Archivi categoria: diritti civili

“Gli Invisibili” Festa in sostegno dei rifugiati Eritrei e Somali

la festa è stata rimandata -causa maltempo- a data da destinarsi... vi faremo sapere presto!
"gli Invisibili"
Causa maltempo siamo costretti a rinviare la Festa in oggetto.
Ci auguriamo di rivederci al più presto per aiutare i nostri amici Eritrei e Somali e festeggiare con loro.
A presto il nuovo appuntamento.
Postribu’
ore 9,30 –  Torneo di Calcetto “anti-sismico e anti-ronde”
ore 12,30 –  Pranzo “scaccia crisi e scaccia razzisti”
Presso il Casale “Invisibile” di Antonio Ferraro (Coordinatore di Cittadinanzattiva), sotto lo svincolo del cavalcavia di via Tancia
(€ 10 + sottoscrizione a sostegno dei rifugiati)
Per prenotazioni e sottoscrizioni potete rispondere a questa mail o contattarci ai numeri: 3474807602 (Pablo) e 3935969317 (Antonio)
COMUNICATO STAMPA
CITTADINANZATTIVA-AMNESTY INTERNATIONAL-POSTRIBU’

2 GIUGNO 2009 – FESTA IN SOSTEGNO DEI RIFUGIATI ERITREI E SOMALI

Un torneo di calcetto “Anti-ronde” ed un pranzo “Scaccia crisi e scaccia razzisti”. Così Cittadinanzattiva, Amnesty International e Postribù Onlus hanno deciso di festeggiare il 2 giugno organizzando una “Festa in sostegno dei rifugiati eritrei e somali” insieme alla cittadinanza ed ai rifugiati che da tempo vivono sul nostro territorio che si sono costituiti in Comitato.

Mentre tutti si preparano ad accaparrarsi gli ultimi voti utili ci sono molti cittadini che hanno bisogno di casa, lavoro e cibo. Tutti diritti che dovrebbe garantire la Repubblica Italiana fondata proprio il 2 giugno 1946.

Tra questi cittadini ce ne sono alcuni originari di paesi vittime di accordi economici e militari con l’Europa che stanno distruggendo ogni possibilità di autosussistenza e autodeterminazione dei popoli.

Lo Stato Italiano, oltre ad aumentare ogni hanno la spesa per i sistemi d’attacco militare (13 miliardi di euro per acquistare 130 F35), è complice della dittatura in Eritrea, oltre che delle guerre civili in Somalia, Congo e Nigeria dove l’Eni sta continuando a distruggere il Delta del Niger.

Denaro ed investimenti che potrebbero andare alla ricostruzione democratica delle zone terremotate, ad energie sostenibili, diffuse e più democratiche di quelle fossili, ad una degna accoglienza dei migranti e ad un alloggio per tutti i senza casa.

In questi giorni, con una trentina di persone quasi tutte eritree, abbiamo creato relazioni umane che hanno dato loro una speranza di potersi costruire un futuro in provincia di Rieti. Ora stanno lentamente imparando la lingua italiana seguendo un corso organizzato dall’Arci e molti di loro cominciano a trovare i primi lavori.

Alcune persone hanno ridato vita alla terra incolta del Casale dove andremo a pranzare con cucina tipica Eritrea e con i primi raccolti (biologici) dell’orto “invisibile”; invisibile come loro, perchè quello che hanno non è sufficiente e tutto ciò che chiedono e di cui hanno bisogno è ancora invisibile ai nostri occhi.

Vi aspettiamo, scriveteci a:

post.tribu@gmail.com

Casale invisibile

Amnesty, centinaia di civili morti in offensiva nel Delta del Niger

Delta del Niger: La guerra si estende agli Stati di Ondo, Edo e Bayelsa.

giovedì 21 maggio 2009 → 23:28

Continuano gli attacchi della JTF contro i “militanti” nel delta del Niger. Amnesty International denuncia, centinaia i civili morti nell’offensiva. Più di 20.000 gli sfollati. Appello per il rispetto dei diritti umani.
Continuano purtroppo ad arrivare conferme di quanto avevamo scritto nei giorni scorsi, mentre i media di tutto il mondo salvo rare eccezioni tacevano.

Amnesty International con un lungo comunicato rilasciato a Londra ha detto oggi di aver ricevuto notizie che centinaia di persone, per la maggior parte civili, sono morte nell’offensiva militare nel Delta del Niger. Nel comunicato si esortano i gruppi militanti e le forze armate del paese a dar prova di moderazione nel delta del Niger per evitare di causare sofferenza alla popolazione civile. “Amnesty International chiede alla JTF (Joint Task Force) e ai gruppi armati di usare la forza in un modo che non si traduca in abusi dei diritti umani, l’attacco non deve essere un trasferimento forzato della popolazione civile e si deve garantire il libero accesso a chi ha bisogno di cure mediche”.

La scorsa settimana, la Nigeria ha lanciato la sua più grande campagna militare degli ultimi anni nel delta, bombardando dal cielo e dal mare i campi dei militanti vicino alla città di Warri, prima di inviare centinaia di soldati per tentare di eliminare i militanti dalle comunità locali.
Amnesty ha spiegato che il bilancio più alto delle vittime si è registrato venerdì scorso, quando la taskforce militare (JTF) nel delta ha usato gli elicotteri per attaccare le comunità del regno di  Gbaramatu intorno al campo dei militanti vicino a Warri .
“Secondo le notizie ricevute da Amnesty International, centinaia di civili raccolti per un Festival, compresi donne e bambini, sono stati uccisi e feriti negli scontri tra la JTF e i gruppi armati”.
L’esercito nigeriano ha ripetutamente negato di avere fatto delle vittime tra i civili. Ma il portavoce del Mend, Jomo Gbomo, ha denunciato “l’uso sconsiderato e irresponsabile dell’arsenale aereo contro donne, bambini, anziani indifesi e persone troppo malate per fuggire”. Il ministro del Petrolio Odein Ajumogobia ha detto ieri ai giornalisti che il governo sta facendo il possibile per minimizzare la perdita di vite.
Amnesty parla di numerose abitazioni che sono state incendiate e distrutte dai militari. “Migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie comunità – dice ancora l’organizzazione – Rimangono nascoste nella foresta senza accesso all’assistenza medica e al cibo”. La gente non usa più i battelli, che rappresentavano i loro mezzi principali di trasporto, per paura di essere presi di mira dai militari. Amnesty stima che 20.000 persone siano rimaste intrappolate dall’offensiva militare.

Il comunicato di Amnesty è sostanzialmente confermato dalla BBC che è riuscita a inviare un giornalista a Warri. Andrew Walzer in un articolo, dall’eloquente titolo “Migliaia in fuga dal massacro del Niger Delta“,  da Warri riporta le testimonianze di numerosi abitanti delle comunità colpite che parlano di molti morti e feriti tra la popolazione civile. Secondo Walzer migliaia di profughi sono sparsi nelle foreste e nelle paludi di tutta la zona. Anche alla BBC i militari della JTF hanno confermato che l’attacco continuerà: “fino a quando non avremo catturato Tompolo (Government Ekpemukpolo) che è ora in fuga e i 13 militari scomparsi durante l’attacco”. Intanto i maggiori rappresentanti della nazione Ijaw continuano a lanciare appelli al Presidente chiedendo a gran voce di fermare l’attacco dei militari e chiedendo anche le dimissioni del Vice – Presidente Jonathan Goodluck, un esponente della comunità Ijaw , che non ha rilasciato alcuna dichiarazione per fermare l’attacco dell’esercito e questo secondo i leader degli Ijaw “dopo 6 giorni di aggressione al nostro popolo da parte dell’esercito di quella Nigeria che ci dovrebbe proteggere” è inaccettabile. È impossibile verificare ciò che sta accadendo nella zona, anche per i corrispondenti dei giornali locali, i militari hanno bloccato le vie navigabili e tutte le imbarcazioni –la via d’acqua è l’unica strada che porta da Warri al regno di Gbaramatu dove si trovano Oporoza e le altre comunità colpite. Cynthia Whyte, portavoce del JRC (Join Revolucionary Council), che comprende il Movimento per l’emancipazione del delta del Niger (Mend), la Martyrs Brigade e il Reformed Niger Delta Peoples Volunteer Force (RNDPVF) (RNDPVF, ha detto in un’intervista che gli eventi delle ultime settimane sono serviti a dimostrare che la Nigeria è un paese governato da leader malati e folli, che non hanno alcuna considerazione per la popolazione civile. Il JRC tramite il suo portavoce ha anche fatto sapere che l’ Esercito pagherà caro per la distruzione che ha portato nel Delta State. Diversi senatori hanno richiesto al Parlamento Nigeriano di aprire un’inchiesta su quanto sta accadendo nel Delta State e sul comportamento della JTF. Ci vorranno due settimane per avere un rapporto ha dichiarato il presidente del Senato nigeriano. Intanto nel Delta continuano gli attacchi e la popolazione continua a soffrire e a morire per quel petrolio che invece di ricchezza da cinquant’anni porta solo morte, povertà e distruzione.

