Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.

Annalisa Melandri
Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.

Annalisa Melandri
HO VISTO L’AQUILA
Lettera a mia moglie scritta ieri notte
Ho visto l’Aquila.
Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine.
Cani randagi abbandonati al loro destino.
Un militare a fare da guardia ciascuno agli accessi alla zona rossa, quella off limits.
Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli.
Ho mangiato nell’unico posto aperto, dove vanno tutti, la gente, dai militari alla protezione civile.
Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati.
Siamo andati mentre dentro ad una tenda duecento persone stavano guardando Si Può
Fare.
Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, AnnaMaria, Franco e la sua donna.
Poi siamo tornati quando il film stava per finire.
La gente piangeva.
Avevo il microfono e mi hanno chiesto come si fa a non impazzire, cosa ho imparato da Robby e dalla follia di Robby, se non
avevo paura di diventare pazzo quando recitavo.
Ho parlato con i ragazzi, tutti trentenni da fitta al cuore.
Chi ha perso la fidanzata, chi i genitori, chi il vicino di casa.
Francesca stanno malissimo.
Sono riusciti ad ottenere solo ieri che quelli della protezione civile non potessero piombargli nelle tende all’improvviso, anche nel cuore della notte, per CONTROLLARE.
Gli anziani stanno impazzendo. Gli hanno vietato internet nelle tendopoli perché dicono che non gli serve.
Gli hanno vietato persino vietato di distribuire volantini nei campi, con la scusa che nel testo di quello che avevano scritto c’era la parola ‘Cazzeggio’.
A venti chilometri dall’Aquila il tom tom è oscurato. La città è completamente militarizzata.
Sono schiacciati da tutto, nelle tendopoli ogni giorno dilagano episodi di follia e di violenza inauditi, ieri hanno accoltellato uno.
Nel frattempo tutte le zone e i boschi sopra la città sono sempre più gremiti dai militari, che controllano ogni albero e ogni roccia in previsione del G8.
Ti rendi conto di cosa succederà a questa gente quando quei pezzi di merda arriveranno coi loro elicotteri e le loro auto blindate? Lì???? Per entrare in ciascuna delle tendopoli bisogna subire una serie di perquisizioni umilianti, un terzo grado sconcertante, manco fossero
delinquenti, anche solo per poter salutare un amico o un parente.
Non hanno niente, gli serve tutto. Berlusconi ha rifiutato ogni aiuto internazionale e loro hanno bisogno anche solo di tute, di scarpe da ginnastica.
Per far fare la messa a Ratzinger, il governo ha speso duecentomila euro per trasportare una chiesa di legno da Cinecittà a L’ Aquila.
Poi c’è il tempo che non passa mai, gli anziani che impazziscono. Le tendopoli sono imbottite di droga. I militari hanno
fatto entrare qualunque cosa, eroina, ecstasy, cannabis, tutto.
E’ come se avessero voluto isolarli da tutto e da tutti, e preferiscano lasciarli a stordirsi di qualunque cosa, l’importante è che all’esterno non trapeli nulla.
Berlusconi si è presentato, GIURO, con il banchetto della Presidenza del Consiglio. Il ragazzo che me l’ha raccontato mi ha detto che sembrava un venditore di pentole.
Qua i media dicono che lì va tutto benissimo. Quel ragazzo che mi ha raccontato le cose che ti ho detto, insieme ad altri ragazzi adulti, a qualche anziano, mi ha detto che quello che il governo sta facendo sulla loro pelle è un gigantesco banco di prova per vedere come si fa a tenere prigioniera l’intera popolazione di una città, senza che al di fuori possa trapelare niente.
Mi ha anche spiegato che la lotta più grande per tutti lì è proprio non impazzire.
In tutto questo ci sono i lutti, le case che non ci sono più, il lavoro che non c’è più, tutto perduto.
Prima di mangiare in quel posto abbiamo fatto a piedi più di tre chilometri in cerca di un ristorante, ma erano tutti già chiusi perché i proprietari devono rientrare nelle tendopoli per la sera.
C’era un silenzio terrificante, sembrava una città di zombie in un film di zombie.
E poi quest’umanità all’improvviso di cuori palpitanti e di persone non dignitose, di più, che ti ringraziano piangendo per essere andato lì. Ci voglio tornare.
Con quella luna gigantesca che mi guardava nella notte in fondo alla strada quando siamo partiti e io pensavo a te e a quanto avrei voluto buttarmi al tuo collo per dirti che non ti lascerò mai, mai, mai.
Dentro al ristoro privato (una specie di rosticceria) in cui abbiamo mangiato, mentre ci preparavano la roba e ci facevano lo scontrino e fuori c’erano i tavoli nel vento della sera, un commesso dietro al bancone ha porto un arrosticino a Michele, dicendogli ‘Assaggi, assaggi’. Michele gli ha detto di no, che li stavamo già comprando insieme alle altre cose, ma quello ha insistito finché Michele non l’ha preso, e quello gli ha detto sorridendogli: ‘Non bisogna perdere le buone abitudini’.
Domani scriverò cose su internet a proposito di questo, la gente deve sapere.
Anzi metto in rete questa mia lettera per te.
Andrea Gattinoni, 11 maggio notte.
* Miserie umane e sovrumane virtu’… la mia testimonianza sul terremoto *
Ciao a tutti. Oggi è il 20 aprile 2009 . Per molti Abruzzesi lo sguardo è congelato all’alba del 6 aprile 2009 . Io, fisso il mio sull’ennesimo sorriso paterno e rassicurante del nostro Presidente del Consiglio, che campeggia sul paginone centrale de Il Centro, quotidiano locale e che ancora una volta (pure quando un minimo di decenza richiederebbe moderazione), fa sfoggio di capacità ed efficienza facendo grandi promesse nella speranza che si dimentichi il prima possibile (si sa gli italiani hanno memoria moooolto corta), che fino al 5 aprile nel meraviglioso piano casa che si intendeva vararare a imperitura soluzione della crisi economica, di norme antisismiche nemmeno l’ombra.
Vi scrivo da Colle di Roio (AQ) uno dei paesini colpiti dal sisma del 6 aprile 2009.
*Il mio paese. *
Trovo molto difficile fare ordine nel turbinio di pensieri che mi gonfiano la testa, ma ci proverò. E scrivo questa nota perchè credo che solo uno strumento quale la rete permetta di conoscere altre verità, senza mediazioni se non dell’autore.
Il nostro campo è abitato da circa trecento persone, distribuite in una quarantina di tende. Tornati da una vacanza mai iniziata, assieme a Pierluigi, abbiamo cercato di dare un contributo alle attività di gestione della tendopoli che, nel frattempo, (era passata già una settimana dall’inaspettato evento), era andata sviluppandosi.
Come sapete non sono un tecnico, nè ho una qualche esperienza di gestione logistica e di personale in situazioni di emergenza e quanto vi racconto può essere viziato da uno stato di fragilità emotiva (immagino mi si potrà perdonare). Il fatto è, che a fronte di uno sforzo impagabile profuso da molte delle persone presenti nel nostro campo, (volontari della protezione civile, della croce verde/rossa, vigili del fuoco, forze di polizia etc…), inarrestabili fino allo sfinimento, ci siamo trovati, o sarebbe meglio dire ci siamo purtroppo imbattuti, nella struttura ufficiale della Protezione Civile stessa e nel suo sistema organizzativo.
La splendida macchina degli aiuti, per quanto ho visto io, poggia le sue solide e certamente antisismiche basi, sulle spalle e sulle palle dei volontari; il resto da’ l’impressione di drammatica improvvisazione. E non perchè non si sappia lavorare o non si abbiano strumenti e mezzi, ma semplicemente ed a mio parere, perchè si è follemente sottovalutato il problema fin dall’inizio.
Se vero che il terremoto non è prevedibile è altrettanto vero che tutte le scosse precedenti (circa trecento più o meno violente prima dell’inaspettato evento) dovevano rappresentare un serio monito. Perchè non è servito il fatto che due settimane prima del sisma alcuni palazzi presenti in via XX settembre a L’Aquila, poi miseramente sventrati, erano già stati transennati perchè le scosse che si erano susseguite fino a quel momento (la più alta di 4° grado, quindi poca cosa…) avevano fatto cadere parte degli intonaci e dei cornicioni…
Una persona minimamante intelligente, a capo di una struttura così grande quale la protezione civile, avrebbe dovuto schierare i propri uomini alle porte della città, come un esercito, pronto a qualsiasi evenienza. Ed invece mi trovo a dover raccontare: che le prime venti tende del nostro campo se le sono dovute montare i cittadini del paese (ancora stravolti del sisma), con l’aiuto di una manciata di instancabili volontari, che manca un coordinamento tra i singoli gruppi presenti, che la segreteria del campo (che cerchiamo di far funzionare), è rimasta attiva fino a ieri con un Pc portatile di proprietà di mia proprietà, acquistato “sia mai dovesse servire”, e con quello di un volontario; che siamo stati dotati di stampante e telefono ma per la linea Adsl (in Italia ancora uno strano coso…) stiamo ancora aspettando e quello che siamo riusciti a mettere in piedi è merito dell’intelligenza di qualche giovane del posto e dei suoi strumenti tecnici; che abbiamo dovuto chiamare chi disinfettasse e portasse via mucchi di vestiti perchè arrivati sporchi e non utilizzabili; che che fino dieci giorni dopo dal sisma avevamo un rubinetto per trecento persone, nessuna doccia, circa 20 bagni chimici e nessun tipo di riscaldamento per le tende.
