di Rieti i manifesti delle associazioni di estrema destra vicine a Costini inneggiare a mutui sociali, contro finanza e banche “traditrici” e poi osservare lo stesso candidato alla Provincia pavoneggiarsi, insieme al “Senatore salva-manager” Cicolani, al fianco degli amministratori di multinazionali come ACEA SpA che speculano sulla povera gente con operazioni bancarie e finanziarie. Allora abbiamo pensato che sarebbe stato gradito dalla “pura e dura” Destra sociale reatina conoscere chi è realmente ACEA.

E’ una società per azioni quotata in borsa che persegue, ormai da più di 10 anni e spesso nell’illegittimità più completa, la finanziarizzazione dei servizi pubblici locali, la sottrazione dell’acqua e dei beni comuni a scopo di business, la considerazione della salvaguardia ambientale e del diritto alla salute come variabili dipendenti dei profitti, l’espropriazione di democrazia e di controllo sociale.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: dagli aumenti costanti delle tariffe al peggioramento della qualità dei servizi, dalla riduzione dell’occupazione alla precarizzazione e al peggioramento delle condizioni di lavoro, dall’aumento dei consumi alla mancanza di trasparenza e di comunicazione.

Non è un caso che in ogni territorio gestito da ACEA sono nate lotte contro la privatizzazione dell’acqua. Dal Lazio alla Toscana, dalla Campania all’Umbria, decine di comitati promuovono campagne contro ACEA e accanto alle esperienze di lotta per l’acqua si affiancano costantemente quelle contro il servizio energia e contro gli inceneritori di rifiuti, business su cui gli stessi azionisti di ACEA stanno puntando sempre più.

Tanto per essere ancora più precisi, quando parliamo di illegittimità ci riferiamo ad esempio allo sfruttamento (400 milioni di euro) delle sorgenti Peschiera-Le Capore, senza concessione da 13 anni e senza alcun principio di salvaguardia della risorsa che per un 40% si perde da acquedotti colabrodo, mentre la Regione Lazio e la Provincia di Rieti restano a guardare le promesse elettorali del Sindaco Alemanno; oppure ci riferiamo alla concessione per 30 anni del servizio idrico ATO2 (Provincia di Roma) che, unica in Europa, è avvenuta con affidamento diretto senza gara pubblica ad una SpA quotata in borsa (Povere piccole e medie imprese costrette invece a ribassi spaventosi!).

Forse però non ci dovremmo stupire troppo di tanto spregio per la democrazia visto che SOGEA SpA (leggasi ACEA) così come ASM Rieti SpA sono già affidatarie, anche loro illegittime, per la gestione dell’acqua e dei rifiuti a Rieti.

Un piccolo quesito dunque per concludere: se un piccolo esercizio commerciale di Frosinone, di Firenze o in Honduras ha subito aumenti in bolletta del 300% da parte di ACEA, quanto pagherà l’acqua la futura Amministrazione provinciale di Rieti per il PalaACEA?

Rieti: “La tua ACEA ti ha già tradito… e non ti scalderà!”

Associazione PosTribù onlus

>>leggi l’articolo sul Giornale di Rieti

“Gli Invisibili” Festa in sostegno dei rifugiati Eritrei e Somali

la festa è stata rimandata -causa maltempo- a data da destinarsi... vi faremo sapere presto!
"gli Invisibili"
Causa maltempo siamo costretti a rinviare la Festa in oggetto.
Ci auguriamo di rivederci al più presto per aiutare i nostri amici Eritrei e Somali e festeggiare con loro.
A presto il nuovo appuntamento.
Postribu’
ore 9,30 –  Torneo di Calcetto “anti-sismico e anti-ronde”
ore 12,30 –  Pranzo “scaccia crisi e scaccia razzisti”
Presso il Casale “Invisibile” di Antonio Ferraro (Coordinatore di Cittadinanzattiva), sotto lo svincolo del cavalcavia di via Tancia
(€ 10 + sottoscrizione a sostegno dei rifugiati)
Per prenotazioni e sottoscrizioni potete rispondere a questa mail o contattarci ai numeri: 3474807602 (Pablo) e 3935969317 (Antonio)
COMUNICATO STAMPA
CITTADINANZATTIVA-AMNESTY INTERNATIONAL-POSTRIBU’

2 GIUGNO 2009 – FESTA IN SOSTEGNO DEI RIFUGIATI ERITREI E SOMALI

Un torneo di calcetto “Anti-ronde” ed un pranzo “Scaccia crisi e scaccia razzisti”. Così Cittadinanzattiva, Amnesty International e Postribù Onlus hanno deciso di festeggiare il 2 giugno organizzando una “Festa in sostegno dei rifugiati eritrei e somali” insieme alla cittadinanza ed ai rifugiati che da tempo vivono sul nostro territorio che si sono costituiti in Comitato.

Mentre tutti si preparano ad accaparrarsi gli ultimi voti utili ci sono molti cittadini che hanno bisogno di casa, lavoro e cibo. Tutti diritti che dovrebbe garantire la Repubblica Italiana fondata proprio il 2 giugno 1946.

Tra questi cittadini ce ne sono alcuni originari di paesi vittime di accordi economici e militari con l’Europa che stanno distruggendo ogni possibilità di autosussistenza e autodeterminazione dei popoli.

Lo Stato Italiano, oltre ad aumentare ogni hanno la spesa per i sistemi d’attacco militare (13 miliardi di euro per acquistare 130 F35), è complice della dittatura in Eritrea, oltre che delle guerre civili in Somalia, Congo e Nigeria dove l’Eni sta continuando a distruggere il Delta del Niger.

Denaro ed investimenti che potrebbero andare alla ricostruzione democratica delle zone terremotate, ad energie sostenibili, diffuse e più democratiche di quelle fossili, ad una degna accoglienza dei migranti e ad un alloggio per tutti i senza casa.

In questi giorni, con una trentina di persone quasi tutte eritree, abbiamo creato relazioni umane che hanno dato loro una speranza di potersi costruire un futuro in provincia di Rieti. Ora stanno lentamente imparando la lingua italiana seguendo un corso organizzato dall’Arci e molti di loro cominciano a trovare i primi lavori.

Alcune persone hanno ridato vita alla terra incolta del Casale dove andremo a pranzare con cucina tipica Eritrea e con i primi raccolti (biologici) dell’orto “invisibile”; invisibile come loro, perchè quello che hanno non è sufficiente e tutto ciò che chiedono e di cui hanno bisogno è ancora invisibile ai nostri occhi.