Mapuche, i diritti violati del popolo cileno

Mapuche: In Cile i diritti violati di un popolo
di Annalisa Melandri

Le violazioni dei diritti umani del popolo mapuche accertate da parte degli organismi internazionali
Facendo buon viso a cattivo gioco, il Cile ha accettato le raccomandazioni di alcuni Stati membri dell’ONU e di alcune ONG rispetto al tema della violazioni dei diritti umani del popolo mapuche, promettendo entro la fine del corrente anno di dare impulso a un programma nazionale volto al rispetto di questi e realizzato in coordinazione con la società civile.
La sessione speciale dell’ONU si è tenuta martedì 12 maggio  nell’ambito della riunione dell’ Esame Periodico Universale (EPU), un nuovo meccanismo delle Nazioni Unite che ogni quattro anni esamina la situazione  di un determinato paese.
Povertà estrema, educazione, rispetto dei diritti di donne e bambini, fine della repressione,  garanzie giuridiche e  diritto alla terra. Questi i principali temi affrontati e le richieste di chiarimenti da parte di alcuni paesi membri dell’ONU,  ma sono state proposte anche raccomandazioni sul caso dei giornalisti stranieri espulsi dal paese per aver realizzato reportages sui mapuche e la revisione della legge Antiterrorista, alle quali il governo cileno deve rispondere entro il settembre del 2009.
Tuttavia rischia di trasformarsi nel solito balletto vuoto e senza senso di raccomandazioni, fatto di buone intenzioni e promesse mancate, dove tutti sanno quel che accade ma nessuno è seriamente intenzionato a fare bene la sua parte fino in fondo. E soprattutto dal quale è rimasto escluso il diretto interessato e cioè il popolo mapuche.
Se è vero che nell’assemblea dell’EPU sono state sentite numerose  associazioni per la difesa dei diritti umani e molte ONG,  è anche vero che non un rappresentate del popolo mapuche è stato invitato a partecipare.
La situazione dei mapuche in Cile oggi è talmente grave e preoccupante  che a ben poco potranno servire raccomandazioni e belle parole.
Ha a che vedere direttamente con i giochi di potere e il pinochettismo che è tutt’altro che morto e con una  presidente, Michelle Bachelet,  che sembra totalmente piegata a  poteri molto più forti di lei e che non prende ferma posizione in merito  anche perchè tra quasi un anno è in scadenza il suo mandato.
Le violazioni più gravi verso il popolo mapuche sono commesse dall’Esercito e dalla Polizia come riportato anche nella relazione del Comitato Contro la Tortura delle Nazioni Unite, nel quale si è fatto esplicito riferimento a maltrattamenti che si trasformano in veri e propri casi di tortura, all’ impunità imperante per cui chi commette le violazioni non viene mai giudicato e condannato e alla stessa legge di Amnistia per la quale non si possono giudicare le violazioni dei diritti umani commesse tra l’11 settembre 1973 e il 1988.
Le violazioni dei diritti umani contro il popolo mapuche sono commesse soprattutto durante le operazioni di perquisizione delle comunità, durante lo sfollamento forzato e durante gli interventi realizzati in occasione della riappropriazione delle terre da parte dei mapuche.

I morti e le violenze commesse sui bambini
In alcune occasioni le operazioni di polizia hanno avuto esito tragico come accadde nel 2002  con la morte del 17enne Alex Lemún Saavedra, rimasto ucciso da un colpo di arma da fuoco sparato dai Carabinieri  o di Juan Collihuín morto per lo stesso motivo nel 2006, o più recentemente per l’uccisione di Matías Catrileo,  morto durante una recuperazione di terre  il 3 gennaio 2008.
In tutti questi casi gli autori materiali di queste morti sono ancora in servizio  e nessun provvedimento è stato preso contro di essi.
Particolarmente grave è la situazione delle donne e dei bambini mapuche, i soggetti più deboli delle comunità.
Ci sono neonati, come è avvenuto ad una  bambina di appena sette mesi che è rimasta intossicata dal lancio di un lacrimogeno lanciato all’interno della sua  abitazione, che riportano gravi lesioni e traumi durante le operazioni di polizia, o  minori che raccontano di essere stati picchiati dai Carabinieri o tenuti per un’intera notte in celle umide  e fredde e senza cibo.
Bambini che raccontano di intimidazioni e minacce e altri che ricevono alla schiena o alle gambe i pallini antisommossa  o che restano completamente soli dopo l’arresto di tutta la famiglia come è avvenuto alla figlia minore della lonko (dirigente indigena) Juana Calfunao che ha dovuto chiedere asilo a Ginevra.
Il  Servizio di Salute dell’Araucania Nord, (Programma di Salute Mapuche – Dipartimento di Psichiatria, Ospedale di Angol) ha testimoniato proprio al riguardo, come  i bambini delle comunità mapuche soffrano di tutta una serie di disturbi e problemi psicologici riconducibili al conflitto territoriale e giuridico.
E’ accertato ufficialmente inoltre anche un caso di sparizione forzata, un ragazzo di 16 anni, José Huenante, è scomparso da tre anni dopo essere stato visto l’ultima volta su un’ auto dei Carabinieri. Tre di essi sono formalmente accusati del suo sequestro, ma del giovane nessuna notizia ad oggi.
I prigionieri politici
Non meno grave appare la situazione dei prigionieri politici mapuche nelle carceri cilene. In un recente comunicato dichiarano di rifiutare fermamente  “l’integrazione forzata con la società winka (occidentale) corrotta dall’individualismo” e reclamano e confermano i loro diritti sui territori originari svenduti completamente alle multinazionali dai quali sono stati cacciati per permetterne lo sfruttamento.
Lo sfruttamento delle foreste ad opera delle multinazionali del legno, la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, di aeroporti, lo sfruttamento minerario delle enormi ricchezze del sottosuolo, sono queste le politiche che attua il  governo cileno per svendere le risorse del paese ai capitali stranieri e per la cui realizzazione  passa sopra ai diritti dei popoli nativi, decretandone  la scomparsa.
C’è una campagna sistematica di distruzione e di annichilamento di intere comunità che si sta portando avanti  nel silenzio indecente della comunità internazionale e che si compie attraverso repressione, minacce, uccisioni e arresti.
I membri delle comunità organizzate e in lotta, i weichafe (guerrieri),  vengono incarcerati e accusati in base a leggi risalenti alla dittatura di Pinochet di essere “terroristi” e condannati con pene lunghissime che arrivano fino a dieci anni e oltre per reati minori quali l’incendio (elevato alla categoria penale di “incendio terrorista”), la recuperazione di terre e atti di proteste o rivendicazioni sociali.
Soltanto della Coordinadora Mapuche Arauco Malleco sono stati arrestati circa un mese fa 11 membri che vanno ad aggiungersi agli oltre 40 prigionieri nelle carceri che Michelle Bachelet, presidente del Cile,  ha più volte ribadito non essere prigionieri politici.
Patricia Troncoso,   Elena Varela e i giornalisti “terroristi”
Purtroppo il conflitto con il popolo mapuche fa parte di una delle tante lotte giuste ma dimenticate  del mondo. Si fa finta di non sapere che è un intero popolo che si ribella a un sistema di potere con forme di protesta antiche e organizzate e che è sbagliato e disonesto chiamare terrorismo.
La legittimità delle richieste del popolo mapuche, la fierezza della sua gente, l’importanza delle sue rivendicazioni esce soltanto  per brevi momenti dai confini nazionali  quando il sistema politico e giudiziario cileno “inciampa” in incidenti di percorso come accadde l’anno scorso in occasione del lunghissimo sciopero della fame (112 giorni) che  Patricia Troncoso portò avanti  dal carcere e che la condusse quasi alla morte  e in seguito al quale ottenne  soltanto modesti benefici rispetto alla sua detenzione. Le sue richieste politiche più importanti, quali la  libertà per tutti i prigionieri politici, la smilitarizzazione dei territori mapuche dell’Araucanía, l’abrogazione della legge Antiterrorista, la fine della repressione contro il popolo mapuche, furono  completamente disattese.
Il suo sciopero  della fame non si concluse  con la sua morte solo per la  grande pressione internazionale su di un governo sordo e cieco, dal momento che Patricia non ha mai ricevuto, nemmeno nei momenti più critici, la visita di nessun rappresentante del governo del suo paese.
Sempre lo scorso anno balzò alla cronaca la vicenda della videomaker Elena Varela, arrestata nel maggio del 2008 e tenuta in carcere tre mesi, mentre realizzava un reportage dal titolo Newen Mapuche sul conflitto con le multinazionali del legno, accusata di essere l’autrice intellettuale di alcune rapine in banca commesse tra il 2004 e il 2005 in associazione con la guerriglia del MIR (Movimiento de Izquierda Revolucionaria).
In quell’occasione le fu sequestrato tutto il suo lavoro. Il processo, con il quale rischia una condanna a 15 anni di carcere, che era  fissato per il 29 aprile è stato rimandato ai primi di giugno per aspetti formali.
Anche Reporters senza Frontiere ha espresso  in una lettera a Michelle Bachelet (alla quale lei  non ha mai risposto) preoccupazione per la sentenza che sarebbe scaturita dal processo e i dubbi circa la validità delle accuse.
D’altra parte era già avvenuto in passato che giornalisti stranieri fossero  identificati come “terroristi” ed arrestati. Accadde nel marzo 2008 con due cittadini francesi, nella zona di Collipulli quando Christophe Harrison y Joffrey Rossi  furono detenuti per poco tempo, accusati di aver provocato un incendio e di appartenere all’ETA e a due cineasti italiani, Giuseppe Gabriele y Dario Ioseffi, accusati di “terrorismo” e poi espulsi dal paese.
Il prossimo Esame Periodico Universale (EPU) si terrà tra quattro anni. In Cile allora ci sarà un altro governo e un altro presidente. Da Michelle Bachelet ci si aspettava molto, sicuramente molto di più di quello che ha fatto per il rispetto dei diritti umani nel suo paese,  vista la sua storia personale segnata da  gravi perdite familiari durante la  dittatura di Pinochet.
Il pinochettismo e il potere militare sono ancora forti in Cile, la destra è sicuramente una delle più forti in America latina, il neoliberismo applicato selvaggiamente negli anni ’70 e ’80 si è radicato prepotentemente creando ferite profonde in un tessuto sociale già gravemente  compromesso da anni di terrore.
Il popolo mapuche rivendica i suoi territori, afferma prepotentemente e con orgoglio il diritto di vivere sulle sue terre, riconferma con fierezza usi e tradizioni antiche che non vuole perdere.
“Gli occhi neri di Lautaro
gettano migliaia di lampi.
Come soli fanno germogliare i solchi
come soli guidano l’avanzata di un popolo combattente
che non vuole essere schiavo
come un puma in gabbia”
(Rayen Kvyeh)
.
Lautaro
In questi giorni la poetessa mapuche Rayen Kvyeh è in Italia per presentare alla Fiera del Libro di Torino la sua ultima raccolta di poesie dal titolo “Luna di Cenere” per le Edizioni Gorée e con la traduzione dallo spagnolo di  Antonio Melis professore ordinario di Lingue e Letterature Ispanoamericane presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Siena.
Incontreremo Rayen Kvyeh e la poetessa peruviana Gladys Besagoitia venerdì 22 maggio alle 17.00 presso la Sala delle Conferenze dell’Istituto Demoetnoantropologico (Museo delle Arti e Tradizioni Popolari), Piazza Marconi, 8/10 Roma.