Vi ricordo che in Abruzzo ed a L’Aquila in particolare la primavera fatica ad arrivare e che anche in queste notti la temperatura continua ad essere prossima prossima allo zero. Non ci si può quindi stupire che molte persone, la maggior parte delle quali anziane (e non tutte con la dentiera…..), cocciutamente ed in barba alle direttive che vietano di rientrare nelle case, contiunano a fare la spola dalla tenda al bagno di casa.
Potreste obbiettare che tutto sommato e visti i risultati raggiunti nel seguire più di quarantamila sfollati questi problemi sono inevitabili e bisogna solo avere pazienza. Condivido il ragionamento.
Quello che mi lascia stupito, che la gente non sa e che gli organi di informazione si guardano bene dal dire è che tutta la macchina si basa all’atto pratico, sulla volontà ed il cuore di persone che lasciano le loro case e le loro famiglie e che non pagate, cercano di ridare un minimo di dignità e conforto a chi, a partire dalla propria intimità, ha perso tutto o quasi. La protezione civile che molti immaginano (alla Bertolaso per intenderci) non esiste nei campi, almeno non nel nostro. I volontari si alternano, perchè obbligati ad andarsene dopo circa 7 giorni.
*Cosa comporta tutto questo?*
Che ogni settimana si vedono facce nuove con la necessità di ricominciare a conoscersi ed imparare a coordinarsi, che il capo campo cambia anche lui con gli altri e quindi può avere esperienza o meno, che spesso, ed è il nostro caso, la gestione di alcune attività è affidata ai terremotati perchè non viene inviato personale apposito, con inevitabili problemi, invidie acrimonie e litigate tra…poveri.
*Volete un esempio cristallino della disorganizzazione?*
La nostra psicologa, giunta al campo per propria cocciuta volontà, è rimasta anche lei solo una settimana. Vi immaginate quale può essere l’aiuto ed il sostegno che una persona addetta può dare e quale fiducia può risquotere per permettere alle persone di aprirsi, se cambia con cadenza domenicale??? A questo si aggiungano l’inesperienza di molte persone (spesso e per fortuna sconfitta dalla volontà di far bene) e le tristi e umilianti dimostrazioni di miseria umana che ci caratterizzano e che risultano ancora più indecenti ed inaccettabili in casi di emergenza.
*Qualcosa di buono però ragazzi l’ho imparato.*
Ho imparato che per la richiesta di materiale devo inviare un modulo apposito e che a firmare lo stesso non deve essere il capo campo, la cui responsabilità, fortuna sua, è solo quella di gestire trecento vite, trecento anime, più tutti coloro che ci aiutano dalla sera alla mattina, ma serve il visto del Sindaco, oppure del presidente di circoscrizione oppure di un loro delegato (pubblico ufficiale). Noi dopo aver speso due giorni per individuare chi dovesse firmare questi benedetti moduli, sappiamo che dobbiamo prendere la macchina e quando serve (ovviamente più volte al giorno), raggiungerlo al comune.
*Un’ultima noticina.*
Due giorni fa la Protezione civile si è riunita con gli esperti, ed ha ritenuto che non vi siano motivi di preoccupazione relativamente alle dighe abruzzesi (la terra trema ogni giorno). Ora ricordandomi che analoga sicurezza era stata espressa all’alba di una scossa di quarto grado e pochi giorni prima che il nostro inaspettato evento facesse trecento morti e azzerasse l’economia e la vita di migliaia di persone…..ho provveduto, poco elegantemente, ad eseguire il noto gesto scaramantico…..
*Però dei regali li ho ricevuti.*
Sono le lacrime di molte delle persone che hanno lavorato alla tendopoli, trattenute a stento nel momento dei saluti; sono le parole e gli sguardi dei vecchi del paese, che mescolano dignità e paura, coraggio e rassegnazione, senza mai un lamento.
*Un’altra cosa.*
Vi prego chiunque di voi possa, prenda il treno l’aereo o la macchina e si faccia un giro per L’Aquila e d’intorni. Le tendopoli non sono tutte come quelle a Collemaggio. Scoprirete il livello di falsità che viene profuso a piene mani dagli organi di comunicazione oramai supini e del livello di indecenza del ns presidente del consiglio che prima con lacrime alla cipolla e poi con sorrisi di plastica distribuisce garanzie e futuro a chi, vivendo in tenda e saggiando sulla pelle la situazione sa, che sono tutte palle.
I morti sono serviti subito per mostrarsi umano e vicino alle famiglie, ma ora è meglio dimenticarli in fretta..Via via..nessuna responsabilità, nessun dolo. I pm sono dei malvagi.. ricostruiamo in fretta.. forza la vità e bella, vedrete, tra un mese sarete tutti a casa… Conoscete i nomi delle famiglie che doveva ospitare nelle sue ville?
Le virtù umane travalicano gli eventi, le sue miserie non hanno confini.
Se volete vi prego fortemente di inviare questa mail a quanti vi sono amici. La stampa nazionale si è guardata bene dal pubblicarla.
Un saluto a tutti…
*Laura*
Al Presidente della Regione Puglia
Nichi Vendola
Ai componenti della Giunta Regionale
Bari, 14 maggio 2009
Oggetto: Convegno “H2Obiettivo 2000” organizzato da Federutility.
Il convegno “H2Obiettivo 2000” organizzato da Federutility con la collaborazione dell´Acquedotto Pugliese SpA, in programma il 28 e 29 maggio prossimi presso Villa Romanazzi Carducci, promuove una logica di privatizzazione dei servizi pubblici e dell’acqua, il bene pubblico per eccellenza, in continuità con la politica che ha animato il Forum Mondiale sull´acqua di Istanbul, secondo il quale l’acqua deve essere considerata un bisogno – e, dunque, un bene economico commercializzabile da cui trarre profitto – e non un diritto umano inalienabile.
Il convegno riceve contributi, fra gli altri, dalla Veolia Eau, prima multinazionale del settore idrico a livello mondiale, in Italia dal 1884 e oggi presente attraverso diverse società su tutto il territorio nazionale fra cui Acqualatina S.p.A., che dall’inizio della sua attività ha aumentato le tariffe fino al 300% (non “giustificate” neanche da un miglioramento del servizio) interrompendo il servizio a coloro i quali non si potevano permettere di pagare.
La società è stata oggetto di indagini giudiziarie già dal 2004 e nel 2008 i vertici della stessa sono stati accusati di associazione a delinquere, truffa aggravata, falso ideologico e abuso d’ufficio. La Veolia, secondo Amnesty International, si è anche resa responsabile (quando ancora si “chiamava” Vivendi) di una serie di violazioni dei diritti umani in molti Paesi asiatici e sud americani.
Allo stesso Convegno prenderanno parte, inoltre, esponenti del Ministero degli Esteri Israeliano e dell´Autorità delle acque di Israele, cioè i rappresentanti di uno Stato che pratica l´occupazione militare, la segregazione e il massacro nei confronti del Popolo Palestinese, e che si appropria con la forza delle armi delle risorse idriche degli Stati confinanti, nonché di quelle della popolazione palestinese.
La Regione Puglia non può in alcuna maniera legittimare queste politiche.
Chiediamo, dunque, alla Giunta Regionale di ritirare il Patrocinio concesso a questa iniziativa, e al Presidente della Regione Nichi Vendola e all´Assessore alle Opere Pubbliche Onofrio Introna di non prendere parte all’iniziativa come previsto dal programma ufficiale del convegno (www.federutility.it).
Perché si scrive acqua ma si legge diritto alla vita e alla democrazia.
Primi firmatari:
Comitato di Bari Contratto Mondiale sull’Acqua
Comitato di solidarietà´ con il popolo Palestinese in terra di Bari.
Per adesioni all´appello: acquabenecomune28maggio@live.it
Arriva la legge blocca-ricorsi
Se perdi al Tar risarcisci
Lo scopo dichiarato è contrastare “l’egoismo territoriale”. Ma potrebbe mettere all’angolo celebri sigle come Italia Nostra o Wwf
di MARCO PREVE (Repubblica, 24 aprile 2009)
Articolo completo su: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi/legge-blocca-ricorsi.html
Lo scopo dichiarato è quello di contrastare “l’egoismo territoriale” che rallenta “il cantiere Italia”. Ma l’effetto della legge anti Nimby (not in my back yard, non nel mio giardino), in caso di approvazione, sarà di azzerare, attraverso la minaccia di risarcimenti milionari, i ricorsi alla giustizia amministrativa da parte di associazioni ambientaliste storiche, che difendono ciò che resta del Belpaese da abusi edilizi e colate di cemento.