Vi aspettiamo, scriveteci a:

post.tribu@gmail.com

Casale invisibile

Fuga in Umbria, alla scoperta del turismo sostenibile: il racconto (prima parte)

Pubblicato da Francesca Airaghi, Blogosfere staff alle 17

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Due giorni nel cuore dell’Umbria, per conoscere Passepartout, una piccola rete locale di turismo responsabile. Un sistema di accoglienza turistica che mette al centro del viaggio, prima e sopra a tutto, la persona e le sue esigenze. Un impegno che parte proprio dal nome Passepartout, chiaro riferimento al maggiordomo che segue e accompagna il protagonista ne “Il Giro del mondo in 80 giorni”.

Nei giorni scorsi, ho avuto il piacere di partecipare al primo educational tour della rete Passepartout. Ecco il racconto.

Viaggio – Per me ogni partenza inizia sempre con il caos. Ci sono due giorni di assenza da programmare in redazione, la valigia da fare, le interviste da studiare, i biglietti del treno da stampare. Poi la corsa in stazione, in perenne ritardo. Finalmente si parte. Dal cocente sole di Milano si attraversa la pianura fino a Firenze. Due ore di percorrenza sul nuovissimo FrecciaRossa. Arrivati in terra di rinascimento, il tempo per un caffè, uno scorcio di Santa Maria Novella da una vetrata e si cambia. Regionale fino ad Assisi. In stazione mi aspetta un pulmino, con un autista attratto dalla nuvole che mi accompagna all’Ostello “La tana libera tutti!”.

L’ostello – Nel cuore dell’antico paesino di Cannara, a soli 13 km da Assisi ( ma vicinissimo anche a Perugia, Spoleto, Foligno), si trova  l’Ostello “La tana libera tutti!”, un antico convento delle Clarisse di S. Sebastiano molto ospitale. Le camere sono semplici e pulite. Il personale disponibile e attento alle esigenze di ogni visitatore.

I borghi – Giusto il tempo di sistemare la valigia ed entro nel vivo del programma. Inizia un piccolo tour di visita al borghetto di Collemancio e al sito archeologico di Hurvinum Hortense, le rovine dell’antico municipio romano, da cui si domina gran parte della valle del Tevere. Poi una sosta con aperitivo a Bevagna, luogo in cui ogni anno si tiene il mercato delle Gaite. Una rievocazione storica in cui le antiche botteghe dei mestieri medievali riaprono e le vie si riempiono di bevanati che in abiti d’epoca vivono la quotidianità dei loro antenati. A guidarci nella visita è Chiara, guida assisiate, appassionata di archeologia.

La cena – (A)tipica, presso il ristorante “In bocca al lupo”. Nel cortile esterno, a lume di candela ci vengono serviti gustosissimi piatti tutti incentrati su materie prime di qualità. Verdure, pane fresco fatto in casa (delizioso quello alle noci senza glutine), tartufi, carni, sono solo alcune delle specialità proposte dallo chef Sergio Tomassini. Ad accompagnare la degustazione i produttori del luogo: Roberto Di Filippo e i suoi vini e Alberto Giglietti con il suo olio biologico.

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Secondo giorno nel cuore dell’Umbria , alla scoperta di Passepartout, una piccola rete locale di turismo responsabile.

Sleep and food – Dopo una notte tranquilla e silenziosa all‘Ostello “La tana libera tutti!”,(chi dice che gli ostelli sono scomodi, sbaglia di grosso) inizio una nuova giornata. Una passeggiata nel borgo di Cannara, l’acquisto del quotidiano e quattro chiacchiere con i miei compagni di viaggio. Poi colazione all’italiana preparata con i prodotti del commercio Equo e Solidale. E si parte, alla volta di Villa Fidelia.

Villa Fidelia – Affacciata lungo le pendici del Subasio tra Assisi e Spello, circondata da un verdissimo parco di circa 6 ettari, la villa è stata edificata tra il 1805 e il 1830 sulle fondamenta di un santuario romano. Qui, ci spiega Massimiliano guidandoci alla scoperta del parco e della residenza d’epoca, è possibile organizzare una molteplicità di eventi (in e outdoor): ricevimenti, banchetti, matrimoni, concerti, rappresentazioni teatrali ed esposizioni temporanee (qui tutte le informazioni).

La conferenza – Finita la visita, Sonia e Massimiliano ci conducono alla scoperta delle opportunità del Sistema Passepartout che offre cinque chiavi di accesso per vivere e conoscere la meravigliosa Umbria: dormire, mangiare, passeggiare, conoscere e assistere ad eventi.

How to – Per informazioni sulla rete Passepartout:cliccate qui o inviate una email a info@passepartout-abn.it
http://www.passepartout-abn.it/

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Ancora dall’inferno delle tendopoli

ANCORA DALL’INFERNO DELLE TENDOPOLI

Freddo di notte, caldo di giorno, un caldo sfibrante, soprattutto per i 120 sfollati di Colle Sassa, rimasti senza acqua, senza poter bere e lavarsi per 2 giorni, fino a quando non hanno protestato e minacciato querele.
Freddo di notte, caldo di giorno. Nelle cuccette e nelle tende alla mattina non si può più stare:
manca l’aria e il termometro sale ad oltre 30°. Il microclima, il sovraffollamento, le scarse condizioni igieniche e i tardivi controlli sugli alimenti e la gestione della cucina nei campi favoriscono la diffusione di malattie infettive e parassitarie. 50 casi di gastroenterite nel solo campo di piazza d’armi in un solo giorno e i malati vengono tenuti in isolamento
nelle tende.
Un caso accertato di tubercolosi nel campo di Pizzoli, ma le prime notizie apparse su televideo parlavano di 5 malati di tubercolosi all’Aquila. Di una cosa sicuramente siamo tutti malati, la disinformazione.
La protezione civile promette condizionatori e doppi teli per proteggersi dal sole, ma intanto si aspettano ancora lavabi in prossimità dei cessi chimici e i medici asseriscono che: “per prendere una diarrea basta aprire la porta del bagno chimico e poi non lavarsi le mani”.
Sapete cosa ha risposto la protezione civile ad uno sfollato disoccupato che chiedeva teli frangisole e frigoriferi per il campo? “Vedi di farteli regalare da qualcuno, noi non ne abbiamo!”
Fa caldo, troppo caldo nelle tende, i bambini, gli anziani, i malati costretti all’isolamento non riusciranno a superare l’estate e l’ospedale da campo non è in grado di fronteggiare l’emergenza. Nonostante i climatizzatori, nelle tende dell’ospedale la temperatura supera i 30° e i ricoverati, di cui una trentina di anziani allettati nelle tende di medicina interna, aspettano i rifornimenti di integratori salini contro il caldo.
Per andare al bagno, chi può alzarsi dal letto deve uscire dalla tenda per raggiungere i cessi chimici e durante il percorso rischia di inciampare in un’altra minaccia, le vipere. Ma non è tutto: dal 20 maggio, per una settimana, sono sospesi gli esami per i pazienti ambulatoriali e ricoverati per liberare le aree dove verrà montato l’ospedale da campo del G8.
Questo maledetto G8, che già da ora rende ancora piùinvivibile, con la sua invadenza militare e finanziaria le condizioni degli sfollati aquilani. Un G8 che sottrae e sottrarrà alla rinascita della città risorse urbanistiche ed economiche preziose.
L’ennesima beffa e provocazione a danno dei terremotati abruzzesi.