Annalisa Melandri

La rivoluzione è un fiore che non muore
La revolución es una flor que no muere

Ecco i delinquenti che vengono dai barconi

di Mariagrazia Gerina, Massimiliano Di Dio e Cesare Buquicchio

Il presidente del consiglio Berlusconi dice che sui barconi che in queste ore vengono respinti dalla Marina italiana «ci sono persone reclutate in maniera scientifica dalle organizzazioni criminali», dice che pochissimi di loro «hanno i requisiti per chiedere il diritto d’asilo». Si sbaglia. Su quei barconi c’è stato Tedros, 30enne eritreo laureato ed incarcerato perché non allineato al partito al potere. Proprio ieri ha avuto i documenti da rifugiato politico. C’è stato Saied, adolescente afgano fuggito dalla guerra. C’è stata Aisha scappata dall’Eritrea e picchiata e violentata per mesi in un centro di detenzione in Libia. Ecco le loro storie.


TEDROS
Tedros T. ha 33 anni, è laureato in scienze sociali e nel suo paese, l’Eritrea, si occupava di educazione e assistenza alle persone disabili. È arrivato in Italia l’estate scorsa, il 30 luglio 2008, a bordo di una delle carrette del mare su cui secondo Berlusconi ci sarebbe solo «gente reclutata dai criminali». Sulla sua carretta erano in ventisei, uomini, donne e un bambino. Prima l’arrivo a Lamepdusa, poi il trasferimento nel centro d’accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto, alle porte di Roma. Proprio ieri il governo italiano gli ha consegnato i documenti che gli consentiranno di restare in Italia come rifugiato politico. Altri, arrivati con lui, stanno ancora attendendo di essere ascoltati dalla Commissione che esamina le richieste d’asilo.
Non esattamente un criminale. E nemmeno un sovversivo. Tedros, Tedy per gli amici, dopo la laurea, come il governo eritreo impone, si è iscritto al partito unico, il Pfdj che sta per «People front for Democracy and Justice»: «Il nome è buono, il resto meno ed è richiesta assoluta obbedienza ai dettami del partito», racconta Tedros, che ha scontato con 8 mesi di carcere l’essere stato giudicato, con un pretesto qualsiasi, non sufficientemente allineato. Uscito da lì, è iniziata la sua fuga. Sulle orme della moglie, che, in Italia dal 2004, lo aveva preceduto nel tragitto dall’Eritrea alla Libia a Lampedusa. Ora lei fa la colf a Genova, e anche lui, con i documenti in tasca, potrà cercare lavoro.

ABDUL
A trent’anni A.H. ha detto basta. Non voleva più né fare la guerra né subire le vessazioni e le torture del governo sudanese. Per questo è fuggito dal Darfur. Lo chiameremo Abdul, nome di fantasia, perché quel che resta della sua famiglia è rimasto in Sudan e le ritorsioni non sono finite per loro.
Tutto comincia quando A.H. viene spedito al fronte, dove si muore e Abdul che è di una tribù ostile al governo centrale subisce continue vessazioni. Dopo tre anni in divisa chiede una licenza e lo sbattono in un carcere militare dove subisce ogni specie di tortura. Quando viene ferito non gli permettono di riabbracciare i suoi. E quando fugge a casa i militari vanno a riprenderselo. Al suo posto arrestano il padre: lo torturano e lo uccidono. E dopo di lui uccidono i suoi fratelli. Nessuno rivela dove si nasconde Abudl, che solo un anno fa, attraversando il deserto a piedi e penando per guadagnare i 1200 euro da consegnare ai trafficanti egiziani, riesce a scappare in Italia, dove chiede l’asilo. Il Centro italiano per i rifugiati, che ha raccolto la sua storia, lo assiste. E alla fine Abudl ce la fa. E se la Marina lo avesse respinto?

SAIED
Saied è partito dall’Afghanistan che aveva 9 anni e, tappa dopo tappa, ha percorso l’intera odissea dei ragazzi afghani in fuga dalla guerra. Aveva 18 anni Saied, quando, 2 anni fa, nascosto sotto un camion proveniente dalla Grecia, ha raggiunto la destinazione finale: Italia. Anzi, più precisamente: Roma. «Dalla stazione Termini, prendere il 175, scendere alla stazione Ostiense», recitavano con precisione le istruzioni. Pakistan, Turchia, Grecia. Ogni tappa un espediente per mettere da parte i soldi, pagare i trafficanti e proseguire il viaggio fino all’approdo finale, sulle panchine di piazzale Ostiense diventata ormai l’ambasciata on the road della diaspora afghana. Da lì, il passa-parola l’ha portato fino al Centro Astalli, il centro per rifugiati gestito dai gesuiti. Ora Saied, che, rifugiato politico, ha imparato l’italiano e studia per prendere la licenza media, fa il mediatore culturale, ha uno stipendio e da un paio di mesi vive in un appartamento.

AISHA
“Sono scappata dall’Eritrea perché non volevo essere reclutata nell’esercito e mandata nella guerra senza fine contro l’Etiopia. I miei fratelli e sorelle erano nell’esercito e non sono mai più tornati a casa. – a raccontare questa storia è una donna eritrea, la chiameremo Aisha, lei l’ha raccontata a Medici Senza Frontiere in uno dei centri di detenzione per immigrati di Malta ed è raccolta nel rapporto “Not Criminals” -. In Libia sono stata messa in un centro di detenzione dove sono stata violentata e picchiata diverse volte. Sono stata trattata come una schiava dalle guardie e dai soldati. Sono stata una schiava per due anni e non avevo possibilità di fuga – spiega Aisha –. Quando mi sono imbarcata speravo di diventare libera. Poi quando sono stata rinchiusa in un centro di detenzione a Malta ho perso la speranza e ho avuto problemi cardiaci e gastrici. I ricordi delle violenze e delle botte sono riaffiorati ed è stato difficile stare in quel posto con tante altre persone”.