La proposta di legge 2271 è sottoscritta da 136 deputati del Pdl ed il primo firmatario è l’onorevole Michele Scandroglio, genovese, fedelissimo del ministro Claudio Scajola. Aderiscono, tra i tanti, l’ex ministro Pietro Lunardi, il presidente della commissione Cultura Valentina Aprea, il vice di quella Ambiente Roberto Tortoli, l’ex presidente della Regione Liguria Sandro Biasotti.
Presentata in sordina nei giorni del “piano casa”, con due brevi aggiunte all’articolo 18 della legge 8 luglio 1986 (responsabilità processuale delle associazioni di natura ambientale), potrebbe schiacciare all’angolo celebri sigle come Italia Nostra, Legambiente, Wwf, Vas Verdi Ambiente e Società, senza parlare della miriade di comitali locali.
Con la modifica 5-ter qualora il ricorso alla giustizia amministrativa “sia respinto perché manifestamente infondato, il giudice condanna le associazioni soccombenti al risarcimento del danno oltre che alle spese del giudizio”. Pensiamo a cosa vorrebbe dire un anno di fermo cantiere per il ponte sullo stretto di Messina tra una prima sentenza favorevole del Tar e una bocciatura del Consiglio di Stato: un risarcimento per milioni di euro.
“È una legge liberticida, intimidatoria, di regime – attacca l’avvocato Daniele Granara, docente alla facoltà di giurisprudenza di Genova, legale in molti ricorsi ambientali – . Confido che venga ritenuta palesemente anticostituzionale visto che l’articolo 24 stabilisce che “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.
Ma per il deputato e coordinatore ligure del Pdl Scandroglio le istanze ambientaliste hanno moltiplicato “comportamenti di protesta contro le scelte infrastrutturali sviluppate da soggetti pubblici e privati… proteste che, conosciute con l’acronimo “Nimby”, determinano un ritardo costante del “cantiere Italia”… di gran parte degli interventi pubblici… e della stessa edilizia residenziale”. Tutto ciò, prosegue il deputato “senza che sia previsto alcuno strumento di responsabilizzazione delle associazioni di protezione ambientale, le quali, talvolta, presentano ricorsi pretestuosi, con il solo e unico scopo di impedire la realizzazione dell’opera pubblica”. Scandroglio aggiunge che, per combattere questa “forma di egoismo territoriale”, il governo ha già varato norme per “l’iter accelerato delle opere pubbliche.
Le modifiche richieste (la proposta è al vaglio della commissione giustizia) accennano anche all’applicazione di azioni risarcitorie ai sensi del codice civile in caso i ricorsi respinti abbiano agito “con mala fede o colpa grave”, ma secondo l’avvocato Granara questa possibilità è già garantita e prevista. La vera svolta è quindi l’eventualità di un risarcimento in caso di ricorso respinto.
L’attacco finale alla democrazia è iniziato! Berlusconi e i suoi sferrano il colpo definitivo alla libertà della rete internet per metterla sotto controllo. Ieri nel voto finale al Senato che ha approvato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), tra gli altri provvedimenti scellerati come l’obbligo di denuncia per i medici dei pazienti che sono immigrati clandestini e la schedatura dei senta tetto, con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), è stato introdotto l‘articolo 50-bis, “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“. Il testo la prossima settimana approderà alla Camera. E nel testo approdato alla Camera l’articolo è diventato il nr. 60.
Anche se il senatore Gianpiero D’Alia (UDC) non fa parte della maggioranza al Governo, questo la dice lunga sulla trasversalità del disegno liberticida della “Casta” che non vuole scollarsi dal potere.
In pratica se un qualunque cittadino che magari scrive un blog dovesse invitare a disobbedire a una legge che ritiene ingiusta, i provider dovranno bloccarlo. Questo provvedimento può obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se all’estero. Il Ministro dell’interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, può disporre con proprio decreto l’interruzione della attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta dovrebbe avvenire entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo comporta una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e il carcere per i blogger da 1 a 5 anni per l’istigazione a delinquere e per l’apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per l’istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali. Immaginate come potrebbero essere ripuliti i motori di ricerca da tutti i link scomodi per la Casta con questa legge?
Si stanno dotando delle armi per bloccare in Italia Facebook, Youtube, il blog di Beppe Grillo e tutta l’informazione libera che viaggia in rete e che nel nostro Paese è ormai l’unica fonte informativa non censurata. Vi ricordo che il nostro è l’unico Paese al mondo, dove una media company, Mediaset, ha chiesto 500 milioni di risarcimento a YouTube. Vi rendete conto? Quindi il Governo interviene per l’ennesima volta, in una materia che vede un’impresa del presidente del Consiglio in conflitto giudiziario e d’interessi.
Dopo la proposta di legge Cassinelli e l’istituzione di una commissione contro la pirateria digitale e multimediale che tra poco meno di 60 giorni dovrà presentare al Parlamento un testo di legge su questa materia, questo emendamento al “pacchetto sicurezza” di fatto rende esplicito il progetto del Governo di “normalizzare” il fenomeno che intorno ad internet sta facendo crescere un sistema di relazioni e informazioni sempre più capillari che non si riesce a dominare.
Obama ha vinto le elezioni grazie ad internet? Chi non può farlo pensa bene di censurarlo e di far diventare l’Italia come la Cina e la Birmania.
Oggi gli unici media che hanno fatto rimbalzare questa notizia sono stati Beppe Grillo dalle colonne del suo blog e la rivista specializzata Punto Informatico. Fate girare questa notizia il più possibile. E’ ora di svegliare le coscienze addormentate degli italiani. E’ in gioco davvero la democrazia!
di Mariagrazia Gerina, Massimiliano Di Dio e Cesare Buquicchio
Il presidente del consiglio Berlusconi dice che sui barconi che in queste ore vengono respinti dalla Marina italiana «ci sono persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali», dice che pochissimi di loro «hanno i requisiti per chiedere il diritto d’asilo». Si sbaglia. Su quei barconi c’è stato Tedros, 30enne eritreo laureato ed incarcerato perché non allineato al partito al potere. Proprio ieri ha avuto i documenti da rifugiato politico. C’è stato Saied, adolescente afgano fuggito dalla guerra. C’è stata Aisha scappata dall’Eritrea e picchiata e violentata per mesi in un centro di detenzione in Libia. Ecco le loro storie.
TEDROS
Tedros T. ha 33 anni, è laureato in scienze sociali e nel suo paese, l’Eritrea, si occupava di educazione e assistenza alle persone disabili. È arrivato in Italia l’estate scorsa, il 30 luglio 2008, a bordo di una delle carrette del mare su cui secondo Berlusconi ci sarebbe solo «gente reclutata dai criminali». Sulla sua carretta erano in ventisei, uomini, donne e un bambino. Prima l’arrivo a Lamepdusa, poi il trasferimento nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma. Proprio ieri il governo italiano gli ha consegnato i documenti che gli consentiranno di restare in Italia come rifugiato politico. Altri, arrivati con lui, stanno ancora attendendo di essere ascoltati dalla Commissione che esamina le richieste d’asilo.
Non esattamente un criminale. E nemmeno un sovversivo. Tedros, Tedy per gli amici, dopo la laurea, come il governo eritreo impone, si è iscritto al partito unico, il Pfdj che sta per «People front for Democracy and Justice»: «Il nome è buono, il resto meno ed è richiesta assoluta obbedienza ai dettami del partito», racconta Tedros, che ha scontato con 8 mesi di carcere l’essere stato giudicato, con un pretesto qualsiasi, non sufficientemente allineato. Uscito da lì, è iniziata la sua fuga. Sulle orme della moglie, che, in Italia dal 2004, lo aveva preceduto nel tragitto dall’Eritrea alla Libia a Lampedusa. Ora lei fa la colf a Genova, e anche lui, con i documenti in tasca, potrà cercare lavoro.
ABDUL
A trent’anni A.H. ha detto basta. Non voleva più né fare la guerra né subire le vessazioni e le torture del governo sudanese. Per questo è fuggito dal Darfur. Lo chiameremo Abdul, nome di fantasia, perché quel che resta della sua famiglia è rimasto in Sudan e le ritorsioni non sono finite per loro.
Tutto comincia quando A.H. viene spedito al fronte, dove si muore e Abdul che è di una tribù ostile al governo centrale subisce continue vessazioni. Dopo tre anni in divisa chiede una licenza e lo sbattono in un carcere militare dove subisce ogni specie di tortura. Quando viene ferito non gli permettono di riabbracciare i suoi. E quando fugge a casa i militari vanno a riprenderselo. Al suo posto arrestano il padre: lo torturano e lo uccidono. E dopo di lui uccidono i suoi fratelli. Nessuno rivela dove si nasconde Abudl, che solo un anno fa, attraversando il deserto a piedi e penando per guadagnare i 1200 euro da consegnare ai trafficanti egiziani, riesce a scappare in Italia, dove chiede l’asilo. Il Centro italiano per i rifugiati, che ha raccolto la sua storia, lo assiste. E alla fine Abudl ce la fa. E se la Marina lo avesse respinto?