Un G8 per il quale verranno sperperati 90 milioni di euro di denaro pubblico per stendere un tappeto rosso sotto i piedi degli 8 potenti della terra (sotto i piedi dei terremotati abruzzesi solo scosse e vipere), un G8 per il quale il governo si sta adoperando in tutta fretta per mettere in sicurezza da eventuali contestazioni gli 8 potenti della terra, nella roccaforte blindata e antisismica della caserma ”Vincenzo Giudice” (che potrebbe ospitare già da adesso 25.000 sfollati, o in alternativa la sede dell’universitàdell’Aquila), un G8 per il quale verranno sottratti agli sfollati altri 900mila euro per l’adeguamento dell’aeroporto di Preturo alle esigenze di mobilità e sicurezza degli 8 potenti della terra (alle proprie esigenze di sicurezza e di mobilità gli sfollati devono pensare da soli, senza intralciare le forze del disordine a difesa del G8 e della più alta concentrazione in Italia di depositi bancari, quale era l’Aquila sicuramente già prima del sisma del 6 aprile), un G8 per il quale già da ora il diritto alla mobilità, alla salute, al lavoro, alla casa, alla sicurezza dei
terremotati abruzzesi passa in secondo piano rispetto ai privilegi e all’arroganza dei potenti e dei governi.

Dal 6 aprile non abbiamo più diritto all’autogoverno, non abbiamo più diritti. I malati vengono spediti fuori dall’Abruzzo per essere curati e il personale medico, cosìcome anche quello dell’università, se può abbandona il
territorio. Qui non c’è più lavoro per gli aquilani, qui non c’è più neanche l’assistenza sanitaria minima, garantita prima del terremoto.
Gli operai comunali sono a braccia conserte e la breccia delle cave abruzzesi per i campi e per il G8 viene prelevata da ditte provenienti da Milano o Torino perché, dicono, le cave non sono sicure, come se le ditte di Milano o Torino conoscessero il territorio abruzzese meglio di chi ci vive da sempre.
La disoccupazione nel territorio aquilano, già molto elevata prima del terremoto, ora ha raggiunto livelli insopportabili per un tessuto sociale così profondamente diviso e sparpagliato tra un presente di tendopoli e alberghi-ghetto e un futuro di new town.

L’Aquila nacque dall’unione di 99 villaggi, che strinsero un patto per fuggire alle vessazioni dei baroni feudali e garantire a tutti stessi diritti civici e uso delle proprietà collettive, come boschi e pascoli. Ora questi campi, le future new town, riporteranno indietro l’orologio di questa città di almeno 8 secoli.
Fa caldo, troppo caldo nelle tendopoli e si muore di noia. Chi prima aveva un lavoro, seppur precario, ora non lo ha più e migliaia di famiglie non hanno più neanche un reddito su cui contare.
Né il governo centrale, né le amministrazioni locali si sono concretamente impegnati a far ripartire l’economia del territorio, privilegiando evidentemente speculazioni di interesse politico ed economico a discapito del tessuto umano.
I prodotti locali dell’agricoltura e dell’allevamento, inutilmente offerti alla protezione civile per il consumo nei campi, rimangono invenduti e devono essere distrutti. Sono le grosse catene di distribuzione e non i piccoli produttori indigeni a guadagnare dall’emergenza.
Nelle tendopoli gli sfollati non hanno certo diritto di scelta e, mentre nelle stalle abruzzesi i vitelli invecchiano e il latte deve essere gettato, nei campi la minestra è sempre quella del cibo in scatola o surgelato, di dubbia provenienza e inesistente genuinità, probabile concausa della recente epidemia di dissenteria.

I lavoratori aquilani sono costretti ad emigrare per trovare un lavoro, anche perché di fatto, gli enti locali sono stati commissariati. La popolazione, con il decreto 39 e relative ordinanze viene espropriata di ogni potere decisionale in merito al proprio destino, sia per quanto riguarda la fase dell’emergenza (impossibilità di autogestione nei campi della protezione civile e blocco degli aiuti da parte della stessa nei confronti dei campi autogestiti) sia per quanto riguarda quella della ricostruzione, per la quale il suddetto decreto, invece di privilegiare i lavoratori del posto, promette una giungla di subappalti ad imprese a partecipazione mafiosa e massonica, provenienti da altre zone d’Italia.

Non siamo un popolo di accattoni, vogliamo solo quel che ci spetta: il lavoro e la terra per ricominciare a sognare, per ricostruire le nostre case, per vivere con dignità, come abbiamo sempre fatto.
Ma qui ci impediscono di lavorare e si prendono la terra e presto si prenderanno anche tutte le nostre macerie, la nostra storia, i nostri ricordi, le prove della loro colpevolezza oltre che della nostra vita.
Si prendono tutto il nostro tempo: il tempo che ci vuole per aprire e chiudere una tenda della protezione civile ogni volta che si entra e che si esce (stimato in media di 20′), il tempo che ci vuole (ore, giorni o addirittura mesi senza risultati tangibili) per cercare di avere notizie o documenti dall’infernale macchina del DICOMAC (DIrezione di COMAndo e Controllo, l’organo di Coordinamento Nazionale delle strutture di Protezione Civile nell’area colpita) e di quel che è rimasto degli sportelli comunali, il tempo che ci vuole per cercare di chiamare, a un numero verde sempre occupato, un autobus per potersi spostare (ore e a volte giorni), il tempo che ci vuole per gli sfollati nella costa per aspettare un autobus che non arriverà mai.