MOHAMMED
«Lavoravo come camionista per un’azienda statale impegnata nella ricostruzione dell’Afghanistan. Era il 7 maggio di due anni fa, un gruppo di talebani ha rapito me e altri quattro colleghi. Tre di loro sono stati uccisi. I loro cadaveri sono stati lasciati davanti al palazzo dove lavoravamo». Mohammed, quarantenne afghano, è salvo per miracolo. «Mio zio ha pagato 10mila dollari per liberarmi». Chi ha ucciso i suoi colleghi, però, non dà garanzie per la sua vita futura. E così, alcuni mesi dopo, lui decide di lasciare per sempre il suo paese. Un viaggio lungo, fatto di stenti e paura. Prima l’Iran, poi la Turchia. «A Istanbul – ricorda – ho preso un gommone e siamo riusciti a raggiungere le acque territoriali della Grecia ma siamo stati respinti dalle autorità locali. Ci hanno fatto buttare tutti i nostri vestiti e soldi, ho perso il mio passaporto, la patente e 700 euro». Il gommone cerca di tornare indietro ma la polizia turca lo respinge. Mohammed teme di morire in mare ma alla fine è la Grecia a dare ospitalità a lui e a suoi connazionali. «Ci hanno portato in un campo dove siamo rimasti per sette giorni, dicevano che non era possibile fare richiesta di asilo, che dovevamo andare ad Atene». Ed è lì che l’uomo si dirige senza scarpe, con soli pochi indumenti addosso. Denuncia anche violenze da parte della polizia. «Per nessun motivo – rivela – mi hanno colpito sulla testa con un bastone elettrificato e sono caduto». Si risveglia con un braccio rotto in un ospedale, Mohammed. «Avevo paura di avvicinarmi alle autorità per chiedere asilo, così ho pagato un trafficante: 2500 euro per potermi nascondere dentro un tir che ha attraversato il mare in una nave». Lo sbarco a Venezia solo il 13 marzo scorso.

IKE
“Ero un insegnante di matematica – racconta ancora Ike, somalo, nel rapporto “Not Criminals” –. Tre dei miei colleghi sono stati uccisi, la mia scuola è stata chiusa e ho perso il mio lavoro. Sono scappato dalla Somalia perché la mia casa non era più sicura, una mina è esplosa vicino alla mia casa e mi ha ferito. Altrimenti sarei restato, non sarei arrivato qui”.

TITTY
Titty è giovanissima, ha 21 anni ed è un disertore. In Eritrea anche le donne sono costrette ad arruolarsi e mentre indossano la divisa spesso sono costrette a subire violenza sessuale da parte dei militari uomini. Da tutto questo Titty è fuggita, a bordo di un camion stracarico ha varcato il deserto. Eritrea, Sudan, Libia. E da lì è salpata per l’ultimo viaggio, a bordo di una delle carrette che Berlusconi vuole respingere perché piene di «gente reclutata da criminali». Titty che non si è fatta reclutare nemmeno dall’esercito eritreo a Lampedusa è sbarcata un anno fa. In questi dodici mesi ha imparato l’italiano, ha frequentato un corso per operatore socio-assistenziale, ha incontrato un ragazzo eritreo. Il governo italiano non le ha riconosciuto il diritto all’asilo ma le ha assicurato comunque una «protezione sussidiaria».

SAMA
“Ho attraversato il deserto per sfuggire alla violenza della Somalia e ho raggiunto Tripoli quando la mia gravidanza era quasi al termine – racconta Sama anche lei in fuga dalla guerra e in cerca di un futuro per sua figlia –. Il giorno della mia partenza ho comprato un paio di forbici nuove e le ho custodite con cura. Volevo che restassero pulite. Mia figlia è nata il primo giorno di barca. Un uomo e una donna mi hanno assistita durante il parto: lui mi bloccava le braccia; lei ha tagliato il cordone ombelicale con le mie nuovissime forbici. Eravamo in 77 su quella barca, eravamo talmente schiacciati che non riuscivamo nemmeno a muoverci. I giorni successivi il mare era agitato. L’uomo e la donna si tenevano stretti a me e io stringevo forte a me mia figlia, temevo potesse finire in mare. Nei quattro giorni successivi abbiamo sofferto molto per la mancanza di cibo e acqua, anche mia figlia perché il mio seno era stato asciugato dalla paura e la fame”.

ADAM
Adam ha poco più di vent’anni. È sudanese. Come Abdul faceva il soldato, nel Darfur. Costretto ad arruolarsi, è scappato dall’esercito e dal suo paese per sottrarsi alla guerra. In Italia è arrivato cinque anni fa in gommone, gettato dagli scafisti libici sulle coste di Lampedusa. Adesso lavora all’Ikea, dove è stato assunto a tempo indeterminato, e vive a Roma, in una casa in affitto.

SAHRA
Non ricorda il momento in cui ha deciso di scappare. Sahra, 32 anni, somala, sa però che tutto è avvenuto in nome della guerra. Aveva 16 anni. «Le ragazze venivano violentate da gruppi di dieci, venti uomini» racconta. «Per proteggermi, mio padre mi chiese di sposare un uomo più grande di me. Non ne ero innamorata, tuttavia mi sentivo più sicura, avemmo anche un figlio». Un giorno, «quel maledetto giorno», Sahra attendeva il suo secondo figlio. «Sono tornata a casa e la nostra abitazione non esisteva più» sussurra. «Sotto le macerie ho visto le teste del mio bambino, di mio padre». Forse è in quel momento che la donna decide di lasciare la Somalia. «Non avevo soldi né cibo, dormivo in strada, dovevo difendermi dagli animali, dagli uomini». Al sesto mese di gravidanza, Sahra inizia il suo lungo viaggio verso il Sudan. Per un tratto, l’aiutano alcuni giovani connazionali. «Rimasi per giorni nel deserto con una bottiglia d’acqua e alcune fette biscottate. La fame mi provocava forti dolori allo stomaco, il feto nella pancia cresceva ed io ero magra, disidratata». Partorisce per miracolo mentre attraversa altri stati africani. «Ero convinta di non riuscire a sopravvivere, toccandomi sentii il capo e i capelli della creatura. Nacque all’improvviso, ma la spinta fu tanto violenta da far sbattere la testa alla neonata. Le feci un nodo al ‘cordolino’ per non fare uscire più il sangue, proprio come mi aveva detto mia madre. Pensavo fosse morta, non piangeva né si muoveva. Dopo un po’, forse ero svenuta, la toccai. Era viva. Decisi di chiamarla Iman, in onore del nostro Dio». L’ultimo approdo è in Libia dove Sahra e la piccola Iman trovano l’aiuto anche di un medico italiano. È’ lui a pagare i mille dinari necessari per farla imbarcare per l’Italia. «Eravamo oltre cento persone – ricorda –. Ogni giorno moriva qualcuno. Sul fondo della barca c’era acqua, pensavo che non ce l’avremmo fatta ma per fortuna ci avvistò un aereo. Fummo trascinati fino a Lampedusa e una volontaria si prese cura di me e mia figlia». La piccola viene però affidata a una famiglia. Le gravi difficoltà economiche di Sahra sono un ostacolo insuperabile per i servizi sociali. Tuttora la donna la vede mezz’ora, una volta al mese. E’ proprio questa la sua nuova battaglia.

12 maggio 2009

http://www.unita.it/news/84689/ecco_i_delinquenti_che_vengono_con_i_barconi

Comunicato stampa

COMUNICATO STAMPA –

martedì 12 maggio 2009

E’ stato istituito oggi presso la Casa del Volontariato di Rieti il Comitato per i diritti umani dei rifugiati Eritrei e Somali della provincia di Rieti che sono arrivati nel capoluogo a partire dall’ottobre 2008 e per i quali è recentemente terminato il progetto di prima accoglienza finanziato dal Governo. Un comitato impegnato nella difesa dei diritti umani dei richiedenti asilo, nella richiesta di trasparenza in merito ai progetti che li vedono coinvolti in questo territorio e nell’assistenza nel loro inserimento all’interno del tessuto sociale e lavorativo locale, nazionale o internazionale.

E’ quanto annunciato oggi nel corso di una conferenza stampa dagli stessi rappresentanti dei rifugiati, appoggiati dalle associazioni Cittadinanzattiva, Amnesty International e PosTribù.

