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In Italia le banche sono sempre più armate


Giorgio Beretta

Carta Online – 28 aprile 2009

Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato. Sono finalmente accessibili, grazie al settimanale Adista e alla Campagna di pressione alle «banche armate» i dati essenziali delle operazioni bancarie sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento autorizzate dal Ministero dell’economia e delle Finanze nel 2008. Dopo che Unimondo ha presentato in anteprima nazionale il «Rapporto del Presidente del Consiglio sull’esportazione d’armamento» e i primi commenti della Campagna di pressione alle “banche armate e della Rete Italiana Disarmo, ieri il settimanale Adista ha reso noto e analizzato i dati della Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze [Mef] sulle operazioni bancarie e la Campagna di pressione alle «banche armate» ha messo online sul suo sito la nuova tabella delle operazioni bancarie relative all’esportazione di armi del 2008 contenuta nella Relazione del Mef del 2009. Ne emerge uno scenario di «grandi affari» per le «banche armate», soprattutto quelle italiane – scrive Luca Kocci di Adista. «Raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal Ministero dell’Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro ‘movimentata’, triplicano i ‘compensi di intermediazione’ che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra’, comprese quelle – come Intesa – San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il Governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull’export/import di armi presentato alla fine di marzo. Nel corso del 2008 sono state autorizzate nell’insieme [export/import] ‘transazioni bancarie’ per conto delle industrie armiere per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro [nel 2007 erano meno di in terzo pari a 1.329 milioni]. A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per ‘programmi intergovernativi’ di riarmo – come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di ‘movimenti’ di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5 per cento, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle ‘esportazioni definitive’: 66 milioni di euro [nel 2007 erano 21 milioni]» – segnala Adista. Il dettagliato articolo di Adista continua analizzando l’insieme di tutte le operazioni [import/export/transito] di appoggio fornito dagli Istituti di credito all’industria militare italiana. In questo contesto la «regina» delle «banche armate» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] che, insieme a Bnp Paribas [di cui fa parte], ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all’estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi «unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato». Considerato che l’ultimo Bilancio sociale della BNL [anno 2007] riconferma la policy della banca di circoscrivere «la propria attività alle sole operazioni scambiate con Paesi Ue e Nato, debitamente autorizzate dai ministeri a ciò preposti» vien da chiedersi se davvero gli oltre 1,34 miliardi di euro relativi a sole operazioni per l’export assunte dal gruppo BNL-BNP Paripas rispecchino fedelmente quella direttiva e quali riscontro pubblico fornisca la BNL al riguardo. Al secondo posto c’è Intesa-SanPaolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a «programmi intergovernativi». Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche» – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge 185/90». «Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo» – spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility – CSR di Intesa-SanPaolo. «Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto». E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza «armata», si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri [Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242], al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi [Unione Banche Italiane], di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l’altro che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri». «La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility – CSR di Ubi Banca – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l’impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale», non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». «La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 “sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati», ma «in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all’entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento». A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna [63 milioni], Banco di san Giorgio [30 milioni], Banca popolare commercio industria [22 milioni], Banca Valsabbina [17 milioni], Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia [11 milioni], Banca popolare Emilia Romagna [9 milioni], Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio [7 milioni], Bipop Carire [3 milioni], Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte [1 milione] e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro [Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo]. «Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è praticamente impossibile giudicare l’operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni» – spiega ad Adista Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e già coordinatore della Campagna di pressione alle ‘banche armate’ – La non pubblicazione di quell’elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive – quando non totalmente escludenti – sulla fornitura di servizi all’esportazione italiana di armi. Senza quell’elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire» Per questo la Campagna di pressione alle «banche armate» rinnova con forza l’appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date. Allo stesso tempo la Campagna insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul Governo perché venga ripristinata al più presto tutta l’informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l’esportazione di armamenti. Note: Articolo al link http://www.carta.org/campagne/partecipazione/17283 In Italia le banche sono sempre più armate Giorgio Beretta Fonte: Carta Online – 28 aprile 2009 Nel mondo le banche si armano sempre di più, soprattutto quelle italiane. La «regina» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] seguono San Paolo, Unicredit, Antonveneta e Banco di Brescia. Finiti nel nulla i proclami di rinuncia ad appoggiare le industrie armiere dopo le campagne di pressione perché, secondo le regole della Ubi [Unione