SAIED
Saied è partito dall’Afghanistan che aveva 9 anni e, tappa dopo tappa, ha percorso l’intera odissea dei ragazzi afghani in fuga dalla guerra. Aveva 18 anni Saied, quando, 2 anni fa, nascosto sotto un camion proveniente dalla Grecia, ha raggiunto la destinazione finale: Italia. Anzi, più precisamente: Roma. «Dalla stazione Termini, prendere il 175, scendere alla stazione Ostiense», recitavano con precisione le istruzioni. Pakistan, Turchia, Grecia. Ogni tappa un espediente per mettere da parte i soldi, pagare i trafficanti e proseguire il viaggio fino all’approdo finale, sulle panchine di piazzale Ostiense diventata ormai l’ambasciata on the road della diaspora afghana. Da lì, il passa-parola l’ha portato fino al Centro Astalli, il centro per rifugiati gestito dai gesuiti. Ora Saied, che, rifugiato politico, ha imparato l’italiano e studia per prendere la licenza media, fa il mediatore culturale, ha uno stipendio e da un paio di mesi vive in un appartamento.
AISHA
“Sono scappata dall’Eritrea perché non volevo essere reclutata nell’esercito e mandata nella guerra senza fine contro l’Etiopia. I miei fratelli e sorelle erano nell’esercito e non sono mai più tornati a casa. – a raccontare questa storia è una donna eritrea, la chiameremo Aisha, lei l’ha raccontata a Medici Senza Frontiere in uno dei centri di detenzione per immigrati di Malta ed è raccolta nel rapporto “Not Criminals” -. In Libia sono stata messa in un centro di detenzione dove sono stata violentata e picchiata diverse volte. Sono stata trattata come una schiava dalle guardie e dai soldati. Sono stata una schiava per due anni e non avevo possibilità di fuga – spiega Aisha –. Quando mi sono imbarcata speravo di diventare libera. Poi quando sono stata rinchiusa in un centro di detenzione a Malta ho perso la speranza e ho avuto problemi cardiaci e gastrici. I ricordi delle violenze e delle botte sono riaffiorati ed è stato difficile stare in quel posto con tante altre persone”.
MOHAMMED
«Lavoravo come camionista per un’azienda statale impegnata nella ricostruzione dell’Afghanistan. Era il 7 maggio di due anni fa, un gruppo di talebani ha rapito me e altri quattro colleghi. Tre di loro sono stati uccisi. I loro cadaveri sono stati lasciati davanti al palazzo dove lavoravamo». Mohammed, quarantenne afghano, è salvo per miracolo. «Mio zio ha pagato 10mila dollari per liberarmi». Chi ha ucciso i suoi colleghi, però, non dà garanzie per la sua vita futura. E così, alcuni mesi dopo, lui decide di lasciare per sempre il suo paese. Un viaggio lungo, fatto di stenti e paura. Prima l’Iran, poi la Turchia. «A Istanbul – ricorda – ho preso un gommone e siamo riusciti a raggiungere le acque territoriali della Grecia ma siamo stati respinti dalle autorità locali. Ci hanno fatto buttare tutti i nostri vestiti e soldi, ho perso il mio passaporto, la patente e 700 euro». Il gommone cerca di tornare indietro ma la polizia turca lo respinge. Mohammed teme di morire in mare ma alla fine è la Grecia a dare ospitalità a lui e a suoi connazionali. «Ci hanno portato in un campo dove siamo rimasti per sette giorni, dicevano che non era possibile fare richiesta di asilo, che dovevamo andare ad Atene». Ed è lì che l’uomo si dirige senza scarpe, con soli pochi indumenti addosso. Denuncia anche violenze da parte della polizia. «Per nessun motivo – rivela – mi hanno colpito sulla testa con un bastone elettrificato e sono caduto». Si risveglia con un braccio rotto in un ospedale, Mohammed. «Avevo paura di avvicinarmi alle autorità per chiedere asilo, così ho pagato un trafficante: 2500 euro per potermi nascondere dentro un tir che ha attraversato il mare in una nave». Lo sbarco a Venezia solo il 13 marzo scorso.
IKE
“Ero un insegnante di matematica – racconta ancora Ike, somalo, nel rapporto “Not Criminals” –. Tre dei miei colleghi sono stati uccisi, la mia scuola è stata chiusa e ho perso il mio lavoro. Sono scappato dalla Somalia perché la mia casa non era più sicura, una mina è esplosa vicino alla mia casa e mi ha ferito. Altrimenti sarei restato, non sarei arrivato qui”.
TITTY
Titty è giovanissima, ha 21 anni ed è un disertore. In Eritrea anche le donne sono costrette ad arruolarsi e mentre indossano la divisa spesso sono costrette a subire violenza sessuale da parte dei militari uomini. Da tutto questo Titty è fuggita, a bordo di un camion stracarico ha varcato il deserto. Eritrea, Sudan, Libia. E da lì è salpata per l’ultimo viaggio, a bordo di una delle carrette che Berlusconi vuole respingere perché piene di «gente reclutata da criminali». Titty che non si è fatta reclutare nemmeno dall’esercito eritreo a Lampedusa è sbarcata un anno fa. In questi dodici mesi ha imparato l’italiano, ha frequentato un corso per operatore socio-assistenziale, ha incontrato un ragazzo eritreo. Il governo italiano non le ha riconosciuto il diritto all’asilo ma le ha assicurato comunque una «protezione sussidiaria».
SAMA
“Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza era quasi al termine – racconta Sama anche lei in fuga dalla guerra e in cerca di un futuro per sua figlia –. Il giorno della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I giorni successivi il mare era agitato. L’uomo e la donna si tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia, temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura e la fame”.
ADAM
Adam ha poco più di vent’anni. È sudanese. Come Abdul faceva il soldato, nel Darfur. Costretto ad arruolarsi, è scappato dall’esercito e dal suo paese per sottrarsi alla guerra. In Italia è arrivato cinque anni fa in gommone, gettato dagli scafisti libici sulle coste di Lampedusa. Adesso lavora all’Ikea, dove è stato assunto a tempo indeterminato, e vive a Roma, in una casa in affitto.
SAHRA
Non ricorda il momento in cui ha deciso di scappare. Sahra, 32 anni, somala, sa però che tutto è avvenuto in nome della guerra. Aveva 16 anni. «Le ragazze venivano violentate da gruppi di dieci, venti uomini» racconta. «Per proteggermi, mio padre mi chiese di sposare un uomo più grande di me. Non ne ero innamorata, tuttavia mi sentivo più sicura, avemmo anche un figlio». Un giorno, «quel maledetto giorno», Sahra attendeva il suo secondo figlio. «Sono tornata a casa e la nostra abitazione non esisteva più» sussurra. «Sotto le macerie ho visto le teste del mio bambino, di mio padre». Forse è in quel momento che la donna decide di lasciare la Somalia. «Non avevo soldi né cibo, dormivo in strada, dovevo difendermi dagli animali, dagli uomini». Al sesto mese di gravidanza, Sahra inizia il suo lungo viaggio verso il Sudan. Per un tratto, l’aiutano alcuni giovani connazionali. «Rimasi per giorni nel deserto con una bottiglia d’acqua e alcune fette biscottate. La fame mi provocava forti dolori allo stomaco, il feto nella pancia cresceva ed io ero magra, disidratata». Partorisce per miracolo mentre attraversa altri stati africani. «Ero convinta di non riuscire a sopravvivere, toccandomi sentii il capo e i capelli della creatura. Nacque all’improvviso, ma la spinta fu tanto violenta da far sbattere la testa alla neonata. Le feci un nodo al ‘cordolino’ per non fare uscire più il sangue, proprio come mi aveva detto mia madre. Pensavo fosse morta, non piangeva né si muoveva. Dopo un po’, forse ero svenuta, la toccai. Era viva. Decisi di chiamarla Iman, in onore del nostro Dio». L’ultimo approdo è in Libia dove Sahra e la piccola Iman trovano l’aiuto anche di un medico italiano. È’ lui a pagare i mille dinari necessari per farla imbarcare per l’Italia. «Eravamo oltre cento persone – ricorda –. Ogni giorno moriva qualcuno. Sul fondo della barca c’era acqua, pensavo che non ce l’avremmo fatta ma per fortuna ci avvistò un aereo. Fummo trascinati fino a Lampedusa e una volontaria si prese cura di me e mia figlia». La piccola viene però affidata a una famiglia. Le gravi difficoltà economiche di Sahra sono un ostacolo insuperabile per i servizi sociali. Tuttora la donna la vede mezz’ora, una volta al mese. E’ proprio questa la sua nuova battaglia.
http://www.unita.it/news/84689/ecco_i_delinquenti_che_vengono_con_i_barconi
Pirati, Somalia, Noi
articolo di Paolo Barnard (2009-04-15), tratto da nuovamentequi.blogspot.com
Mohamed Abshir Waldo è un analista somalo che lavora in Kenia. E’ autore di una pubblicazione dal titolo “Le due piraterie in Somalia: Perché il mondo ignora l’altra?”. Ecco la sua testimonianza:
“Ci sono due piraterie in Somalia. Una è quella che sta all’origine del problema di oggi, e che è la pesca illegale da parte di imbarcazioni straniere, che oltre tutto mentre pescano assolvono a un altro compito illegale, cioè la discarica di scorie tossiche industriali e persino nucleari nelle nostre acque, tutte provenienti dal mondo ricco. L’altra pirateria è quella che vi raccontano i vostri media. Ma essa si è scatenata in reazione a quei crimini, quando le nostre acque furono avvelenate, quando fu saccheggiato i nostro pesce, e in un Paese poverissimo i pescatori capirono che non avevano altra possibilità se non quella di reagire con la violenza contro le navi e le proprietà dei Paesi potenti che sponsorizzano la vostra pirateria e la discarica tossica qui.