Alla conferenza hanno partecipato una trentina di giovani eritrei (dai 18 ai 25 anni) cui ieri, presso la sede della Caritas, Prefettura, Questura ed assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Rieti hanno intimato di lasciare le abitazioni dove sono stati ospitati per qualche mese nell’ambito del progetto di prima accoglienza e presso cui in parte continuano ad abitare per sopravvivere!

Preso atto che per il Governo nazionale, come per l’opposizione parlamentare, tentare di sopravvivere è un reato (vedi prime dichiarazioni di voto sul DDL “in-sicurezza” in discussione alla Camera), come associazioni a tutela dei diritti delle persone abbiamo più volte richiesto almeno un sostegno istituzionale locale per gestire l’emergenza umanitaria ed avere così la tranquillità per avviare progetti, di accompagnamento verso l’auto sussistenza, ad esempio finanziabili con il PSR o con L.R. 2-11-2006 n.14 “Norme in materia di agriturismo e turismo rurale”.

A tal proposito abbiamo già proposto ad amministratori provinciali e regionali situazioni rurali e di valenza turistico-naturalistica in stato di abbandono e che potrebbero essere recuperate con progetti per cooperative integrate, tra italiani e immigrati, che puntino alla valorizzazione di prodotti locali DOP e IGP e delle filiere “corte”, biologiche e di “turismo responsabile”; in una parola “altra economia”. Per fare ciò e soprattutto per imparare la lingua non sono certo sufficienti 3 mesi, c’è bisogno di tempo e di volontà; volontà che sembra mancare al Comune di Rieti che ci nega persino il confronto, volontà che, da parte di altre istituzioni, è per ora solo a parole.

Nell’immediato chiediamo inoltre alla Prefettura di Rieti chiarezza su presunte gravi anomalie nella gestione dei progetti di accoglienza ed una dettagliata rendicontazione di come sono stati spesi i soldi pubblici dei finanziamenti erogati e di quali servizi sono stati offerti ai rifugiati, anche in vista di una nuova e programmata ondata di arrivi proprio a Rieti.

Questo senza processi alle intenzioni e soprattutto nel rispetto più assoluto del lavoro che le cooperative del settore svolgono, ribadendo però che lo Stato ed i soggetti impegnati non devono limitarsi ad una politica “caritatevole” nei confronti di queste persone ma devono anzitutto garantire il rispetto di quanto indicato nelle Convenzioni internazionali sui diritti umani, avendo infatti queste persone ottenuto lo status di rifugiato per motivi umanitari o politici per le persecuzioni subite nei loro Paesi di provenienza.

Ragioni umanitarie soltanto dunque? Certamente in un paese a maggioranza Cristiana (come l’Eritrea d’altronde) ci aspetteremmo accoglienze differenti da quelle riservate agli immigrati clandestini e non. Siamo ormai a più di un’aggressione al giorno a sfondo razzista e nessuno può azzardarsi a definirle tali. Se andiamo poi a vedere alla base del problema c’è prima di tutto un nuovo Apartheid economico messo in atto dall’Italia, insieme a molti altri paesi occidentali, che continuano a fare affari con le proprie imprese, lasciando in cambio solo rifiuti tossici (Ilaria Alpi docet!). Altro che “pirati”, come vogliono farci credere le TV allineate con i Governi neo-colonizzatori e “amici” della dittatura in atto proprio in Eritrea. In realtà si tratta spesso di pescatori che difendono il proprio mare per continuare ad avere una speranza di sopravvivere nel loro paese d’origine e non emigrare insieme ai propri figli che vengono costretti a combattere a vita con l’esercito fin dai 16 anni.

Nonostante questa grave degenerazione nella convivenza democratica a livello Internazionale, in Europa e in particolare in Italia, non ci vogliamo arrendere e continuiamo a credere che dalla crisi economica e sociale di questi tempi si esce solo tutti insieme, con una società multietnica e multiculturale e non escludendo e deportando le sacche più povere della popolazione mondiale.

Antonio Ferraro: 3935969317

Abbas Dehghan

Pablo De Paola: 3474807602

Cittadinanzattiva Rieti, Amnesty International e PosTribù

SFOLLATI e DIMENTICATI

«No human rights»

 

In questo momento di massima tragedia, anche per Rieti, non è facile per noi esprimere sentimenti che sono chiaramente dettati da una emotività inconsueta. Sappiamo però riconoscere quell’umanità che sta realmente invadendo i territori colpiti dal terremoto e, pur avendo preferito in questi giorni non pubblicizzare la nostra attività di aiuti alle popolazioni colpite, ci dispiace constatare che chi sta facendo sciacallaggio politico “di piazza” sulla tragedia Aquilana si permette addirittura di fomentare polemiche sterili ma soprattutto controproducenti per la convivenza civile della città.

 

In questo senso siamo preoccupati che sia proprio il Sindaco Emili a correre dietro ad assurde illazioni, senza nemmeno il coraggio di fare nomi, che vorrebbero “fomentatori estremisti” infiltrarsi tra rifugiati Eritrei e Somali.

 

E si, proprio gli Eritrei e Somali che pochi mesi fa (chi 5, chi 4 o 3) furono accolti con “quella calorosa umanità che contraddistingue i nostri concittadini” (Sindaco Emili ndr.).

Parole sacrosante, ma non capiamo proprio perché ad ogni uscita pubblica il nostro Sindaco non perda mai occasione per ricordarcele, come se volesse ad ogni costo farle proprie.

 

Il problema a noi invece sembra un altro e riguarda proprio il ruolo che le istituzioni tutte dovrebbero svolgere, non solo in emergenza, ma nella gestione lungimirante in previsione e prevenzione di nuove possibili emergenze.

Purtroppo però oggi constatiamo di nuovo l’incapacità delle amministrazioni locali nel pianificare una reale integrazione delle persone nel tessuto sociale e così un’altra emergenza si sta consumando in queste ore a Rieti, lasciando che si vada a sovrapporre a quella tremenda che vivono le famiglie delle vittime terremotate.

 

Senza alcuna intenzione di alimentare inutili polemiche in un momento così difficile per il territorio reatino, vorremmo avanzare delle proposte concrete che tentino di ripristinare la normale convivenza tra esseri umani, spingendo oltre la routine dell’emergenza l’attività di inserimento dei rifugiati, come nell’immediato saremo chiamati a fare per le persone senza più una casa, o peggio ancora una speranza, dopo gli eventi sismici di questi giorni.

 

Coscienti che la “questione immigrazione” in Italia sta diventando ingestibile per colpa di Leggi razziste e disumane, oltre ovviamente per guerre di stampo coloniale che continuiamo a sostenere come Governo Italiano, chiediamo a Provincia e Comuni del Distretto Socio-Sanitario n°1 di affrontare la situazione di indigenza che queste persone stanno per subire, senza dividere i nuclei familiari e garantendo a tutti la possibilità di essere avviati verso progetti di seconda accoglienza per l’inserimento lavorativo attraverso cooperative agricole che darebbero loro l’auto sussistenza.

Ovviamente sappiamo che questo processo non è affatto semplice ma crediamo che quando sono in gioco delle vite non ci sono alternative.

Altrimenti sotto altri cento! E “la giostra continua”!

 

«No human rights».

 

Associazione PosTribù onlus

ARCI Rieti

Cittadinanzattiva Rieti

Lo sceriffo di Ponte Galeria

Lo sceriffo di Ponte Galeria
cronaca di una visita al C.I.E

Un sopralluogo al Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria alle porte di Roma.
Una zona grigia in cui i migranti non hanno diritti, e oscuri poliziotti decidono su tutto. E maltrattano i consiglieri regionali

di Anna Pizzo

Gli appunti ci sono stati stracciati, la penna tolta di mano, siamo stati spinti oltre i cancelli e ammoniti a non farlo mai più.
Si è concluso così il sopralluogo al Cie [Centro di identificazione ed espulsione] di Ponte Galeria, a Roma.
Non era la prima volta che andavamo nell’ex Cpt della capitale né la prima che mettevamo piede in uno dei dieci Cpt attualmente funzionanti in Italia [ma se ne prevede la costruzione di altri nove].
Ma è di certo la prima volta che veniamo trattati in questo modo.
Eppure, ci eravamo andati con tutti i crismi dell’ufficialità: due consiglieri regionali che si sono fatti precedere da una lettera al prefetto, due accompagnatori, due inviati dal Cerimoniale della Presidenza del Consiglio regionale.

Ciononostante, al funzionario di polizia in quel momento responsabile del Centro, dottor Baldelli, al quale sarebbe più congeniale la definizione di sceriffo, c’è voluto più o meno un’ora e mezza per decidere che le autorizzazioni non erano «taroccate» e che potevamo entrare.
A quel punto, e non senza un giro vorticoso di telefonate, ci ha scortato assieme a un suo solerte «uomo» e a un silente vice direttore della Croce rossa , senza mai perderci di vista.