Banche Italiane], si può commerciare in armi fuori dalla Ue o dalla Nato. Sono finalmente accessibili, grazie al settimanale Adista e alla Campagna di pressione alle «banche armate» i dati essenziali delle operazioni bancarie sull’esportazione, l’importazione e il transito dei materiali di armamento autorizzate dal Ministero dell’economia e delle Finanze nel 2008. Dopo che Unimondo ha presentato in anteprima nazionale il «Rapporto del Presidente del Consiglio sull’esportazione d’armamento» e i primi commenti della Campagna di pressione alle “banche armate e della Rete Italiana Disarmo, ieri il settimanale Adista ha reso noto e analizzato i dati della Relazione del Ministero dell’Economia e delle Finanze [Mef] sulle operazioni bancarie e la Campagna di pressione alle «banche armate» ha messo online sul suo sito la nuova tabella delle operazioni bancarie relative all’esportazione di armi del 2008 contenuta nella Relazione del Mef del 2009. Ne emerge uno scenario di «grandi affari» per le «banche armate», soprattutto quelle italiane – scrive Luca Kocci di Adista. «Raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal Ministero dell’Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro ‘movimentata’, triplicano i ‘compensi di intermediazione’ che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra’, comprese quelle – come Intesa – San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il Governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull’export/import di armi presentato alla fine di marzo. Nel corso del 2008 sono state autorizzate nell’insieme [export/import] ‘transazioni bancarie’ per conto delle industrie armiere per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro [nel 2007 erano meno di in terzo pari a 1.329 milioni]. A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per ‘programmi intergovernativi’ di riarmo – come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di ‘movimenti’ di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5 per cento, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle ‘esportazioni definitive’: 66 milioni di euro [nel 2007 erano 21 milioni]» – segnala Adista. Il dettagliato articolo di Adista continua analizzando l’insieme di tutte le operazioni [import/export/transito] di appoggio fornito dagli Istituti di credito all’industria militare italiana. In questo contesto la «regina» delle «banche armate» è la Banca Nazionale del Lavoro [BNL] che, insieme a Bnp Paribas [di cui fa parte], ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all’estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi «unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato». Considerato che l’ultimo Bilancio sociale della BNL [anno 2007] riconferma la policy della banca di circoscrivere «la propria attività alle sole operazioni scambiate con Paesi Ue e Nato, debitamente autorizzate dai ministeri a ciò preposti» vien da chiedersi se davvero gli oltre 1,34 miliardi di euro relativi a sole operazioni per l’export assunte dal gruppo BNL-BNP Paripas rispecchino fedelmente quella direttiva e quali riscontro pubblico fornisca la BNL al riguardo. Al secondo posto c’è Intesa-SanPaolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a «programmi intergovernativi». Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per «dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell’opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche» – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere «la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d’arma pur consentite dalla legge 185/90». «Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell’entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo» – spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell’Unità Corporate Social Responsibility – CSR di Intesa-SanPaolo. «Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto». E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza «armata», si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri [Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242], al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi [Unione Banche Italiane], di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l’altro che «ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall’intrattenere rapporti relativi all’export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all’Unione Europea o alla Nato» e che «siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d’armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri». «La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility – CSR di Ubi Banca – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l’impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale», non si trovi «in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato». «La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 “sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati», ma «in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all’entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento». A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna [63 milioni], Banco di san Giorgio [30 milioni], Banca popolare commercio industria [22 milioni], Banca Valsabbina [17 milioni], Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia [11 milioni], Banca popolare Emilia Romagna [9 milioni], Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio [7 milioni], Bipop Carire [3 milioni], Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte [1 milione] e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro [Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo]. «Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito è praticamente impossibile giudicare l’operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni» – spiega ad Adista Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo e già coordinatore della Campagna di pressione alle ‘banche armate’ – La non pubblicazione di quell’elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive – quando non totalmente escludenti – sulla fornitura di servizi all’esportazione italiana di armi. Senza quell’elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire» Per questo la Campagna di pressione alle «banche armate» rinnova con forza l’appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date. Allo stesso tempo la Campagna insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul Governo perché venga ripristinata al più presto tutta l’informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l’esportazione di armamenti. Note: Articolo al link http://www.carta.org/campagne/partecipazione/17283