L’Aquila è ormai una città assediata dalla burocrazia e dalla militarizzazione, blindatissima per il G8 ed ermetica alle concrete esigenze degli aquilani. Senza notizie e informazioni gli sfollati sono costretti a file sfibranti solo per lasciare il documento al  maresciallo di turno ed uscire insoddisfatti e sfiniti, pronti per un’altra fila presso un altro com o un altro ufficio.
Fa caldo, troppo caldo nelle tende e nelle file laceranti fuori dai COM e fuori dalle mense, dalle docce, dalle tende con gli aiuti. Il tempo,
scandito dalle esigenze di profitto dall’emergenza e non da quelle della ricostruzione del tessuto sociale, la convivenza forzata, la perdita totale di ogni frammento di intimità e di identità collettiva nei luoghi e nei tempi controllati dal disordine della protezione civile ed associazioni da essa accreditate, l’ozio forzato cui sono costretti gli sfollati cominciano a prendere forma nelle risse, nelle violenze alle donne e nella guerra tra poveri.
E mentre i carabinieri e i media minimizzano, per evitare che questa rabbia gli si rivolga contro il generale Bertolaso chiede aiuto
all’arcivescovo e ai preti: “la gente nelle tendopoli comincia a rumoreggiare, tocca anche ai sacerdoti veicolare messaggi distensivi per evitare rivolte popolari”.
Naturalmente in una situazione così”surriscaldata” l’appello ai parroci potrebbe non essere sufficiente e così il controllo governativo dei campi profughi si capillarizza in chiave autoritaria, oltre che con la militarizzazione dei campi stessi, anche con la  gerarchizzazione delle persone ivi ospitate.
Nelle tendopoli le uniche assemblee popolari consentite e incoraggiante, quando non direttamente indette dal capo-campo della protezione civile, come èsuccesso a piazza d’armi, sono quelle per simulare la libera elezione dei responsabili civili per la sicurezza, ossia i kapò. Un kapò per ogni etnia per meglio controllare ogni comunità, praticamente scelto dal capo-campo in cambio di condizioni privilegiate nella tendopoli stessa. Altro che Stato di diritto e di democrazia! I campi sono blindati: vietato introdurvi volantini
e macchine fotografiche, vietato importare ed esportare informazione e democrazia.

Eppure a piazza d’armi c’è un presidio fisso della rai che non trasmette nulla di ciò che accade lì, ad eccezione delle passerelle degli sciacalli politico-istituzionali. Oltre quei c Ma noi dobbiamo resistere, abbiamo il diritto-dovere di resistere, di partecipare al nostro presente e di essere protagonisti del nostro futuro.
Vogliono fare il G8 all’Aquila? Noi abbiamo il diritto-dovere di guastargli la festa prima che la festa la facciano a noi.
D’altronde se per luglio ci saranno ancora macerie le pietre non mancheranno!

NO AI CAMPI-LAGER!
NO AGLI ALBERGHI-GHETTO!
NO AL G8!

Per una rete di soccorso popolare
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Raid contro il capodanno Bangla Botte, insulti e sprangate. E corteo

pigneto 028

Il Capodanno della comunità bengalese di Roma doveva cominciare sabato sera a Villa Gordiani, un parco nella periferia della Capitale. Quella di venerdì doveva essere l’ultima sera passata a montare stand e mettere a punto gli ultimi preparativi, come accade ogni anno.
Ma cinque bengalesi che si trovavano nel parco a far sì che la festa fosse organizzata nel modo migliore possibile sono stati aggrediti da una ventina di ragazzi tra i 20 e i 25 anni, armati di spranghe e bastoni di ferro.
Un raid razzista, un assalto squadrista contro cinque persone inermi. Ora la Digos indaga per capire chi ha tentato di cancellare l’integrazione in un quartiere che, già due anni fa, aveva conosciuto l’episodio xenofobo al Pigneto quando fu distrutto un negozio di immigrati.
Uno di loro, Kalu, 35 anni, stava dormendo nel furgone quando, racconta, è stato svegliato «da violenti colpi di bastone contro il furgone che hanno fracassato i vetri. C’erano queste voci che ci insultavano, che dicevano ‘ma che è questo capodanno bengalese? Bastardi, andate via. Ho avuto tanta paura».
Ad avere la peggio è stato Mohammed Munshi, 34 anni, ferito a calci e pugni e finito in ospedale.
Gli aggressori, secondo il racconto delle vittime, sarebbero giovani italiani tra i 20 e i 25 anni di età. «Avevamo chiesto al municipio se potevano organizzare la vigilanza, visto che c’era materiale in allestimento. Non ci hanno neppure risposto e abbiamo dovuto fare da noi», aggiungono i bengalesi.

VIA DA CENTOCELLE – Negli anni passati la festa si era svolta al Parco di Centocelle ma che per motivi di sicurezza, in questa edizione, è stata spostata al parco di Villa Gordiani, «decisione non nostra – spiega il presidente del VI Municipio Giammarco Palmieri (Pd) ma del Campidoglio».
Il portavoce della associazione bengalese Dhumchatu, Bachcu, ha ricordato che «erano quattro mesi che discutevano con l’amministrazione perchè temevamo problemi, ed ecco che i problemi ci sono stati.
L’amministrazione non voleva questa festa: a Centocelle ci ha sgomberato la forza pubblica, qui invece ci hanno provato a sgomberare con questo raid».
L’accordo per organizzare il Capodanno a Villa Gordiani era stato trovato nella mattinata di venerdì dopo che giovedì scorso il Dhuumcatu, insieme ad alcuni comitati di base, aveva occupato simbolicamente il Parco archeologico di Centocelle per chiedere al Comune di poterlo utilizzare per la festa. «Alla fine abbiamo convenuto che il parco non era a norma e abbiamo accettato di andare a Villa Gordiani – spiegano ancora – peraltro, ieri mattina, mentre alcuni ragazzi bengalesi portavano via il nostro materiale dal Parco di Centocelle, sono stati fermati e identificati dai vigili urbani che hanno cominciato a dire loro che erano clandestini, che ora ciò è un reato e poi l’hanno portati al commissariato.
Un atteggiamento assolutamente non condivisibile perché, oltre ad impaurire delle persone che non stavano facendo nulla di male, appariva come una vera e propria minaccia dal momento che il reato di clandestinità, in Italia, non è ancora stato introdotto».
La festa del capodanno Bangla era in programma da domenica 24 maggio a domenica 31 maggio nel parco di Villa Gordiani in via Prenestina 341. Tutti i giorni spettacoli di musica e danze tradizionali, stand di artigianato e bigiotteria indiana, tessuti e cucina sud-asiatica. Il programma completo è consultabile sul sito www.dhuumcatu.org.

fonte: Corriere della Sera

Asini e rifiuti

Anche gli asini l’hanno capito. Il porta a porta è meglio dell’inceneritore.