Le nazioni maggiormente coinvolte in questa prima pirateria sono la Francia, la Norvegia, la Spagna, l’Italia, la Grecia, le Gran Bretagna, ma anche la Russia e i Paesi asiatici come la Korea, Taiwan, le Filippine, la Cina. Tutto è cominciato, per quanto riguarda la pesca illegale, nel 1991. Le comunità dei pescatori somali ha per anni protestato presso l’ONU e la UE, ma sono stati del tutto ignorati. I pescherecci occidentali arrivano qui e pescano senza licenza, addirittura reagiscono con la forza quando le nostre barche li contrastano, ci tirano addosso acqua bollente, ci sparano, ci mirano contro con i vascelli. Queste cose sono accadute per anni, finché i pescatori somali si sono organizzati in un corpo di Guarda Costiera di Volontari Nazionali, che voi ora chiamate ‘i pirati’.
Oggi le marine militari di questi Paesi pirateschi sono qui a proteggerli. I nostri pescatori hanno paura ad uscire in mare perché spesso vengono fermati dagli incrociatori occidentali e arrestati solo perché sospettati di essere ‘pirati’. Si tratta di una terribile ingiustizia, con la comunità internazionale che fa solo i propri interessi e ci ignora. I nostri ‘pirati’ di oggi sono ex lavoratori alla disperazione, null’altro.
E poi c’è nel sottofondo il problema della discarica di sostanze industriali tossiche dai Paesi ricchi nelle nostre acque, che è iniziato negli anni ’70 ed è continuato sempre, in risposta soprattutto alla nascita in Occidente di leggi ambientali molto più severe di prima. E così i vostri governi hanno pensato di scaricarle in nazioni povere o in guerra, che non potevano reagire, o i cui governi potevano essere corrotti. Al Jazeera lo ha documentato, ma anche la CNN credo. E’ stato detto e più volte scritto che la Mafia italiana è pesantemente coinvolta qui in Somalia nella discarica di sostanze proibite (Ilaria Alpi, ricordiamoci, P.B.).
Proprio ieri (13/04) una nave è stata catturata nel golfo di Aden dai pescatori, non dai ‘pirati’, ma dai pescatori, che sospettavano che stesse per scaricare sostanze tossiche. La nave ha immediatamente gettato a mare due enormi container quando hanno visto i pescatori, ma per fortuna essi non sono affondati e sono stati trascinati a riva. La comunità locale ha invitato i vostri governi a venire a ispezionare quei container, ma per ora non c’è stata risposta.
La Banca Mondiale alcuni anni fa fece trapelare un memorandum confidenziale dove Larry Summers, che allora era il suo capo economista (oggi consigliere economico di Obama, P.B.), diceva “Penso che la logica economica dietro alla discarica di sostanze tossiche nelle nazioni più povere sia impeccabile e dovremmo affrontare questo fatto. Ho sempre pensato che i Paesi sotto-popolati in Africa siano molto sotto inquinati”. Poi ritrattò e disse che era sarcasmo.”
Paolo Barnard
NON SCRIVETE A ME. DIVULGATE ALLA GENTE NEI LUOGHI DELLA GENTE. Paolo Barnard
– COMUNICATO STAMPA –
martedì 12 maggio 2009
E’ stato istituito oggi presso la Casa del Volontariato di Rieti il Comitato per i diritti umani dei rifugiati Eritrei e Somali della provincia di Rieti che sono arrivati nel capoluogo a partire dall’ottobre 2008 e per i quali è recentemente terminato il progetto di prima accoglienza finanziato dal Governo. Un comitato impegnato nella difesa dei diritti umani dei richiedenti asilo, nella richiesta di trasparenza in merito ai progetti che li vedono coinvolti in questo territorio e nell’assistenza nel loro inserimento all’interno del tessuto sociale e lavorativo locale, nazionale o internazionale.
E’ quanto annunciato oggi nel corso di una conferenza stampa dagli stessi rappresentanti dei rifugiati, appoggiati dalle associazioni Cittadinanzattiva, Amnesty International e PosTribù.
Alla conferenza hanno partecipato una trentina di giovani eritrei (dai 18 ai 25 anni) cui ieri, presso la sede della Caritas, Prefettura, Questura ed assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Rieti hanno intimato di lasciare le abitazioni dove sono stati ospitati per qualche mese nell’ambito del progetto di prima accoglienza e presso cui in parte continuano ad abitare per sopravvivere!
Preso atto che per il Governo nazionale, come per l’opposizione parlamentare, tentare di sopravvivere è un reato (vedi prime dichiarazioni di voto sul DDL “in-sicurezza” in discussione alla Camera), come associazioni a tutela dei diritti delle persone abbiamo più volte richiesto almeno un sostegno istituzionale locale per gestire l’emergenza umanitaria ed avere così la tranquillità per avviare progetti, di accompagnamento verso l’auto sussistenza, ad esempio finanziabili con il PSR o con L.R. 2-11-2006 n.14 “Norme in materia di agriturismo e turismo rurale”.
A tal proposito abbiamo già proposto ad amministratori provinciali e regionali situazioni rurali e di valenza turistico-naturalistica in stato di abbandono e che potrebbero essere recuperate con progetti per cooperative integrate, tra italiani e immigrati, che puntino alla valorizzazione di prodotti locali DOP e IGP e delle filiere “corte”, biologiche e di “turismo responsabile”; in una parola “altra economia”. Per fare ciò e soprattutto per imparare la lingua non sono certo sufficienti 3 mesi, c’è bisogno di tempo e di volontà; volontà che sembra mancare al Comune di Rieti che ci nega persino il confronto, volontà che, da parte di altre istituzioni, è per ora solo a parole.
Nell’immediato chiediamo inoltre alla Prefettura di Rieti chiarezza su presunte gravi anomalie nella gestione dei progetti di accoglienza ed una dettagliata rendicontazione di come sono stati spesi i soldi pubblici dei finanziamenti erogati e di quali servizi sono stati offerti ai rifugiati, anche in vista di una nuova e programmata ondata di arrivi proprio a Rieti.
Questo senza processi alle intenzioni e soprattutto nel rispetto più assoluto del lavoro che le cooperative del settore svolgono, ribadendo però che lo Stato ed i soggetti impegnati non devono limitarsi ad una politica “caritatevole” nei confronti di queste persone ma devono anzitutto garantire il rispetto di quanto indicato nelle Convenzioni internazionali sui diritti umani, avendo infatti queste persone ottenuto lo status di rifugiato per motivi umanitari o politici per le persecuzioni subite nei loro Paesi di provenienza.
Ragioni umanitarie soltanto dunque? Certamente in un paese a maggioranza Cristiana (come l’Eritrea d’altronde) ci aspetteremmo accoglienze differenti da quelle riservate agli immigrati clandestini e non. Siamo ormai a più di un’aggressione al giorno a sfondo razzista e nessuno può azzardarsi a definirle tali. Se andiamo poi a vedere alla base del problema c’è prima di tutto un nuovo Apartheid economico messo in atto dall’Italia, insieme a molti altri paesi occidentali, che continuano a fare affari con le proprie imprese, lasciando in cambio solo rifiuti tossici (Ilaria Alpi docet!). Altro che “pirati”, come vogliono farci credere le TV allineate con i Governi neo-colonizzatori e “amici” della dittatura in atto proprio in Eritrea. In realtà si tratta spesso di pescatori che difendono il proprio mare per continuare ad avere una speranza di sopravvivere nel loro paese d’origine e non emigrare insieme ai propri figli che vengono costretti a combattere a vita con l’esercito fin dai 16 anni.
Nonostante questa grave degenerazione nella convivenza democratica a livello Internazionale, in Europa e in particolare in Italia, non ci vogliamo arrendere e continuiamo a credere che dalla crisi economica e sociale di questi tempi si esce solo tutti insieme, con una società multietnica e multiculturale e non escludendo e deportando le sacche più povere della popolazione mondiale.