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Festa dell’Altra Economia: Programma completo delle Iniziative

DOMENICA 3 MAGGIO 2009

LA FESTA REGIONALE DELL’ALTRA ECONOMIA A RIETI.

UNA DOMENICA DEDICATA AL CONSUMO ALTERNATIVO.

Incontri, convegni, laboratori, filmati e mostre su beni comuni,
consumi critici, finanza etica, ambiente, integrazione sociale e
sostenibilità.

E’ tutto pronto per la Festa regionale dell’Altra Economia che si
terrà domenica 3 maggio 2009 a Rieti (P.zza Vittorio Emanuele II).
Una intera giornata, dalle 9 alle 21, per conoscere i prodotti e i
temi dell’agricoltura biologica, delle energie alternative, del
commercio equo e solidale, del turismo responsabile, del riuso e
riciclo, della comunicazione aperta, ossia tutte quelle attività
fondate su un’altra idea di economia, più attenta all’ambiente, ai
diritti umani, alla salute delle persone e alla qualità dei prodotti
alimentari. L’iniziativa è promossa dall’assessorato al Bilancio,
programmazione economico-finanziaria e partecipazione della Regione
Lazio.

La festa prevede un fitto programma di incontri, convegni, laboratori,
filmati e mostre su beni comuni, consumi critici, finanza etica,
ambiente, integrazione sociale e sostenibilità.

Dalle 9 alle 21 tra gli stand si potrà partecipare gratuitamente a
laboratori per grandi e piccini: “L’arte del Trashware e del software
libero” a cura dell’Associazione Controvento, “L’acqua e cibo non sono
una merce. Una giornata di un bambino della Guinea Bissau” a cura
dell’Associazione Michele Mancino, “Ingegno-mente su riciclo creativo”
a cura di Postribù, “Taglio e cucito…recuperato!” a cura del
Coordinamento provinciale Rifiuti Zero, “Restauro e recupero” a cura
della Cooperativa sociale Oltre, “Riuso, riciclo e decoupage per
bambini” a cura di Postribù, “Belle e selvatiche. Elogio alle erbacce”
laboratorio-degustazione curata dall’associazione culturale Germogli.

E ancora: mostre permanenti tra cui “Oggetti Fossili” di Marinella
Correggia (Progetto Liberazioni), “Rieti Rifiuta” e “s.op.A.cqua”
curate dal Coordinamento provinciale Rifiuti Zero.

Alle ore 11 avrà luogo l’incontro “Altra Economia: un nuovo modello
per la provincia di Rieti” i cui lavori saranno aperti da Luigi Nieri,
assessore al Bilancio, programmazione economico-finanziaria e
partecipazione della Regione Lazio. Al dibattito parteciperà anche
Fabio Melilli, presidente della Provincia di Rieti. Saranno presenti
anche le associazioni e le cooperative dell’altra economia di Rieti.
Seguirà la proiezione di “Amazzonia in movimento – Belem 2009”, regia
di Paolo Grassini e Federico Mariani, montaggio di Emilia D’Angelo,
produzione Videoset.