Asini per la raccolta dei rifiuti porta a porta. E’ quanto ha deciso di sperimentare il Comune di Santa Maria a Monte (Pisa) per ridurre i costi e mandare un messaggio ecologico. Lo scrive oggi l’edizione locale del quotidiano Il Tirreno. Il progetto sarà presentato il prossimo 31 maggio e prevede l’utilizzo di 7 asini femmine, perchè più mansuete dei maschi, di razza amiantina che già si trovano al club ippico del paese.

A Santa Maria a Monte la raccolta differenziata funziona (la quota raggiunta è del 40%) e questo anche grazie al porta a porta che per adesso e’ effettuato con i mezzi tradizionali, i quali incontrano però difficoltà oggettive nel muoversi tra le strade strette del centro storico. ”Con gli asini il problema sarà risolto – ha spiegato il sindaco David Turini – e sarà ottenuto anche un abbattimento dei costi”. Il progetto è stato ispirato da una iniziativa analoga promossa a Castelbuono (Palermo) dove il sindaco di Santa Maria Monte si è recato per avere spunti e suggerimenti.

[Fonte Ansa]

Amnesty, centinaia di civili morti in offensiva nel Delta del Niger

Delta del Niger: La guerra si estende agli Stati di Ondo, Edo e Bayelsa.

giovedì 21 maggio 2009 → 23:28

Continuano gli attacchi della JTF contro i “militanti” nel delta del Niger. Amnesty International denuncia, centinaia i civili morti nell’offensiva. Più di 20.000 gli sfollati. Appello per il rispetto dei diritti umani.
Continuano purtroppo ad arrivare conferme di quanto avevamo scritto nei giorni scorsi, mentre i media di tutto il mondo salvo rare eccezioni tacevano.

Amnesty International con un lungo comunicato rilasciato a Londra ha detto oggi di aver ricevuto notizie che centinaia di persone, per la maggior parte civili, sono morte nell’offensiva militare nel Delta del Niger. Nel comunicato si esortano i gruppi militanti e le forze armate del paese a dar prova di moderazione nel delta del Niger per evitare di causare sofferenza alla popolazione civile. “Amnesty International chiede alla JTF (Joint Task Force) e ai gruppi armati di usare la forza in un modo che non si traduca in abusi dei diritti umani, l’attacco non deve essere un trasferimento forzato della popolazione civile e si deve garantire il libero accesso a chi ha bisogno di cure mediche”.

La scorsa settimana, la Nigeria ha lanciato la sua più grande campagna militare degli ultimi anni nel delta, bombardando dal cielo e dal mare i campi dei militanti vicino alla città di Warri, prima di inviare centinaia di soldati per tentare di eliminare i militanti dalle comunità locali.
Amnesty ha spiegato che il bilancio più alto delle vittime si è registrato venerdì scorso, quando la taskforce militare (JTF) nel delta ha usato gli elicotteri per attaccare le comunità del regno di  Gbaramatu intorno al campo dei militanti vicino a Warri .
“Secondo le notizie ricevute da Amnesty International, centinaia di civili raccolti per un Festival, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e feriti negli scontri tra la JTF e i gruppi armati”.
L’esercito nigeriano ha ripetutamente negato di avere fatto delle vittime tra i civili. Ma il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, ha denunciato “l’uso sconsiderato e irresponsabile dell’arsenale aereo contro donne, bambini, anziani indifesi e persone troppo malate per fuggire”. Il ministro del Petrolio Odein Ajumogobia ha detto ieri ai giornalisti che il governo sta facendo il possibile per minimizzare la perdita di vite.
Amnesty parla di numerose abitazioni che sono state incendiate e distrutte dai militari. “Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie comunità – dice ancora l’organizzazione – Rimangono nascoste nella foresta senza accesso all’assistenza medica e al cibo”. La gente non usa più i battelli, che rappresentavano i loro mezzi principali di trasporto, per paura di essere presi di mira dai militari. Amnesty stima che 20.000 persone siano rimaste intrappolate dall’offensiva militare.

Il comunicato di Amnesty è sostanzialmente confermato dalla BBC che è riuscita a inviare un giornalista a Warri. Andrew Walzer in un articolo, dall’eloquente titolo “Migliaia in fuga dal massacro del Niger Delta“,  da Warri riporta le testimonianze di numerosi abitanti delle comunità colpite che parlano di molti morti e feriti tra la popolazione civile. Secondo Walzer migliaia di profughi sono sparsi nelle foreste e nelle paludi di tutta la zona. Anche alla BBC i militari della JTF hanno confermato che l’attacco continuerà: “fino a quando non avremo catturato Tompolo (Government Ekpemukpolo) che è ora in fuga e i 13 militari scomparsi durante l’attacco”. Intanto i maggiori rappresentanti della nazione Ijaw continuano a lanciare appelli al Presidente chiedendo a gran voce di fermare l’attacco dei militari e chiedendo anche le dimissioni del Vice – Presidente Jonathan Goodluck, un esponente della comunità Ijaw , che non ha rilasciato alcuna dichiarazione per fermare l’attacco dell’esercito e questo secondo i leader degli Ijaw “dopo 6 giorni di aggressione al nostro popolo da parte dell’esercito di quella Nigeria che ci dovrebbe proteggere” è inaccettabile. È impossibile verificare ciò che sta accadendo nella zona, anche per i corrispondenti dei giornali locali, i militari hanno bloccato le vie navigabili e tutte le imbarcazioni –la via d’acqua è l’unica strada che porta da Warri al regno di Gbaramatu dove si trovano Oporoza e le altre comunità colpite. Cynthia Whyte, portavoce del JRC (Join Revolucionary Council), che comprende il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), la Martyrs Brigade e il Reformed Niger Delta Peoples Volunteer Force (RNDPVF) (RNDPVF, ha detto in un’intervista che gli eventi delle ultime settimane sono serviti a dimostrare che la Nigeria è un paese governato da leader malati e folli, che non hanno alcuna considerazione per la popolazione civile. Il JRC tramite il suo portavoce ha anche fatto sapere che l’ Esercito pagherà caro per la distruzione che ha portato nel Delta State. Diversi senatori hanno richiesto al Parlamento Nigeriano di aprire un’inchiesta su quanto sta accadendo nel Delta State e sul comportamento della JTF. Ci vorranno due settimane per avere un rapporto ha dichiarato il presidente del Senato nigeriano. Intanto nel Delta continuano gli attacchi e la popolazione continua a soffrire e a morire per quel petrolio che invece di ricchezza da cinquant’anni porta solo morte, povertà e distruzione.