Antonio Ferraro: 3935969317
Abbas Dehghan
Pablo De Paola: 3474807602
Cittadinanzattiva Rieti, Amnesty International e PosTribù

Giorgio Beretta
Carta Online – 28 aprile 2009
Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato. Sono finalmente accessibili, grazie al settimanale Adista e alla Campagna di pressione alle «banche armate» i dati essenziali delle operazioni bancarie sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento autorizzate dal Ministero dell’economia e delle Finanze nel 2008. Dopo che Unimondo ha presentato in anteprima nazionale il «Rapporto del Presidente del Consiglio sull’esportazione d’armamento» e i primi commenti della Campagna di pressione alle “banche armate e della Rete Italiana Disarmo, ieri il settimanale Adista ha reso noto e analizzato i dati della Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze [Mef] sulle operazioni bancarie e la Campagna di pressione alle «banche armate» ha messo online sul suo sito la nuova tabella delle operazioni bancarie relative all’esportazione di armi del 2008 contenuta nella Relazione del Mef del 2009. Ne emerge uno scenario di «grandi affari» per le «banche armate», soprattutto quelle italiane – scrive Luca Kocci di Adista. «Raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal Ministero dell’Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro ‘movimentata’, triplicano i ‘compensi di intermediazione’ che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra’, comprese quelle – come Intesa – San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il Governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull’export/import di armi presentato alla fine di marzo. Nel corso del 2008 sono state autorizzate nell’insieme [export/import] ‘transazioni bancarie’ per conto delle industrie armiere per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro [nel 2007 erano meno di in terzo pari a 1.329 milioni]. A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per ‘programmi intergovernativi’ di riarmo – come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di ‘movimenti’ di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5 per cento, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle ‘esportazioni definitive’: 66 milioni di euro [nel 2007 erano 21 milioni]» – segnala Adista. Il dettagliato articolo di Adista continua analizzando l’insieme di tutte le operazioni [import/export/transito] di appoggio fornito dagli Istituti di credito all’industria militare italiana. In questo contesto la «regina» delle «banche armate» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] che, insieme a Bnp Paribas [di cui fa parte], ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all’estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi «unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato». Considerato che l’ultimo Bilancio sociale della BNL [anno 2007] riconferma la policy della banca di circoscrivere «la propria attività alle sole operazioni scambiate con Paesi Ue e Nato, debitamente autorizzate dai ministeri a ciò preposti» vien da chiedersi se davvero gli oltre 1,34 miliardi di euro relativi a sole operazioni per l’export assunte dal gruppo BNL-BNP Paripas rispecchino fedelmente quella direttiva e quali riscontro pubblico fornisca la BNL al riguardo. Al secondo posto c’è Intesa-SanPaolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a «programmi intergovernativi». Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche» – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge 185/90». «Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo» – spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility – CSR di Intesa-SanPaolo. «Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto». E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza «armata», si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri [Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242], al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi [Unione Banche Italiane], di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l’altro che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri». «La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility – CSR di Ubi Banca – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l’impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale», non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». «La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 “sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati», ma «in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all’entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento». A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna [63 milioni], Banco di san Giorgio [30 milioni], Banca popolare commercio industria [22 milioni], Banca Valsabbina [17 milioni], Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia [11 milioni], Banca popolare Emilia Romagna [9 milioni], Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio [7 milioni], Bipop Carire [3 milioni], Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte [1 milione] e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro [Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo]. «Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è praticamente impossibile giudicare l’operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni» – spiega ad Adista Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e già coordinatore della Campagna di pressione alle ‘banche armate’ – La non pubblicazione di quell’elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive – quando non totalmente escludenti – sulla fornitura di servizi all’esportazione italiana di armi. Senza quell’elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire» Per questo la Campagna di pressione alle «banche armate» rinnova con forza l’appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date. Allo stesso tempo la Campagna insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul Governo perché venga ripristinata al più presto tutta l’informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l’esportazione di armamenti. Note: Articolo al link http://www.carta.org/campagne/partecipazione/17283 In Italia le banche sono sempre più armate Giorgio Beretta Fonte: Carta Online – 28 aprile 2009 Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato. Sono finalmente accessibili, grazie al settimanale Adista e alla Campagna di pressione alle «banche armate» i dati essenziali delle operazioni bancarie sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento autorizzate dal Ministero dell’economia e delle Finanze nel 2008. Dopo che Unimondo ha presentato in anteprima nazionale il «Rapporto del Presidente del Consiglio sull’esportazione d’armamento» e i primi commenti della Campagna di pressione alle “banche armate e della Rete Italiana Disarmo, ieri il settimanale Adista ha reso noto e analizzato i dati della Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze [Mef] sulle operazioni bancarie e la Campagna di pressione alle «banche armate» ha messo online sul suo sito la nuova tabella delle operazioni bancarie relative all’esportazione di armi del 2008 contenuta nella Relazione del Mef del 2009. Ne emerge uno scenario di «grandi affari» per le «banche armate», soprattutto quelle italiane – scrive Luca Kocci di Adista. «Raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal Ministero dell’Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro ‘movimentata’, triplicano i ‘compensi di intermediazione’ che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra’, comprese quelle – come Intesa – San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il Governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull’export/import di armi presentato alla fine di marzo. Nel corso del 2008 sono state autorizzate nell’insieme [export/import] ‘transazioni bancarie’ per conto delle industrie armiere per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro [nel 2007 erano meno di in terzo pari a 1.329 milioni]. A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per ‘programmi intergovernativi’ di riarmo – come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di ‘movimenti’ di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5 per cento, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle ‘esportazioni definitive’: 66 milioni di euro [nel 2007 erano 21 milioni]» – segnala Adista. Il dettagliato articolo di Adista continua analizzando l’insieme di tutte le operazioni [import/export/transito] di appoggio fornito dagli Istituti di credito all’industria militare italiana. In questo contesto la «regina» delle «banche armate» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] che, insieme a Bnp Paribas [di cui fa parte], ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all’estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi «unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato». Considerato che l’ultimo Bilancio sociale della BNL [anno 2007] riconferma la policy della banca di circoscrivere «la propria attività alle sole operazioni scambiate con Paesi Ue e Nato, debitamente autorizzate dai ministeri a ciò preposti» vien da chiedersi se davvero gli oltre 1,34 miliardi di euro relativi a sole operazioni per l’export assunte dal gruppo BNL-BNP Paripas rispecchino fedelmente quella direttiva e quali riscontro pubblico fornisca la BNL al riguardo. Al secondo posto c’è Intesa-SanPaolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a «programmi intergovernativi». Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche» – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge 185/90». «Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo» – spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility – CSR di Intesa-SanPaolo. «Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto». E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza «armata», si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri [Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242], al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi [Unione Banche Italiane], di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l’altro che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri». «La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility – CSR di Ubi Banca – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l’impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale», non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». «La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 “sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati», ma «in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all’entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento». A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna [63 milioni], Banco di san Giorgio [30 milioni], Banca popolare commercio industria [22 milioni], Banca Valsabbina [17 milioni], Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia [11 milioni], Banca popolare Emilia Romagna [9 milioni], Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio [7 milioni], Bipop Carire [3 milioni], Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte [1 milione] e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro [Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo]. «Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è praticamente impossibile giudicare l’operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni» – spiega ad Adista Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e già coordinatore della Campagna di pressione alle ‘banche armate’ – La non pubblicazione di quell’elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive – quando non totalmente escludenti – sulla fornitura di servizi all’esportazione italiana di armi. Senza quell’elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire» Per questo la Campagna di pressione alle «banche armate» rinnova con forza l’appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date. Allo stesso tempo la Campagna insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul Governo perché venga ripristinata al più presto tutta l’informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l’esportazione di armamenti. Note: Articolo al link http://www.carta.org/campagne/partecipazione/17283
Testo di Roberto Topino
Foto microscopiche di Stefano Montanari
La parola termovalorizzatore vorrebbe indicare un macchinario costruito per recuperare energia da qualcosa, che viene bruciato e sviluppa calore utilizzabile in quanto tale (teleriscaldamento) o per produrre energia elettrica.
Ad un pensiero superficiale e distratto può sembrare una buona idea, ma analizzando i fatti, si scopre che si risparmia più petrolio riciclando materia di quanto non se ne risparmi sostituendo il petrolio con i rifiuti bruciati nei termovalorizzatori.
Se io brucio qualcosa di plastica ottengo un po’ di calore, ma dovrò estrarre altro petrolio per ricostruire ciò che ho bruciato e il bilancio finale di energia e materia sarà in perdita.
Avrete sentito dire che “non c’è scelta” e che i rifiuti o si bruciano o vanno in discarica.
Anche questo non è vero perché con la raccolta differenziata finalizzata al riciclo, utilizzando una tecnologia poco costosa e già collaudata, quasi tutto può essere riutilizzato, anzi realmente “valorizzato”.
Vi avranno anche detto che il termovalorizzatore elimina le discariche: non è vero perché anche gli impianti più moderni necessitano di una discarica di servizio pari a circa un terzo in peso del rifiuto bruciato, quindi un inceneritore di media taglia, da mille tonnellate al giorno, produce quotidianamente più di trecento tonnellate di ceneri e di scorie da smaltire in apposite discariche per rifiuti pericolosi.
I giornali hanno scritto che a Brescia tutti i rifiuti vanno a finire nel termovalorizzatore, ma se andate a Brescia con l’aereo, atterrando a Montichiari, potrete vedere la discarica di servizio dell’inceneritore cittadino.
A Torino, il sindaco scrive che con l’entrata in funzione dell’inceneritore ci saranno 160.000 tonnellate di CO2 in meno ogni anno.