«Ma cosa esattamente volete visitare?». Ci ha chiesto più volte.
E noi: «tutto».
«Ma alcuni settori non sono consentiti neppure al Garante dei detenuti», risponde.
Poi, quando lo incalziamo per sapere di quali settori stia parlando, si corregge, cambia argomento.

Prima tappa: le donne.
«Siamo consiglieri regionali – diciamo – avete qualcosa da chiedere?».
Le donne, per lo più nigeriane, ci guardano con un misto di scetticismo, ironia, e disperazione.
«La libertà», risponde una e le altre annuiscono.
Non parlano volentieri le donne, tranne una anziana rom che racconta di essere in Italia dal 1970 e di avere in questo paese partorito dieci figli che però non sono italiani e, stando così le cose, non lo saranno mai.

Andiamo nelle «gabbie» degli uomini.
Lo scenario non cambia: doppie file di sbarre alte oltre tre metri e dentro stanze come tane per orsi, fatiscenti.
Chi varca quei cancelli non ha i diritti che spettano ai detenuti né la dignità che spetta a ogni cittadino.
Ponte Galeria è il luogo della sospensione di tutto, non devi neppure scontare una pena che non hai commesso.
È una zona grigia, è una terra di nessuno nella quale non c’è legge se non quella di chi comanda.

Come si può spiegare altrimenti, quello che anche a noi consiglieri è capitato?
Mentre rivolgevamo anche agli uomini le medesime domande: «Cosa chiedete? Siamo del Consiglio regionale, avete domande da porci?» la musica è cambiata.
Man mano che giovani e meno giovani, nigeriani e bosniaci, rom e richiedenti asilo, tunisini e est europei ci si facevano incontro per parlare, raccontare, spiegare, chiedere, il funzionario di polizia Baldelli ha cominciato a spingerli, a intimare loro di farsi da parte, ci ha tolto di mano la penna con la quale stavamo prendendo appunti, ha preteso che gli consegnassimo il blocchetto, ci ha spinto verso l’uscita.

E non sono mancati i toni sfottenti: a un giovane che si lamentava di non poter nemmeno comperare un deodorante, Baldelli ha risposto, noi testimoni: «Ma a cosa serve a te un deodorante?».

Se non possiamo prendere appunti, anche se è la prima volta che ci capita, gli diciamo, possiamo almeno lasciare il nostro biglietto da visita?
Negato.
Mentre siamo costretti ad allontanarci, riusciamo appena a lasciare ai reclusi il nostro numero di telefono.
Da quel momento, è un continuo squillare del telefono per chiamate dal Cie alle quali non sappiamo se potremo dare risposte.
L’ultima, arrivata qualche minuto fa, ci diceva che il funzionario, evidentemente irritato, ha detto ai reclusi: «Voi da qui ve ne andrete solo quando io lo deciderò».

REDDITO SOCIALE

soldi

Ass. POSTRIBU’ onlus –

COMUNICATO STAMPA –

NELLA REGIONE LAZIO IL REDDITO SOCIALE E’ LEGGE E DUNQUE DIRITTO DI CITTADINANZA, PER CICCHETTI E’ UN “TOZZO DI PANE”!

Il 4 marzo il Consiglio Regionale ha finalmente votato a maggioranza l’introduzione del “reddito minimo garantito”.
Un evento importante e atteso che, a partire dal Lazio, andrebbe esteso in tutte le regioni fino a farlo diventare legge nazionale.
Questo sostegno comincia a segnare la strada verso un reale “reddito di cittadinanza” contro l’esclusione sociale che, in piena crisi globale, anche a Rieti sta falcidiando l’esistenza quotidiana delle persone.
E’ vergognoso invece l’atteggiamento degli esponenti del PDL regionale e reatino, a cominciare da Cicchetti che definisce questi sostegni “tozzi di pane”, quando il suo partito di governo ha appena dato un’elemosina di 40€ ai pensionati, di fatto schedandoli come poveri.
Un provvedimento che, purtroppo, parte con una dotazione economica scarsa, 10 milioni di euro, ma in sede di assestamento di bilancio (maggio 2009) si spera che possa conquistare almeno 100 milioni di euro per rendere il beneficio a 20.000 persone che ne hanno i requisiti.
Si tratta di “disoccupati, inoccupati e precariamente occupati”, che potranno vedersi riconosciuto l’importo diretto mensile di circa 580 euro e altri contributi indiretti per l’affitto casa, bollette, trasporti, libri di testo, a condizione che:
1) abbiano la residenza in Regione da almeno 2 anni;
2) siano iscritti alle liste di collocamento;
3) abbiano un reddito inferiore a 7500 euro/anno.

Come associazione Postribù, che a Rieti sta cercando di creare nuovi circuiti per un’economia equa e solidale, siamo soddisfatti per un provvedimento di legge che, non solo va nella direzione di un’economia non necessariamente fondata sulla competitività a tutti i costi, ma ha in più un carattere universale, incondizionato e diretto alla persona.

8 marzo 2009

Ass. POSTRIBU’ Onlus

Info: post.tribu@gmail.com

Gerusalemme: «Re David abitava qui», sfrattati 1.500 palestinesi

GERUSALEMME – da Il Manifesto – Un progetto di parco archeologico gestito da coloni israeliani spianerebbe 80 edifici di Bustan – Spazzare via decine di case arabe per fare spazio, ai piedi delle mura antiche di Gerusalemme, al parco archeologico della «Città di Davide» amministrato dai coloni israeliani.

E’ questo, denunciano i palestinesi, il vero obiettivo dell’ordine di demolizione per 80 edifici palestinesi (abitati da 1.500 persone) del rione di Bustan (Silwan), reso pubblico nei giorni scorsi dal Comune di Gerusalemme. Si tratta del più ampio progetto di demolizione di abitazioni civili nella zona araba di Gerusalemme dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Gran parte delle abitazioni minacciate di distruzione sono effettivamente prive dei permessi ma le mire dell’estrema destra israeliana e dei coloni in quella zona di Gerusalemme indicano che l’intenzione non è quella di porre termine agli abusi edilizi. «Molti di noi sono stati presi dal panico quando domenica scorsa hanno visto i tecnici del comune entrare nel nostro quartiere ed effettuare strane misurazioni. Poi sono state annunciate le demolizioni e ora quasi 1.500 persone rischiano di perdere tutto ciò che posseggono», ha raccontato Fakri Abu Diab, del «Comitato per la difesa di Silwan». Il «Parco archeologico di re David» non è progetto nuovo, così come le demolizioni, annunciate per la prima volta nel 2005 e poi congelate di fronte alle critiche internazionali.

A finanziarlo è la società Elad, «impresa immobiliare» vicina al movimento dei coloni impegnata ad acquisire (in ogni modo) il maggior numero di abitazioni a Silwan, un quartiere palestinese densamente popolato (oltre 40mila abitanti). Lo scopo è quello di riprendere il controllo – dopo 3mila anni – di un’area che, secondo la tradizione biblica, ospitò re David, e dove sono situati il Tunnel di Hezekiah, la Piscina di Siloam, la Sorgente di Gihon e il condotto di Warren usato da Joab per penetrare all’interno di Gerusalemme. Luoghi suggestivi citati a ripetizione dalle guide della Elad per giustificare, agli occhi dei turisti, la «riconquista» di Silwan.

A sostenere l’impresa dei coloni contribuisce anche l’archeologa Eilat Mazar, al lavoro da anni in quell’area, secondo la quale i reperti confermano, «senza ombra di dubbio», che re David aveva realmente il suo palazzo a Silwan. Una tesi che lascia freddi altri esperti israeliani come il professor Rafi Greenberg, dell’Università di Tel Aviv, che negli anni ’70 aveva scavato nell’area del parco archeologico. Nel 1998 la stessa Università Ebraica di Gerusalemme si era rivolta alla Corte Suprema per bloccare la Elad. Ma i coloni vanno avanti, sostenuti dal Comune, preoccupato di «far rispettare il piano regolatore».

L’annuncio delle demolizioni non ha scosso la determinazione delle famiglie palestinesi di opporsi alle ruspe. Sabato è prevista una giornata di mobilitazione a Silwan alla quale parteciperanno non solo gli abitanti ma anche gli attivisti israeliani che si battono contro la demolizione di case arabe a Gerusalemme.

di Michele Giorgio, su Il Manifesto del 25.02.2009

E Gaza?

E GAZA ?????

Già il 19 gennaio, dopo una “tregua” di poche ore, mentre gli Israeliani occupano ancora Gaza tenendola nella morsa dell’assedio, tutto sembra ormai dimenticato dai media.