Alle ore 15 si discuterà di “Turismo responsabile..per natura” insieme
ad Adriana Goni (Reorient – Sportello Turismo Responsabile Cae Roma),
Giovanni Spinelli (Presidente Best of Sabina), Silvia Toschi
(Consorzio Cooperative turismo sociale Le Mat); alle 16 inizieranno le
performance musicali dei gruppi Anomaljas, Avanzasi, Overload, Echos,
Key Purple, Flog. Alle 21, a Palazzo Marcotulli, lo spettacolo del
gruppo teatrale ‘Rigodon’ chiuderà la Festa dell’Altra Economia con “O
Bù!..Osteria del Canale” da “Viaggio al termine della notte” di L.F.
Celine, di e con Alessandro Cavoli.

Il programma completo della Festa è consultabile anche sul sito
http://www.regione.lazio.it/web2/contents/bil_prog/

“Festa Altra Economia 2009” – Rieti 3 maggio 2009

Agricoltura Biologica, Commercio Equo e solidale, Finanza Etica,
Autoproduzioni, Riciclo e Riuso, Energie Rinnovabili, Turismo Responsabile,

Software Libero, Autopromozione sociale:
questi i temi della festa, alla quale parteciperanno più di 30 tra associazioni,
produttori agricoli, reti di commercio equo, piccoli artigiani,
imprese e organizzazioni che lavorano e producono utilizzando criteri
di sostenibilità ambientale, equa distribuzione del valore, rispetto
ed inclusione delle persone.
La festa sarà accompagnata da eventi di spettacolo e musicali
realizzati da artisti e gruppi particolarmente sensibili ai temi
dell’altra economia (vedi programma allegato). Oltre agli
spettacoli ed agli stand, è previsto inoltre un fitto programma di
incontri, convegni, filmati e mostre su beni comuni, consumi critici,
finanza etica, ambiente, integrazione sociale e sostenibilità…….
VERSO UN “DISTRETTO DI ECONOMIA AMBIENTALE E SOLIDALE” DELLA PROVINCIA DI RIETI
vi aspettiamo…..diffondete
Associazione POSTRIBU’ onlus

ALTRADOMENICA e BIOMERCATO

LA NUOVA INIZIATIVA DELLA CITTA’ DELL’ALTRA ECONOMIA

Si è svolta questa mattina presso la sala convegni “Renato Biagetti” della Città dell’Altra Economia a Testaccio la conferenza stampa di presentazione di ALTRADOMENICA, la nuova iniziativa organizzata e promossa dall’ A.I.A.B. (associazione italiana di agricoltura biologica) e dal Consorzio “Città dell’Altra Economia” con il sostegno della Regione Lazio – Assessorato all’Agricoltura.
Ogni terza domenica del mese (esclusi i mesi estivi) molti produttori del biologico di Roma e del Lazio, associazioni, cooperative e artigiani potranno allestire un loro spazio per promuoversi, raccogliere fondi, informare sulle attività e sui progetti in corso.
Ogni AltraDomenica assumerà una caratterizzazione tematica diversa: si parte DOMENICA 15 MARZO dalle ore 10.00 fino al tramonto con attività che ruoteranno intorno alla cucina biologica e alla riscoperta dei sapori veri e genuini del cibo, con laboratori della pasta e molte altre attività collegate indicate nel programma riportato di seguito.
I temi delle altre domeniche andranno dal riuso e riciclo al turismo responsabile, dalle energie rinnovabili al commercio equo e solidale, dal software libero alla agricoltura biologica “Per noi questo appuntamento che lanciamo alla città – dichiara Riccardo Troisi Presidente del Consorzio Città dell’Altra Economia rappresenta una vera sfida per far sì che questo luogo possa esser sentito come bene comune per la città, uno spazio pubblico dove poter incontrarsi, discutere ed acquistare in maniera responsabile.

L’Altra Economia deve essere sempre più capace di raccogliere le sfide dell’economia reale, oggi in crisi per effetto di un modello di sviluppo predatorio, arrivando alle persone e alle necessità reali della società”.
L’idea è che le domeniche della CAE diventino un evento stabile e regolare di forte impatto sui media e di richiamo per il territorio cittadino. Un appuntamento fisso caratterizzato dalla presenza del Mercato contadino dei produttori Biologici, da uno spazio espositivo per Associazioni e Artigiani, da laboratori per bambini e ragazzi, musica, teatro, mostre fotografiche, convegni e presentazioni sui temi dell’altra economia, rivolti ad un pubblico di migliaia di visitatori.