Mapuche, i diritti violati del popolo cileno

Mapuche: In Cile i diritti violati di un popolo
di Annalisa Melandri

Le violazioni dei diritti umani del popolo mapuche accertate da parte degli organismi internazionali
Facendo buon viso a cattivo gioco, il Cile ha accettato le raccomandazioni di alcuni Stati membri dell’ONU e di alcune ONG rispetto al tema della violazioni dei diritti umani del popolo mapuche, promettendo entro la fine del corrente anno di dare impulso a un programma nazionale volto al rispetto di questi e realizzato in coordinazione con la società civile.
La sessione speciale dell’ONU si è tenuta martedì 12 maggio  nell’ambito della riunione dell’ Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione  di un determinato paese.
Povertà estrema, educazione, rispetto dei diritti di donne e bambini, fine della repressione,  garanzie giuridiche e  diritto alla terra. Questi i principali temi affrontati e le richieste di chiarimenti da parte di alcuni paesi membri dell’ONU,  ma sono state proposte anche raccomandazioni sul caso dei giornalisti stranieri espulsi dal paese per aver realizzato reportages sui mapuche e la revisione della legge Antiterrorista, alle quali il governo cileno deve rispondere entro il settembre del 2009.
Tuttavia rischia di trasformarsi nel solito balletto vuoto e senza senso di raccomandazioni, fatto di buone intenzioni e promesse mancate, dove tutti sanno quel che accade ma nessuno è seriamente intenzionato a fare bene la sua parte fino in fondo. E soprattutto dal quale è rimasto escluso il diretto interessato e cioè il popolo mapuche.
Se è vero che nell’assemblea dell’EPU sono state sentite numerose  associazioni per la difesa dei diritti umani e molte ONG,  è anche vero che non un rappresentate del popolo mapuche è stato invitato a partecipare.
La situazione dei mapuche in Cile oggi è talmente grave e preoccupante  che a ben poco potranno servire raccomandazioni e belle parole.
Ha a che vedere direttamente con i giochi di potere e il pinochettismo che è tutt’altro che morto e con una  presidente, Michelle Bachelet,  che sembra totalmente piegata a  poteri molto più forti di lei e che non prende ferma posizione in merito  anche perchè tra quasi un anno è in scadenza il suo mandato.
Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato e alla stessa legge di Amnistia per la quale non si possono giudicare le violazioni dei diritti umani commesse tra l’11 settembre 1973 e il 1988.
Le violazioni dei diritti umani contro il popolo mapuche sono commesse soprattutto durante le operazioni di perquisizione delle comunità, durante lo sfollamento forzato e durante gli interventi realizzati in occasione della riappropriazione delle terre da parte dei mapuche.