Pochi accenni, riguardanti quasi esclusivamente le attività diplomatiche dei grandi della Terra e sui Palestinesi, dopo aver indicato delle cifre impressionanti ( più di 1.300 morti di cui circa 450 bambini e minorenni, cifra che esclude le vittime non ancora estratte dalle macerie, 22.000 abitazioni distrutte, fra cui scuole ospedali, ministeri, ecc.), l’unico commento sentito in un telegiornale RAI è stato:
“ GAZA STA TORNANDO ALLA NORMALITÀ” e, col sorrisetto di chi ha solo tolto il dolce a un birichino da rieducare, “ORA CI PENSERANNO 2 VOLTE PRIMA DI LANCIARE UN RAZZO”.


Quanta disumanità, quanto cinismo, quanto servilismo servono per poter pronunciare certe indecenze?
Quanta faccia tosta per passare al “normale ordine del giorno”, con i problemi di Kakà e del Milan, come se non stesse succedendo nulla?
Come se i diritti umani di milioni di persone non continuassero ad essere calpestati?

Ma c’è di più: l’Italia si prepara a investire sulle macerie, e così gli Usa e così altri paesi che cureranno la propria recessione e proveranno a rimettere a posto il PIL sulle violazioni dei diritti umani e gli “effetti collaterali” delle bombe e dei carri armati.


Comitato sabino per la Palestina

cspalestina@libero.it

Restituiamo a Rom e Sinti la dignità di persone libere e responsabili

COMUNICATO STAMPA

CARI SINDACI DEI COMUNI DELLA PROVINCIA DI RIETI,

SIATE COERENTI, FINIAMOLA CON QUESTA DEMOCRATICA IPOCRISIA :

O VI GEMELLATE CON AUSCHWITZ PER RIATTIVARE I “FORNI”, O CI OCCUPIAMO TUTTI INSIEME DEL TEMA DELL’ ACCOGLIENZA PER RESTITUIRE A ROM E SINTI

LA DIGNITA’ DI PERSONE LIBERE E RESPONSABILI !

In Italia vagano da una città all’altra poco più di 150 mila “zingari” (in verità si tratta di due popoli, Rom e Sinti), quasi sempre accolti con diffidenza – se non odio – dalla popolazione locale, e tenuti accuratamente ai margini degli abitati in squallide periferie, costretti ad occupare aree a dir poco degradate e malsane.

Difficile convivere con una simile “accoglienza”. I nomadi (che in realtà sono ormai quasi sedentari) tentano maldestramente di adattarsi mettendo in atto, quasi sempre, le uniche risorse immediatamente praticabili: l’accattonaggio petulante, usando il più delle volte la pietà verso i loro bambini e le loro donne, e piccoli furti. Tutte manifestazioni che confermano, agli occhi degli abitanti locali, l’incapacità ad “integrarsi” da parte di questo popolo ed il diritto di chiunque a ritenerli colpevoli di ogni male, compreso il “rapimento di bambini” !

Al di là dei luoghi comuni, per lo più facilmente sfatabili (ad esempio, non un solo rapimento di minori in Italia, è stato poi accertato come addebitabile a loro, mentre in altre Nazioni vivono tranquillamente in alloggi popolari e lavorano in cooperative!), non possiamo arrenderci all’ignoranza ed all’arroganza di chi risponde solo con manifestazioni di diffidenza e di paura, mentre abbiamo il dovere morale e sociale di dire le cose come stanno, con obiettività.

Gli Zingari: su circa 15 milioni presenti soprattutto in Europa, solo poco più di 150.000 sono in Italia ed oltre il 70% di loro sono cittadini italiani sotto tutti gli effetti, semplicemente perché vi si sono trasferiti almeno dal 13° secolo. La metà degli abitanti dei campi nomadi sono bambini, un altro terzo sono donne, spesso incinte. Quando i valorosi e zelanti sindaci si decidono a radere al suolo le loro misere baracche e buttare all’aria i loro quattro stracci, evidentemente non svaniscono nel nulla, ma sono semplicemente “costretti” ad andare altrove. Dove, se nessuno li vuole? Chi semplicemente li manda via, sa bene che in realtà sposta altrove un problema che lui non ha saputo, né voluto risolvere. Ma non importa, …purché non vicino a casa sua ! …Perché meravigliarsi, a questo punto, del “perfido Adolfo” che una “soluzione finale” vera, a modo suo e meno ipocritamente, l’aveva trovata ?

Certo, tra loro come tra gli italiani, vi sono feroci criminali ed aguzzini senza scrupoli, che sfruttano bambini, donne e disabili, destinati, sin dalla nascita a chiedere l’elemosina o a rubare per i soliti pochi, veri ricchi del campo. Già, basterebbe poco per capire chi veramente sfrutta e chi è sfruttato in qualsiasi società, compreso un campo nomadi: basterebbe osservare chi possiede auto di lusso e villette in mezzo al campo, e chi cerca disperatamente di riparare i propri bambini dal freddo e dal caldo torrido solo con lamiere e cartoni. In fondo, nella nostra “civile” società italiana, dove il 10% delle persone possiedono oltre il 50% delle ricchezze prodotte, non succedono cose poi così diverse!

Certamente, molti Rom e Sinti potrebbero andare a lavorare, anziché chiedere l’elemosina e dedicarsi a furti e scippi. Ma voglio ancora trovare qualche italiano “perbene” disposto ad assumere qualcuno di loro come operaio nella sua azienda, cameriere, domestica, assistente o giardiniere che sia. E poi qualcuno si è mai interessato alle loro tradizioni artigianali?

Vogliamo, allora, smetterla con le stupidaggini da Medioevo e furbate di sindaci da 4 soldi che pensano di accattivarsi le simpatie dei propri concittadini con meschini comportamenti razzisti, quando evitano di assumersi le proprie responsabilità sociali nei confronti di esseri umani socialmente più fragili?

Stupisce che in una provincia, come quella reatina, con una delle più basse natalità d’Italia e del mondo – dove da ormai diversi anni il saldo demografico è dato da 1700 morti l’anno contro le poco più di 1200 nascite, compensate fortunatamente solo grazie agli immigrati – non si trovi una soluzione per alcune decine di famiglie Rom e Sinti.

Tutti sanno benissimo che l’accoglienza e l’integrazione si fa garantendo i diritti di cittadinanza ed i bisogni fondamentali a qualsiasi essere umano: accudimento, salute e scolarizzazione ai bambini ed alle loro madri, lavoro per gli adulti, una casa. Patti chiari con loro, come li si dovrebbe fare con qualsiasi residente in difficoltà, ma anche dimostrazione d’interesse verso la loro cultura millenaria da cui forse abbiamo anche molto da imparare.

Mettiamoci in gioco tutti ed ognuno faccia la sua parte, dimostrando che la cultura della solidarietà sociale e dei diritti dei popoli -compreso quello ROM e SINTI !- sono beni da tutelare e promuovere in concreto con uno scambio reciproco di tradizioni.

Allora sarebbe opportuna una proposta al Prefetto Pecoraro, a tutti i Sindaci ed in particolare al Sindaco di Rieti, nonché al Presidente della Provincia Fabio Melilli:

– recuperare all’abitabilità alcuni dei casali semi abbandonati della Piana reatina e della Provincia (compresa la stalla/fienile di 400 mq, di proprietà di un socio dell’Associazione PosTribù, che cederemmo gratuitamente alle istituzioni pubbliche per lo scopo), da rimettere a posto ed adibire ad abitazione di alcune famiglie e a laboratori di artigianato;

-costituire delle cooperativa integrata (2 terzi artigiani ed operai reatini / 1 terzo nomadi ) per la gestione di isole ecologiche di riciclaggio rifiuti, restauro, riparazione e riuso mobili ed elettrodomestici ancora in buono stato, pulizia di aree degradate da rifiuti abbandonati in mezzo ad aree verdi;

-far precedere il tutto da un periodo di formazione all’artigianato ed al recupero di materiale altrimenti destinato allo smaltimento in discarica o all’incenerimento;

-impegnare il mondo del volontariato e delle istituzioni per una vera e propria scuola di formazione per i diritti dei popoli e per l’accoglienza per popolazioni migranti, per uno scambio reciproco dei saperi.

QUESTO, PER SCOMMETTERE SU UNA SOCIETA’ FATTA DI ESSERI UMANI CHE HANNO TUTTO DA GUADAGNARE NEL PENSARE IN POSITIVO UNO DELL’ALTRO. ALTRIMENTI, VALE SEMPRE LA PROPOSTA DI …RIAPRIRE I FORNI DI AUSCHWITZ !