Tutti possono capire che qualsiasi fiamma produce più CO2 di qualcosa che non brucia, ma esaminiamo un dato tecnico incontestabile.
Nella tabella che segue vengono confrontate le emissioni di un inceneritore con quelle di un impianto di trattamento meccanico biologico.
Fatte le dovute proporzioni scopriamo che un impianto di riciclo produrrebbe circa 10.000 tonnellate di CO2, cioè 150.000 in meno rispetto all’inceneritore.
Il sindaco di Torino scrive anche che: “non esiste nessuna evidenza di effetti negativi sulla salute umana nelle città in cui il termovalorizzatore funziona da 50 anni o più”.
Si potrebbero fare battute di cattivo gusto ricordando gli inceneritori di Hitler, ma preferisco mostrare una tabella che riassume gli studi epidemiologici italiani sulle popolazioni residenti in prossimità di inceneritori.
Questa tabella è stata presentata ad un incontro organizzato a Torino dall’ARPA.
Come potete leggere tutti gli studi hanno riportato un aumento di tumori, per cui sarebbe più appropriato sostituire il termine di termovalorizzatore con quello più realistico di cancrovalorizzatore.
A questo punto molti ricorderanno che la televisione e i giornali hanno detto che l’inceneritore non inquina e che il rischio per la salute è “zero”.
Se c’è qualcosa che vale “zero” è la veridicità delle informazioni date dai comuni mezzi di informazione.
Per brevità, ma all’occorrenza potrei dilungarmi documentando tutto in modo incontestabile, voglio soffermarmi soltanto su due rischi ben conosciuti e provati oltre ogni ragionevole dubbio.
Il primo riguarda la diossina, la cui emissione viene ormai ammessa anche da coloro che in origine ne negavano la presenza. La diossina è un inquinante stabile, che tende ad accumularsi nel terreno e nel nostro organismo. I danni della diossina sono noti e basti ricordare che, una volta assorbita, non basta il resto della vita per liberarsene.
Il secondo rischio, che viene negato anche di fronte all’evidenza, è quello delle nanopolveri, che vengono prodotte dagli inceneritori, ma che non vengono controllate, perché la loro ricerca non è prevista dalla legge, che richiede soltanto il dosaggio delle polveri più grossolane comunemente conosciute come PM 10.
Va subito detto che non c’è nessun filtro in grado di fermare le polveri di dimensione inferiore a PM 2,5 e che queste sono in grado di penetrare nel nostro organismo e di raggiungere, attraverso il sangue, tutti i nostri organi.
Il primo effetto lesivo della nanopolveri si manifesta già nel sangue dove, comportandosi come corpi estranei, determinano la produzione di fibrina e conseguentemente la formazione di trombi, che possono causate trombosi e infarti.
Di seguito le nanopolveri posso raggiungere gli altri organi e insinuarsi persino all’interno del nucleo delle cellule. Dovete tenere presente che queste nanopolveri non sono biocompatibili né biodegradabili, si comportano da corpi estranei e possono causare alle nostre cellule soltanto danni, che si possono tradurre anche in tumori.
Nella fotografia che segue si nota una nanoparticella di origine antropica finita nel nucleo di un tumore del fegato.
Qualcuno vi dirà che non è dimostrato che le nanoparticelle possano causare tumori, ma se pensate che queste polveri di dimensioni infinitesimali sono spesso composte da cromo, cadmio, nichel, arsenico, amianto, mercurio ed altre sostanze notoriamente tossiche e cancerogene vi accorgerete che vi hanno detto un’altra bugia.
Dovete sapere che un progetto di ricerca della Commissione Europea, che si chiama ExternE (Externalities of Energy), ha quantificato in modo molto preciso i costi dei danni all’ambiente ed alla salute derivanti da una qualunque fonte emissiva.
Questi costi, in Europa, sono attualmente valutati da 3 a 5 volte meno che negli USA, ma è importante che venga riconosciuto che una centrale elettrica, una discarica, un inceneritore, un cementificio, ecc. provocano danni, che hanno, oltre ad un costo in termini di sofferenza, anche costi economici ben quantificabili.
La società che sta costruendo l’inceneritore del Gerbido, nel 2003 ha fatto uno studio in collaborazione con il Politecnico di Torino e ha redatto una tabella dei costi in euro delle malattie previste.
Malattie e costi sono stati riassunti in una tabella, che, a ragion veduta, si potrebbe definire il tariffario del cancrovalorizzatore.
Non è un macabro scherzo, è un documento del Politecnico di Torino.
E poi vi dicono che l’inceneritore sarà sicuro!
DOMENICA 3 MAGGIO 2009

LA FESTA REGIONALE DELL’ALTRA ECONOMIA A RIETI.
UNA DOMENICA DEDICATA AL CONSUMO ALTERNATIVO.
Incontri, convegni, laboratori, filmati e mostre su beni comuni,
consumi critici, finanza etica, ambiente, integrazione sociale e
sostenibilità.
E’ tutto pronto per la Festa regionale dell’Altra Economia che si
terrà domenica 3 maggio 2009 a Rieti (P.zza Vittorio Emanuele II).
Una intera giornata, dalle 9 alle 21, per conoscere i prodotti e i
temi dell’agricoltura biologica, delle energie alternative, del
commercio equo e solidale, del turismo responsabile, del riuso e
riciclo, della comunicazione aperta, ossia tutte quelle attività
fondate su un’altra idea di economia, più attenta all’ambiente, ai
diritti umani, alla salute delle persone e alla qualità dei prodotti
alimentari. L’iniziativa è promossa dall’assessorato al Bilancio,
programmazione economico-finanziaria e partecipazione della Regione
Lazio.
La festa prevede un fitto programma di incontri, convegni, laboratori,
filmati e mostre su beni comuni, consumi critici, finanza etica,
ambiente, integrazione sociale e sostenibilità.
Dalle 9 alle 21 tra gli stand si potrà partecipare gratuitamente a
laboratori per grandi e piccini: “L’arte del Trashware e del software
libero” a cura dell’Associazione Controvento, “L’acqua e cibo non sono
una merce. Una giornata di un bambino della Guinea Bissau” a cura
dell’Associazione Michele Mancino, “Ingegno-mente su riciclo creativo”
a cura di Postribù, “Taglio e cucito…recuperato!” a cura del
Coordinamento provinciale Rifiuti Zero, “Restauro e recupero” a cura
della Cooperativa sociale Oltre, “Riuso, riciclo e decoupage per
bambini” a cura di Postribù, “Belle e selvatiche. Elogio alle erbacce”
laboratorio-degustazione curata dall’associazione culturale Germogli.
E ancora: mostre permanenti tra cui “Oggetti Fossili” di Marinella
Correggia (Progetto Liberazioni), “Rieti Rifiuta” e “s.op.A.cqua”
curate dal Coordinamento provinciale Rifiuti Zero.
Alle ore 11 avrà luogo l’incontro “Altra Economia: un nuovo modello
per la provincia di Rieti” i cui lavori saranno aperti da Luigi Nieri,
assessore al Bilancio, programmazione economico-finanziaria e
partecipazione della Regione Lazio. Al dibattito parteciperà anche
Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti. Saranno presenti
anche le associazioni e le cooperative dell’altra economia di Rieti.
Seguirà la proiezione di “Amazzonia in movimento – Belem 2009”, regia
di Paolo Grassini e Federico Mariani, montaggio di Emilia D’Angelo,
produzione Videoset.
Alle ore 15 si discuterà di “Turismo responsabile..per natura” insieme
ad Adriana Goni (Reorient – Sportello Turismo Responsabile Cae Roma),
Giovanni Spinelli (Presidente Best of Sabina), Silvia Toschi
(Consorzio Cooperative turismo sociale Le Mat); alle 16 inizieranno le
performance musicali dei gruppi Anomaljas, Avanzasi, Overload, Echos,
Key Purple, Flog. Alle 21, a Palazzo Marcotulli, lo spettacolo del
gruppo teatrale ‘Rigodon’ chiuderà la Festa dell’Altra Economia con “O
Bù!..Osteria del Canale” da “Viaggio al termine della notte” di L.F.
Celine, di e con Alessandro Cavoli.
Il programma completo della Festa è consultabile anche sul sito
http://www.regione.lazio.it/web2/contents/bil_prog/
Agricoltura Biologica, Commercio Equo e solidale, Finanza Etica,
Autoproduzioni, Riciclo e Riuso, Energie Rinnovabili, Turismo Responsabile,
Biocarburante inesauribile/ Debuttano in Norvegia gli autobus alimentati… con la cacca
Affaritaliani.it
23.04.2009
Pronto al debutto in Norvegia un nuovo tipo di biocombustibile inesauribile, derivante dai rifiuti solidi umani.
Il nuovo progetto – secondo Focus.it, sito del mensile Mondadori Focus – rivoluzionerà il mondo dei biocarburanti: dal 2010 inizieranno a circolare per le strade di Oslo degli autobus a basso costo e basso impatto ambientale, alimentati a biometano di produzione umana.