I morti e le violenze commesse sui bambini
In alcune occasioni le operazioni di polizia hanno avuto esito tragico come accadde nel 2002  con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra, rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dai Carabinieri  o di Juan Collihuín morto per lo stesso motivo nel 2006, o più recentemente per l’uccisione di Matías Catrileo,  morto durante una recuperazione di terre  il 3 gennaio 2008.
In tutti questi casi gli autori materiali di queste morti sono ancora in servizio  e nessun provvedimento è stato preso contro di essi.
Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.
Ci sono neonati, come è avvenuto ad una  bambina di appena sette mesi che è rimasta intossicata dal lancio di un lacrimogeno lanciato all’interno della sua  abitazione, che riportano gravi lesioni e traumi durante le operazioni di polizia, o  minori che raccontano di essere stati picchiati dai Carabinieri o tenuti per un’intera notte in celle umide  e fredde e senza cibo.
Bambini che raccontano di intimidazioni e minacce e altri che ricevono alla schiena o alle gambe i pallini antisommossa  o che restano completamente soli dopo l’arresto di tutta la famiglia come è avvenuto alla figlia minore della lonko (dirigente indigena) Juana Calfunao che ha dovuto chiedere asilo a Ginevra.
Il  Servizio di Salute dell’Araucania Nord, (Programma di Salute Mapuche – Dipartimento di Psichiatria, Ospedale di Angol) ha testimoniato proprio al riguardo, come  i bambini delle comunità mapuche soffrano di tutta una serie di disturbi e problemi psicologici riconducibili al conflitto territoriale e giuridico.
E’ accertato ufficialmente inoltre anche un caso di sparizione forzata, un ragazzo di 16 anni, José Huenante, è scomparso da tre anni dopo essere stato visto l’ultima volta su un’ auto dei Carabinieri. Tre di essi sono formalmente accusati del suo sequestro, ma del giovane nessuna notizia ad oggi.
I prigionieri politici
Non meno grave appare la situazione dei prigionieri politici mapuche nelle carceri cilene. In un recente comunicato dichiarano di rifiutare fermamente  “l’integrazione forzata con la società winka (occidentale) corrotta dall’individualismo” e reclamano e confermano i loro diritti sui territori originari svenduti completamente alle multinazionali dai quali sono stati cacciati per permetterne lo sfruttamento.
Lo sfruttamento delle foreste ad opera delle multinazionali del legno, la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, di aeroporti, lo sfruttamento minerario delle enormi ricchezze del sottosuolo, sono queste le politiche che attua il  governo cileno per svendere le risorse del paese ai capitali stranieri e per la cui realizzazione  passa sopra ai diritti dei popoli nativi, decretandone  la scomparsa.
C’è una campagna sistematica di distruzione e di annichilamento di intere comunità che si sta portando avanti  nel silenzio indecente della comunità internazionale e che si compie attraverso repressione, minacce, uccisioni e arresti.
I membri delle comunità organizzate e in lotta, i weichafe (guerrieri),  vengono incarcerati e accusati in base a leggi risalenti alla dittatura di Pinochet di essere “terroristi” e condannati con pene lunghissime che arrivano fino a dieci anni e oltre per reati minori quali l’incendio (elevato alla categoria penale di “incendio terrorista”), la recuperazione di terre e atti di proteste o rivendicazioni sociali.
Soltanto della Coordinadora Mapuche Arauco Malleco sono stati arrestati circa un mese fa 11 membri che vanno ad aggiungersi agli oltre 40 prigionieri nelle carceri che Michelle Bachelet, presidente del Cile,  ha più volte ribadito non essere prigionieri politici.
Patricia Troncoso,   Elena Varela e i giornalisti “terroristi”
Purtroppo il conflitto con il popolo mapuche fa parte di una delle tante lotte giuste ma dimenticate  del mondo. Si fa finta di non sapere che è un intero popolo che si ribella a un sistema di potere con forme di protesta antiche e organizzate e che è sbagliato e disonesto chiamare terrorismo.
La legittimità delle richieste del popolo mapuche, la fierezza della sua gente, l’importanza delle sue rivendicazioni esce soltanto  per brevi momenti dai confini nazionali  quando il sistema politico e giudiziario cileno “inciampa” in incidenti di percorso come accadde l’anno scorso in occasione del lunghissimo sciopero della fame (112 giorni) che  Patricia Troncoso portò avanti  dal carcere e che la condusse quasi alla morte  e in seguito al quale ottenne  soltanto modesti benefici rispetto alla sua detenzione. Le sue richieste politiche più importanti, quali la  libertà per tutti i prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori mapuche dell’Araucanía, l’abrogazione della legge Antiterrorista, la fine della repressione contro il popolo mapuche, furono  completamente disattese.
Il suo sciopero  della fame non si concluse  con la sua morte solo per la  grande pressione internazionale su di un governo sordo e cieco, dal momento che Patricia non ha mai ricevuto, nemmeno nei momenti più critici, la visita di nessun rappresentante del governo del suo paese.
Sempre lo scorso anno balzò alla cronaca la vicenda della videomaker Elena Varela, arrestata nel maggio del 2008 e tenuta in carcere tre mesi, mentre realizzava un reportage dal titolo Newen Mapuche sul conflitto con le multinazionali del legno, accusata di essere l’autrice intellettuale di alcune rapine in banca commesse tra il 2004 e il 2005 in associazione con la guerriglia del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria).
In quell’occasione le fu sequestrato tutto il suo lavoro. Il processo, con il quale rischia una condanna a 15 anni di carcere, che era  fissato per il 29 aprile è stato rimandato ai primi di giugno per aspetti formali.
Anche Reporters senza Frontiere ha espresso  in una lettera a Michelle Bachelet (alla quale lei  non ha mai risposto) preoccupazione per la sentenza che sarebbe scaturita dal processo e i dubbi circa la validità delle accuse.
D’altra parte era già avvenuto in passato che giornalisti stranieri fossero  identificati come “terroristi” ed arrestati. Accadde nel marzo 2008 con due cittadini francesi, nella zona di Collipulli quando Christophe Harrison y Joffrey Rossi  furono detenuti per poco tempo, accusati di aver provocato un incendio e di appartenere all’ETA e a due cineasti italiani, Giuseppe Gabriele y Dario Ioseffi, accusati di “terrorismo” e poi espulsi dal paese.
Il prossimo Esame Periodico Universale (EPU) si terrà tra quattro anni. In Cile allora ci sarà un altro governo e un altro presidente. Da Michelle Bachelet ci si aspettava molto, sicuramente molto di più di quello che ha fatto per il rispetto dei diritti umani nel suo paese,  vista la sua storia personale segnata da  gravi perdite familiari durante la  dittatura di Pinochet.
Il pinochettismo e il potere militare sono ancora forti in Cile, la destra è sicuramente una delle più forti in America latina, il neoliberismo applicato selvaggiamente negli anni ’70 e ’80 si è radicato prepotentemente creando ferite profonde in un tessuto sociale già gravemente  compromesso da anni di terrore.
Il popolo mapuche rivendica i suoi territori, afferma prepotentemente e con orgoglio il diritto di vivere sulle sue terre, riconferma con fierezza usi e tradizioni antiche che non vuole perdere.
“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)
.
Lautaro
In questi giorni la poetessa mapuche Rayen Kvyeh è in Italia per presentare alla Fiera del Libro di Torino la sua ultima raccolta di poesie dal titolo “Luna di Cenere” per le Edizioni Gorée e con la traduzione dallo spagnolo di  Antonio Melis professore ordinario di Lingue e Letterature Ispanoamericane presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena.
Incontreremo Rayen Kvyeh e la poetessa peruviana Gladys Besagoitia venerdì 22 maggio alle 17.00 presso la Sala delle Conferenze dell’Istituto Demoetnoantropologico (Museo delle Arti e Tradizioni Popolari), Piazza Marconi, 8/10 Roma.

Annalisa Melandri

La rivoluzione è un fiore che non muore
La revolución es una flor que no muere

HO VISTO L’AQUILA …

HO VISTO L’AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte

Ho visto l’Aquila.
Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine.
Cani randagi abbandonati al loro destino.
Un militare a fare da guardia ciascuno agli accessi alla zona rossa, quella off limits.
Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli.
Ho mangiato nell’unico posto aperto, dove vanno tutti, la gente, dai militari alla protezione civile.
Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre dentro ad una tenda duecento persone stavano guardando Si Può
Fare.
Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, AnnaMaria, Franco e la sua donna.
Poi siamo tornati quando il film stava per finire.
La gente piangeva.
Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non
avevo paura di diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore.
Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.

Francesca stanno malissimo.
Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE.
Gli anziani stanno impazzendo. Gli hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve.
Gli hanno vietato persino vietato di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola ‘Cazzeggio’.
A venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata.
Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno.

Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti dai militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8.
Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di merda arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Lì???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero
delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto. Berlusconi ha rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica.
Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L’ Aquila.

Poi c’è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno
fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto.
E’ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l’importante è che all’esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l’ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole.
Qua i media dicono che lì va tutto benissimo. Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che quello che il governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l’intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente.
Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti lì è proprio non impazzire.
In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il  lavoro che non c’è più, tutto perduto.

Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perché i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera.
C’era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie.
E poi quest’umanità all’improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato lì. Ci voglio tornare.
Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c’erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli ‘Assaggi, assaggi’. Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finché Michele non l’ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: ‘Non bisogna perdere le buone abitudini’.

Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.
Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.

Lettere dalle tendopoli abruzzesi

* Miserie umane e sovrumane virtu’… la mia testimonianza sul terremoto *

Ciao a tutti. Oggi è il 20 aprile 2009 . Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all’alba del 6 aprile 2009 . Io, fisso il mio sull’ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l’ombra.

Vi scrivo da Colle di Roio (AQ) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009.

*Il mio paese. *

Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò. E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell’autore.

Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall’inaspettato evento), era andata sviluppandosi.

Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc…), inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo.

La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da’ l’impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall’inizio.

Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell’inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L’Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa…) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni…

Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza. Ed invece mi trovo a dover raccontare: che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti del sisma), con l’aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di proprietà di mia proprietà, acquistato “sia mai dovesse servire”, e con quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso…) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell’intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che che fino dieci giorni dopo dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende.

Vi ricordo che in Abruzzo ed a L’Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera…..), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa.

Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento.

Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all’atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni.

*Cosa comporta tutto questo?*

Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra…poveri.

*Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?*

La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l’aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale??? A questo si aggiungano l’inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza.

*Qualcosa di buono però ragazzi l’ho imparato.*

Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune.

*Un’ultima noticina.*

Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all’alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l’economia e la vita di migliaia di persone…..ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico…..

*Però dei regali li ho ricevuti.*

Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento.

*Un’altra cosa.*

Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l’aereo o la macchina e si faccia un giro per L’Aquila e d’intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle.

I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa… Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville?

Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini.

Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.

Un saluto a tutti…

*Laura*

Appello Acqua …..

Al Presidente della Regione Puglia
Nichi Vendola
Ai componenti della Giunta Regionale
Bari, 14 maggio 2009

Oggetto: Convegno “H2Obiettivo 2000” organizzato da Federutility.

Il convegno “H2Obiettivo 2000” organizzato da Federutility con la collaborazione dell´Acquedotto Pugliese SpA, in programma il 28 e 29 maggio prossimi presso Villa Romanazzi Carducci, promuove una logica di privatizzazione dei servizi pubblici e dell’acqua, il bene pubblico per eccellenza, in continuità con la politica che ha animato il Forum Mondiale sull´acqua di Istanbul, secondo il quale l’acqua deve essere considerata un bisogno – e, dunque, un bene economico commercializzabile da cui trarre profitto – e non un diritto umano inalienabile.

Il convegno riceve contributi, fra gli altri, dalla Veolia Eau, prima multinazionale del settore idrico a livello mondiale, in Italia dal 1884 e oggi presente attraverso diverse società su tutto il territorio nazionale fra cui Acqualatina S.p.A., che dall’inizio della sua attività ha aumentato le tariffe fino al 300% (non “giustificate” neanche da un miglioramento del servizio) interrompendo il servizio a coloro i quali non si potevano permettere di pagare.
La società è stata oggetto di indagini giudiziarie già dal 2004 e nel 2008 i vertici della stessa sono stati accusati di associazione a delinquere, truffa aggravata, falso ideologico e abuso d’ufficio. La Veolia, secondo Amnesty International, si è anche resa responsabile (quando ancora si “chiamava” Vivendi) di una serie di violazioni dei diritti umani in molti Paesi asiatici e sud americani.

Allo stesso Convegno prenderanno parte, inoltre, esponenti del Ministero degli Esteri Israeliano e dell´Autorità delle acque di Israele, cioè i rappresentanti di uno Stato che pratica l´occupazione militare, la segregazione e il massacro nei confronti del Popolo Palestinese, e che si appropria con la forza delle armi delle risorse idriche degli Stati confinanti, nonché di quelle della popolazione palestinese.

La Regione Puglia non può in alcuna maniera legittimare queste politiche.
Chiediamo, dunque, alla Giunta Regionale di ritirare il Patrocinio concesso a questa iniziativa, e al Presidente della Regione Nichi Vendola e all´Assessore alle Opere Pubbliche Onofrio Introna di non prendere parte all’iniziativa come previsto dal programma ufficiale del convegno (www.federutility.it).
Perché si scrive acqua ma si legge diritto alla vita e alla democrazia.

Primi firmatari:
Comitato di Bari Contratto Mondiale sull’Acqua
Comitato di solidarietà´ con il popolo Palestinese in terra di Bari.
Per adesioni all´appello: acquabenecomune28maggio@live.it

La legge che blocca i ricorsi

Arriva la legge blocca-ricorsi

Se perdi al Tar risarcisci

Lo scopo dichiarato è contrastare “l’egoismo territoriale”. Ma potrebbe mettere all’angolo celebri sigle come Italia Nostra o Wwf

di MARCO PREVE (Repubblica, 24 aprile 2009)

Articolo completo su: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi.html

Lo scopo dichiarato è quello di contrastare “l’egoismo territoriale” che rallenta “il cantiere Italia”. Ma l’effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.

La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l’onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l’ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l’ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.

Presentata in sordina nei giorni del “piano casa”, con due brevi aggiunte all’articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all’angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.

Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa “sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio”. Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.

“È una legge liberticida, intimidatoria, di regime – attacca l’avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali – . Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l’articolo 24 stabilisce che “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Ma per il deputato e coordinatore ligure del Pdl Scandroglio le istanze ambientaliste hanno moltiplicato “comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati… proteste che, conosciute con l’acronimo “Nimby”, determinano un ritardo costante del “cantiere Italia”… di gran parte degli interventi pubblici… e della stessa edilizia residenziale”. Tutto ciò, prosegue il deputato “senza che sia previsto alcuno strumento di responsabilizzazione delle associazioni di protezione ambientale, le quali, talvolta, presentano ricorsi pretestuosi, con il solo e unico scopo di impedire la realizzazione dell’opera pubblica”. Scandroglio aggiunge che, per combattere questa “forma di egoismo territoriale”, il governo ha già varato norme per “l’iter accelerato delle opere pubbliche.

Le modifiche richieste (la proposta è al vaglio della commissione giustizia) accennano anche all’applicazione di azioni risarcitorie ai sensi del codice civile in caso i ricorsi respinti abbiano agito “con mala fede o colpa grave”, ma secondo l’avvocato Granara questa possibilità è già garantita e prevista. La vera svolta è quindi l’eventualità di un risarcimento in caso di ricorso respinto.

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