Importantissimo l’appuntamento fisso con il MERCATO DEI PRODUTTORI DEL BIOLOGICO con numerosi stand delle realtà produttive di Roma e del Lazio, che garantiranno ogni mese la loro presenza con un’offerta vasta di prodotti di stagione.
“Il Biomercato contadino sarà un elemento stabile di AltraDomenica – dichiara Adolfo Renzi Presidente di AIAB Lazio I cittadini romani e no potranno scoprire i vantaggi dell’acquisto diretto dal produttore e le qualità dei prodotti da agricoltura biologica, un metodo produttivo che rispetta l’ambiente e la salute di chi produce e di chi consuma.”
“Il biologico è una scelta di qualità – ha dichiarato Daniela Valentini Assessore all’Agricoltura della Regione Lazio durante la conferenza stampa ed è di primaria importanza per il nostro modello di sviluppo. Un settore in cui abbiamo creduto e investito molto: dall’accordo con il Comune di Roma per l’inserimento dei prodotti biologici nelle mense scolastiche all’installazione dei primi distributori di frutta fresca nelle scuole di Roma, dall’istituzione della filiera alla legge contro gli OGM fino alla BioFiera e alla prima piattaforma del biologico in Europa creata presso il CAR.
E non da ultima la recente Legge sui Farmer’s Market che prevede la vendita di prodotti bio nei mercati agricoli. E in quest’ottica, AltraDomenica è un’occasione importante per proseguire lungo la strada che abbiamo intrapreso, perché lega insieme produzione e consumo permettendo a tutti di conoscere le eccellenze della nostra regione”.

«Altra Domenica e il ‘Biomercato contadino’ saranno l’occasione per promuovere e far conoscere a tutti quelle attività economiche che mettono al centro i diritti, la difesa dell’ambiente e l’equa distribuzione delle risorse anziché il mero profitto o quelle legate all’agricoltura biologica – è quanto dichiara l’assessore al Bilancio della Regione Lazio Luigi Nieri L’altraeconomia è ormai una solida realtà che, specie in questo grave momento di crisi, può rappresentare una opportunità per il futuro anche dal punto di vista occupazionale.
Il consumo consapevole sta diventando sempre più una necessità ed è importante trasmettere a più persone possibile questo modo di essere cittadini responsabili.

Oggi nel Lazio l’Altraeconomia ha una marcia in più grazie anche alle tante realtà che vi operano le quali presto, grazie alla legge regionale approvata dalla Giunta del Lazio e che a breve sarà in discussione in Consiglio, potranno beneficiare di un sostegno concreto e di un importante riconoscimento.
E’ importante inoltre sottolineare che in un momento come questo è doveroso un impegno istituzionale in favore dell’agricoltura biologica che oltre a pruomuovere un’alimentazione di qualità e il rispetto della salute può diventare un settore trainante per l’economia regionale e nazionale” ALTRADOMENICA continuerà anche su internet: è stato allestito ed è già in linea il sito www.altradomenica.org che diventerà un importante collante tra tutti coloro che, nel corso dell’anno, animeranno la festa, anche annunciando novità e promozioni riguardanti la propria presenza.

Questo il PROGRAMMA della prima domenica 15 MARZO 2009:

ore 11 13: presentazione libro “Mangiarozzo” (ex gambero Rozzo) del prof. Carlo Cambi docente di turismo all’univ di Macerata. La guida alle trattorie d’Italia dove contano il gusto e la qualità dei prodotti

ore 15: Slow Food presenta il progetto dei Mercati della Terra … per conoscere e riscoprire i saperi e i sapori

ore 11 – 18 (con intervalli):  TERRENI FERTILI e DonPasta Selecter presentano: SOUL FOOD SOUND SYSTEM storie da mercato, sapori del mondo, suoni da sud, selezioni funk, reggae, soul con aperitivi salentini

ore 11 14 : laboratorio pasta fatta in casa (equoconsumo laboratorio decrescita Daniela)

ore 15:  laboratorio riusoriciclo Nel corso della giornata: TAM TAM in bici percorso lungo i quartieri di Testaccio e Ostiense a cura di TuttounAltroMondo Percorsi nelle memorie Itinerario storico antropologico sull’ex Mattatoio di Testaccio A cura dell’Associazione “Nuova Bauhaus” con la partecipazione del Centro Anziani di Testaccio