Ole Jakob Johansen, responsabile del progetto, ha infatti recentemente messo a punto un procedimento grazie al quale è possibile ottenere metano dalla fermentazione dei detriti solidi recuperati dalle fognature. A differenza dei comuni biocarburanti ottenuti dalla fermentazione dei cereali, il biometano non impatta sulla produzione mondiale di cibo, risolvendo non pochi problemi di natura economica ed etica.
La città di Oslo conta di mettere in servizio circa 350 autobus alimentati a biometano entro la fine del 2010. Un simile progetto, applicato ad una città con 1,3 milioni di abitanti come Milano, significherebbe una produzione annua di 10,4 milioni di litri di carburante, sufficienti a far circolare 300 autobus per 100mila km l’uno.
COMUNICATO STAMPA
Rieti, 23 aprile 2009
“Un’altra economia è possibile”. Questa la sfida lanciata da Banca Etica a Rieti in occasione del decennale della sua fondazione
attraverso una tavola rotonda in programma domani venerdì 24 aprile a partire dalle ore 16 presso la Sala Consiliare della Provincia di Rieti (via Salaria 3).
Un momento di analisi ma anche di presentazione di progetti concreti organizzato insieme all’Associazione Culturale Germogli, con il
patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Rieti ed in collaborazione con l’Associazione PosTribù Onlus, che spazia dalla finanza etica all’impresa sociale, dalla decrescita al turismo sostenibile, dalla teoria “Rifiuti Zero” alle Banche del Tempo, dai mercati biologici all’artigianato locale, tracciando un percorso che collega alternative concrete per costruire sul territorio della provincia di Rieti un “Distretto di Economia Solidale”.
“Che l’attuale crisi economica sia stata innescata da una finanza spregiudicata e priva di valori è ormai chiaro a tutti. – spiega
Simona Geraci, referente Banca Etica per la provincia di Rieti – Quello che serve ora è pensare a come uscire da questa situazione: i
governi e le istituzioni stanno cercando di tamponare le falle con iniezioni di liquidità per salvare le banche e manovre sui tassi per
rilanciare gli scambi. Ma occorre individuare soluzioni strutturali per il medio-lungo periodo. Il nostro auspicio è che i governi e le
istituzioni possano prendere esempio dalle buone pratiche adottate dalla Finanza Etica che in tutti questi anni ha dimostrato che una
finanza trasparente e orientata al bene comune può anche essere efficace ed efficiente e certamente tutela i risparmiatori”.
“Banca Etica – aggiunge – vuole offrire a un numero sempre maggiore di persone la possibilità di orientare eticamente i propri risparmi e per sostenere sempre più le tante iniziative di valore sociale, culturale e ambientale di chi vuole un mondo più giusto. Per affrontare queste nuove sfide Banca Etica deve incrementare il proprio capitale sociale e la base di soci, siano essi singoli o ssociazioni, che rappresentano la vera linfa vitale del nostro progetto e che proprio per questo godono di condizioni agevolate sia sui prodotti di deposito che sui finanziamenti”.
“La nostra associazione – spiega Patrizia Cecconi, presidente dell’Associazione Culturale Germogli di Toffia – è attenta a tutto ciò
che può avviare un circolo virtuoso tra modelli culturali e sistema economico diretto al rispetto dei viventi, piuttosto che al mito del
Pil, ed è decisa a realizzare un tessuto condiviso con ogni organizzazione che in ambiti diversi si muova su questi obiettivi.
Questo il senso della nostra presenza attiva nell’organizzazione, con Banca Popolare Etica ed in collaborazione con l’Associazione Postribù, di una tavola rotonda che affronti il tema di un’economia “altra”, che veda al primo posto la difesa del bene comune e dei diritti umani, tra cui rientrano a pieno titolo le scelte sulla sostenibilità ambientale”.
I lavori, introdotti da Patrizia Cecconi e Simona Geraci, prevedono l’intervento di Leonardo Becchetti, presidente del Comitato Etico di
Banca Etica, docente di Economia Politica all’Università Torvergata di Roma sul tema “La responsabilità sociale nell’impresa e nella
finanza”, di Renate Goergen, membro del Cda di Banca Popolare Etica, presidente dell’agenzia di sviluppo Le Mat sul tema “Per un turismo più responsabile, sostenibile, inclusivo”. Nel corso dell’incontro verranno poi approfonditi esperienze e progetti avviati in provincia di Rieti: la creazione di un Distretto di Economia Solidale attraverso la costruzione di una strategia di rete sul territorio (Paola Cuzzocrea, giornalista, Associazione PosTribù), l’esperienza dei Gruppi di Acquisto Solidale – Gas (Valeria Patacchiola, Arci Rieti), la decrescita nello scenario sabino (Paolo Piacentini, presidente Parco Monti Lucretili).
Seguirà il dibattito con istituzioni, associazioni e cittadini per poi concludere con un originale “apertivo alle erbacce Sabine” curato
dall’Associazione Germogli.
Hanno aderito alla manifestazione Adiconsum, Arci Rieti, Capit Rieti, Caritas Rieti, Cesv-Spes Rieti, Cittadinanzattiva, Cooperativa Sociale Oltre, El Caracol, Legambiente Bassa Sabina.
L’Ufficio Stampa
Info: simona.geraci@libero.it; cell. 3477564625
inform@associazionegermogli.it;
post.tribu@gmail.com
«No human rights»
In questo momento di massima tragedia, anche per Rieti, non è facile per noi esprimere sentimenti che sono chiaramente dettati da una emotività inconsueta. Sappiamo però riconoscere quell’umanità che sta realmente invadendo i territori colpiti dal terremoto e, pur avendo preferito in questi giorni non pubblicizzare la nostra attività di aiuti alle popolazioni colpite, ci dispiace constatare che chi sta facendo sciacallaggio politico “di piazza” sulla tragedia Aquilana si permette addirittura di fomentare polemiche sterili ma soprattutto controproducenti per la convivenza civile della città.
In questo senso siamo preoccupati che sia proprio il Sindaco Emili a correre dietro ad assurde illazioni, senza nemmeno il coraggio di fare nomi, che vorrebbero “fomentatori estremisti” infiltrarsi tra rifugiati Eritrei e Somali.
E si, proprio gli Eritrei e Somali che pochi mesi fa (chi 5, chi 4 o 3) furono accolti con “quella calorosa umanità che contraddistingue i nostri concittadini” (Sindaco Emili ndr.).
Parole sacrosante, ma non capiamo proprio perché ad ogni uscita pubblica il nostro Sindaco non perda mai occasione per ricordarcele, come se volesse ad ogni costo farle proprie.
Il problema a noi invece sembra un altro e riguarda proprio il ruolo che le istituzioni tutte dovrebbero svolgere, non solo in emergenza, ma nella gestione lungimirante in previsione e prevenzione di nuove possibili emergenze.
Purtroppo però oggi constatiamo di nuovo l’incapacità delle amministrazioni locali nel pianificare una reale integrazione delle persone nel tessuto sociale e così un’altra emergenza si sta consumando in queste ore a Rieti, lasciando che si vada a sovrapporre a quella tremenda che vivono le famiglie delle vittime terremotate.
Senza alcuna intenzione di alimentare inutili polemiche in un momento così difficile per il territorio reatino, vorremmo avanzare delle proposte concrete che tentino di ripristinare la normale convivenza tra esseri umani, spingendo oltre la routine dell’emergenza l’attività di inserimento dei rifugiati, come nell’immediato saremo chiamati a fare per le persone senza più una casa, o peggio ancora una speranza, dopo gli eventi sismici di questi giorni.
Coscienti che la “questione immigrazione” in Italia sta diventando ingestibile per colpa di Leggi razziste e disumane, oltre ovviamente per guerre di stampo coloniale che continuiamo a sostenere come Governo Italiano, chiediamo a Provincia e Comuni del Distretto Socio-Sanitario n°1 di affrontare la situazione di indigenza che queste persone stanno per subire, senza dividere i nuclei familiari e garantendo a tutti la possibilità di essere avviati verso progetti di seconda accoglienza per l’inserimento lavorativo attraverso cooperative agricole che darebbero loro l’auto sussistenza.
Ovviamente sappiamo che questo processo non è affatto semplice ma crediamo che quando sono in gioco delle vite non ci sono alternative.
Altrimenti sotto altri cento! E “la giostra continua”!
«No human rights».
Associazione PosTribù onlus
ARCI Rieti
Cittadinanzattiva Rieti
Appello dell’Abruzzo social forum: cerchiamo volontari preparati
Una grande campagna di solidarietà promossa da diversi pezzi di società civile è in corso in queste ore, dopo la tragedia del terremoto che ha devastato alcuni paesi dell’Abruzzo e la città dell’Aquila.
Tra gli altri, la rete delle associazioni dell’Abruzzo social forum sta stilando un elenco di volontari, preparati a fronteggiare la situazione, da tutte le regioni.
Chi volesse raggiungere la regione può contattare l’Abruzzo social forum alla mail info@abruzzosocialforum.org oppure Renato Di Nicola all’indirizzo di posta elettronica renato.dinicola@virgilio.it o al numero di telefono > 338 1195358.
Notizie in continuo aggiornamento su > http://www.carta.org/