A questo proposito, Postribù sta progettando con il supporto di docenti universitari e personaggi del mondo della cultura e dell’arte anche una serie di incontri di sensibilizzazione e soprattutto un corso di storia e culture rivolti ai cittadini ma anche ai nostri dirigenti politici al fine di affrontare in maniera corretta e non superficiale il tema dell’immigrazione ma anche delle varie vicende internazionali di cui siamo a vari livelli testimoni.

Associazione PosTribù

Comitato Sabino di Solidarietà con il popolo palestinese

16.01.09

Comunichiamo che si è costituito un comitato sabino di solidarietà col popolo palestinese. Il comitato è rigorosamente A-PARTITICO ed è costituito nel pieno e totale rispetto dei principi enunciati nella dichiarazione universale dei diritti umani, pertanto rifiuta ogni posizione improntata a razzismo, antisemitismo, islamofobia e integralismo religioso di qualsivoglia specie.
Domani, 17 gennaio, il comitato parteciperà alla manifestazione nazionale contro la strage di Gaza e il reiterarsi delle stragi e delle violazioni dei diritti umani in M.O. Abbiamo scelto di partecipare alla manifestazione di Roma pur essendo idealmente vicini all’analoga manifestazione di Assisi e ritenendo che l’una sia integrazione dell’altra, pertanto invitiamo chi non va ad Assisi ma vuole ugualmente MANIFESTARE CONTRO LE STRAGI, a venire a PIAZZA VITTORIO (vicino alla stazione Termini) alle 15,30. Ci troveremo di fronte a MAS (angolo via dello Statuto/piazza Vittorio) dietro lo striscione “COMITATO SABINO PER LA PALESTINA”.
Vogliamo che Rieti e la provincia reatina si facciano vedere e facciano sentire la propria voce testimoniando il proprio NO ALLA VIOLAZIONE DI DIRITTI E ALLA DISTRUZIONE DI VITE CHE MOLTIPLICANO L’ODIO E ALLONTANO LA PACE.
Sappiamo tutti che il futuro di Israele, il suo bene e la sua sicurezza sono legati a doppio filo col riconoscimento e il rispetto dei diritti palestinesi troppo a lungo sacrificati ad interessi interni ed esterni alla regione mediorientale, e in questo momento riteniamo necessario gridare forte “SIAMO TUTTI PALESTINESI” e per questo chiediamo di lasciare da parte le bandiere di partito e di sventolare solo kefiah o bandiere palestinesi.
Vi aspettiamo alle 15,30 a Piazza Vittorio.

Comitato sabino per la Palestina

p.s.
Per informazioni potete rispondere a questo indirizzo: cspalestina@libero.it o partecipare alla riunione che faremo nei diversi Comuni, a partire da quella di domenica prossima a Forano.

PALESTINA, DIFENDERE LA PACE SIGNIFICA PROTEGGERE GIUSTIZIA E VERITA’

Le associazioni reatine Postribu’, Germogli e Atlandide invitano a partecipare
alla manifestazione in programma domani 17 gennaio 2009 a Roma
 
Anche le associazioni Postribù, Germogli ed Atlantide saranno presenti alla manifestazione organizzata dal Forum Palestina a Roma, in partenza domani alle 15,30 da Piazza Vittorio, per chiedere l’interruzione immediata delle operazioni militari a Gaza, il rispetto da parte di Israele delle Risoluzioni Onu e la ripresa del processo di pace.
Questo perché crediamo che difendere la Pace significhi proteggere giustizia e verità.  La giustizia, negata ai palestinesi in quarant’anni di occupazione, implica che Israele rispetti il diritto internazionale, le risoluzioni delle Nazioni Unite ed i vincoli del diritto umanitario sanciti dalla IV Convenzione di Ginevra.
La verità necessita il rifiuto della pratica disonesta e immorale che mette le parti del conflitto allo stesso livello, occupante con occupato, aggressore con aggredito. La verità implica la ferma denuncia delle condizioni disumane ed insostenibili vissute dalla popolazione di Gaza in questi 16 giorni di guerra, ma già stremate da due anni di assedio militare ed embargo economico. La verità è che la sicurezza di Israele dipende dalla libertà della popolazione palestinese.
L’esercito israeliano sta invece commettendo un massacro a Gaza, che ha provocato fino ad ora la morte di oltre mille persone ed il ferimento di migliaia, oltre che la distruzione di interi quartieri e pesantissimi danneggiamenti ad infrastrutture educative, sanitarie, religiose, trasformando la striscia di Gaza da prigione a cielo aperto ad un cumulo di macerie. Non è un tale massacro che può fermare il lancio di missili da parte di Hamas su Israele, ma solo il dialogo tra le parti sulla base di un serio negoziato politico.
Di fronte a questa realtà la società civile intende reagire con forza per denunciare e sanzionare crimini di guerra come i bombardamenti indiscriminati, l’uccisione deliberata di civili, l’uso di armi chimiche e non convenzionali. Una situazione che sta portando anche numerosi pacifisti israeliani a rifiutare di arruolarsi (vedi link: http://www.webmov.org/wpress/2009/01/14/pacifisti-israeliani-si-rifiutano-di-arruolarsi-per-combattere-a-gaza). Non possiamo rimanere in silenzio davanti alla complicità dei nostri governi e dell’Unione Europea che, invece di vincolare Israele al rispetto del diritto e di chiamarlo a rispondere dei propri crimini davanti ai tribunali internazionali, rafforzano le proprie relazioni sottoscrivendo nuovi accordi commerciali ed economici. Questo mentre si segnalano le poche ferme prese di posizione come quella del presidente della Bolivia, Evo Morales, che ha interrotto le relazioni diplomatiche con Israele.
Crediamo fermamente che queste scelte ostacolino una pace giusta nella regione, nel rispetto dei principi democratici e dei diritti umani.
Per queste ragioni ci rivolgiamo ai governi nazionali e all’Unione Europea affinchè:
– Esigano l’immediata interruzione delle operazioni militari a Gaza
– Vincolino Israele al rispetto del diritto internazionale e delle risoluzioni dell’ONU, pena la sospensione di tutti gli accordi militari, commerciali e di cooperazione
– Si impegnino a lavorare per la costruzione di una pace vera e giusta in Medioriente, legittimando e promuovendo il negoziato con tutte le parti coinvolte
– Esigano dai mezzi pubblici di informazione una copertura non reticente e menzognera dei fatti relativi al conflitto
Come società civile, sosteniamo l’opzione della resistenza popolare nonviolenta all’occupazione. E’ necessario moltiplicare iniziative come quelle del Free Gaza Movement con le sue navi che salpano verso Gaza, che associano il soccorso umanitario alla sfida nonviolenta dell’assedio da parte di osservatori dei diritti umani, politici e giornalisti. (www.freegaza.org).
Ci uniamo alla manifestazione nazionale convocata dalle comunità palestinesi italiane a Roma, il 17 gennaio 2008, con concentramento in Piazza Vittorio alle 15.30.
 
 
 
Info: post.tribu@gmail.com;
inform@associazionegermogli.it
atlantide-rieti@googlegroups.com

I complici del genocidio di Gaza

Il governo italiano e il Vaticano di nuovo complici di genocidio. Come tacevano e favorivano le deportazioni nazi-fasciste, così oggi di fatto considerano normale e inevitabile l’olocausto che da decenni si sta perpetrando nella Striscia di Gaza e in tutta la Palestina.

Infatti, è semplicemente disumano tapparsi le orecchie al grido di dolore per i bambini rimasti vittime dei bombardamenti israeliani lanciato dal Parroco di Gaza, il quale denuncia il crimine di guerra ed il silenzio generale di tutti gli stati, compreso quello Vaticano che addirittura dichiara: <<Hamas è prigioniero di una logica di odio. Israele di una logica di fiducia nella forza.>>; quando si dice la mistificazione del linguaggio. Ancora una volta lo Stato Italiano, per voce di Berlusconi e Frattini, consacra gli accordi per lo scambio di armamenti e per l’addestramento militare con uno Stato Terrorista, Israele, che viola ripetutamente le risoluzioni ONU che imporrebbero il ritiro dai territori occupati e la fine della costruzione del muro dell’Apartheid.

Ma la mistificazione è ancor più mediatica, intrisa di quel giornalismo da fronte di guerra e di morte che ormai pervade tv e giornali. Per questo il 29 dicembre le tre associazioni hanno partecipato al presidio degli studi RAI per chiedere un’informazione “pulita” e non macchiata dal sangue di tanti innocenti. Per questo e per condannare le complicità mediatiche con gli assassini di massa le tre associazioni hanno partecipato alla manifestazione di sabato 3 gennaio. Per questo chiediamo di rendere evidente la nostra denuncia, che i mass media ignorano e nascondono, esponendo una bandiera palestinese o una kefiah alle nostre finestre.

 

 

– Associazione Germogli

– Associazione Atlantide

– Associazione PosTribù