LE DATE DELLE ALTRE GIORNATE:

19 aprile riuso e riciclo

17 maggio turismo responsabile

21 giugno energie rinnovabili

18 ottobre commercio equo solidale

15 novembre comunicazione aperta

20 dicembre agricoltura biologica

Per informazioni sulla partecipazione e sul programma: Gianfranco Bongiovanni
Email: segreteriaconsorzio@cittadellaltraeconomia.org
Tel: 347 1217942

Per informazioni stampa: Cesare Budoni
Email: ufficiostampa@cittadellaltraeconomia.org oppure cesare.budoni@gmail.com
Tel: 349 6040937

SI POSSONO CONTROLLARE TUTTE LE NEWS E CONTRIBUIRE CON LE PROPRIE IDEE ATTRAVERSO IL SITO INTERNET www.altradomenica.org

Crisi alimentare: catastrofico calo nella produzione di alimenti

 Ecoportal

L’analisi che segue indaga sulle conseguenze della siccità sulla produzione di alimenti in varie aree del mondo nel corso del 2009. Guardando i dati, il 2009 sembra essere un disastro umanitario in gran parte del mondo.
I paesi che rappresentano i due terzi della produzione agricola del mondo soffrono la siccità. Se si guarda un video della siccità in Cina, Australia, Africa, Sudamerica o Stati Uniti, la scena è la stessa; miseria, raccolti rovinati, e bestiami moribondi.

Cina
La siccità nel nord della Cina, la peggiore negli ultimi 50 anni, peggiora e il raccolto estivo è minacciato. L’area dei raccolti colpiti è aumentata a 10,6 milioni di ettari (la scorsa settimana era di 9,4 milioni) e 4,37 milioni di persone e 2,1 milioni di capi di bestiame affrontano la scarsità d’acqua potabile. La scarsità della pioggia in alcune parti delle province del nord e del centro è la peggiore della storia. La siccità, che è iniziata a novembre, minacca più della metà del raccolto di frumento in otto province- Hebei, Shanxi, Anhui, Jiangsu, Henan, Shandong, Shaanxi e Gansu.

Henan
La più grande provincia produttrice di alimenti coltivati della Cina, Henan, ha lanciato l’allarme siccità. Henan ha avuto una precipitazione di 10,5 millimetri da novembre 2008, quasi un 80% in meno rispetto allo stesso periodo degli anni precedenti. La siccità ad Henan, iniziata a novembre, è la peggiore dal 1951.

Anhui
La provincia di Anhui Province ha diffuso lo stato di allerta per la siccità rossa, poiché più del 6% delle coltivazioni del nord del fiume Huaihe sono state colpite da una grande siccità.

Shanxi
La provincia Shanxi è stata messa in allerta per siccità il 21 gennaio, e un milione di persone e 160.000 capi di bestiame sono colpite dalla scarsità d’acqua.

Jiangsu
La provincia Jiangsu ha già perso più di un quinto dei raccolti della coltivazione colpiti dalla siccità. I dipartimenti locali di agricoltura stanno deviando l’acqua dei fiumi vicini in un sforzo d’emergenza per salvare quello che rimane.

Hebei
Più di 100 milioni di metri cubi d’acqua sono stati canalizzati da fuori della provincia per combattere la siccità ad Hebei.

Shandong
Dallo scorso novembre la provincia Shandong ha avuto il 73% in meno di pioggia rispetto allo stesso periodo negli anni precedenti, e le previsioni non sono lusinghiere. Il governo cinese ha destinato 86.700 milioni di yen (circa 12.690 milioni di dollari) alle aree colpite dalla siccità. Anche le autorità sono ricorse a misure di emergenza, e alcune aree hanno avuto un pò di pioggia dopo che le nuvole sono state raggiunte da 2392 razzi e 409 proiettili caricati di prodotti chimici. Comunque c’è un limite in quello che si può fare davanti ad una scarsità di acqua così diffusa. Come scritto precedentemente, la Cina affonta una iperinflazione e questa siccità record peggiorerà le cose. La Cina produce ogni anno il 18% dei cereali del mondo

Australia
L’Australia soffre un’implacabile siccità dal 2004, e il 41% dell’agricoltura australiana continua a subire la peggiore siccità in 117 anni di storia. La siccità è stata così dura che i fiumi hanno smesso di scorrere, i laghi sono diventati tossici, e gli agricoltori hanno abbandonato le loro terre. Il fiume Murray ha smesso di scorrere sul punto finale del suo percorso e la sua foce si è chiusa. I laghi più piccoli dell’Australia stanno evaporando e ora sono un metro sotto il livello del mare. Se questi laghi continuano ad evaporare, il terreno e il fango si acidificheranno liberando acido solforico e una gamma di metalli pesanti. L’unica opzione del governo australiano per impedirlo è di permettere che entri l’acqua del mare, creando un mare morto, o pregare per la pioggia, liberando acido solforico.

STATI UNITI

California
La California affronta la peggior siccità della storia. Si pronostica che la siccità sarà la più dura dei nostri tempi, peggiore di quelle del 1977 e del 1991. Migliaia di ettari di coltivazioni sono già state messe a maggese, e ce ne saranno ancora altre. La zona piena di neve a Nothern Siera, dove si trovano alcune delle riserve più importantI dello Stato, ha solo il 49% delle precipitazioni rispetto alla media. Le Agenzie idriche di tutto lo Stato si apprestano ad adottare misure di conservazione.

Texas
La siccità in texas raggiunge proporzioni storiche. Le condizioni di siccità vicino a Austin e San Antonio sono state superate solamente una volta nella storia – la siccità del 1917-1918. L’88% del Texas soffre condizioni di siccità anormali, e il 18% dello Stato è in condizioni di siccità estreme o eccezionali. Le aree di siccità si espandono quasi ogni mese. Le condizioni in Texas sono così critiche che il bestiame muore in pascoli aridi. La mancanza di pioggia ha trasfomato i pascoli in aree sterili, e gli allevatori sono arrivati ad alimentare gli animali con il fieno. I raccolti di grano d’inverno in Texas hanno subito un danno irreversibile. I pronostici a breve o lungo termine non prevedono molta pioggia, cosa che significa che la siccità in Texas peggiorerà.

Regione di Augusta (Georgia, Carolina del Sud, Carolina del Nord)
La regione di Augusta ha sofferto due anni di siccità che peggiora. Finora il deficit di precipitazioni ad Augusta si avvicina già ai 5 mm nel 2009, e gennaio è stato il mese più secco dal 1989.

Florida
La Florida è stata molto colpita dalla siccità invernale, che ha danneggiato le coltivazioni e la metà dello Stato si trova ad un livello di siccità. La Niña probabilmente peggiorerà la situazione. Si è accumulata abbastanza acqua di un paio di gradi più fredda del normale nella parte orientale del Pacifico come per creare una La Niña, modello climatico che si spera che duri almeno fino a primavera. La Niña generalmente significa tempo secco per gli Stati meridionali, che è esattamente quello di cui hanno bisogno ora gli Stati Uniti.

SUD AMERICA

Argentina
La peggiore siccità da 50 anni ha portato al paese ad uno stato di emergenza. Carcasse giacciono nelle praterie, e piante di soia bruciate dal sole avvizziscono sotto il sole estivo. La produzione alimentare argentina si abbasserà almeno del 50%. La produzione di grano del paese per il 2009 sarà di 8,7 milioni di tonnellate, rispetto ai 16,3 milioni del 2008. Per la preoccupazione per la scarsità all’interno (dato che il consumo interno di grano è circa di 6,7 milioni di tonnellate), l’Argentina non ha concesso nuove licenze d’esportazione dalla metà di gennaio.

Brasile
Il Brasile ha ridotto la sua previsione per i raccolti e lo rifarà dopo aver valutato il danno per disidratazione nelle regioni colpite dalla siccità. Il Brasile è il secondo esportatore di soia e il terzo di grano per quantità al mondo.
Cifre dei raccolti di mais in Brasile:
Raccolti nel 2008: 58,7 milioni di tonnellate.
Previsione dell’8 gennaio: 52,3 milioni di tonnellate.
Previsione del 6 febbraio: 50,3 milioni di tonnellate

Paraguay
Le dure siccità che colpiscono l’economia del Paraguay hanno portato il governo a dichiarare l’emergenza agricola. I raccolti che hanno un impatto diretto sull’alimento per il bestiame sono rovinati, e le piantagioni di soia in alcune aree sono andate quasi completamente perse.

Uruguay
L’Uruguay ha dichiarato “emergenza agricola”, a causa della peggiore siccità da decenni che minaccia i raccolti, il bestiame e la produzione di frutta fresca. Il peggioramento della siccità sta aumentando i costi degli alimenti e delle bevande, cosa che a gennaio ha portato all’aumento dei prezzi a consumatore ad un ritmo annuale più veloce degli ultimi 4 anni.

Bolivia
Non ha avuto nemmeno una goccia di pioggia in quasi un anno. Il bestiame muore, i raccolti sono rovinati.

Cile
La dura siccità che colpisce il Cile ha causato un’emergenza agricola in 50 distretti rurali e grandi settori dell’economia sono preoccupati per un possibile razionamento dell’elettricità a marzo. Le difficoltà per il paese provengono dal fenomeno climatico La Niña che spaventa il Cile appeso a un filo: l’acqua continuamente fredda nell’oceano Pacifico insieme all’alta pressione atmosferica impediscono che fronti di pioggia entrino nelle aree centrali e del sud del paese.  Come risultato i livelli dell’acqua nelle dighe idroelettriche e  in altri depositi siano ad un livello molto basso.

AFRICA

Corno d’Africa

L’Africa affronta una scarsità di alimenti e una carestia. La produzione alimentare intorno al Corno d’Africa ha sofferto per mancanza di precipitazioni. Inoltre, la metà del territorio agricolo ha perso i nutrienti necessari per la crescita delle piante, e la diminuzione della fertilità del suolo in tutta l’Africa aumenta le perdite di raccolti relazionati alla siccità.

Kenia
Il Kenia è la nazione più colpita nella regione, dopo essere stata senza precipitazioni per 18 mesi. Il Kenia deve importare alimenti per attenuare una scarsità e salvare 10 milioni di popolazione dalla carestia. I vicini del Kenia che soffrono anch’essi la siccità saranno di poco aiuto.

Tanzania
Un povero raccolto dovuto alla siccità ha portato la Tanzania a smettere di emettere permessi d’esportazione di alimenti.Anche la Tanzania ha intensificato la sicurezza ai confini per controllare ed impedire l’esportazione di alimenti. In Tanzania ci sono 240.000 persone che hanno bisogno di aiuti alimentari immediati .

Burundi
I raccolti nel nord del Burundi si sono seccati, lasciando il piccolo paese dell’est dell’Africa davanti ad una dura scarsità di alimenti.

Uganda
La dura siccità nella regione Karamoja nel nord est dell’Uganda ha lasciato il paese in una catastrofe umanitaria. E’ poco probabile che le condizioni di siccità e l’acuta scarsità di alimenti, che hanno lasciato Karamoja nel pieno della carestia, migliorino prima di ottobre quando ci saranno i prossimi raccolti.

Sudafrica
Il Sudafrica affornta una potenziale scarsità nei raccolti dopo che gli agricoltori nella parte orientale della zona dei cereali della provincia Free State hanno detto che probabilmente nel 2009 avrebbero prodotto il minor raccolto in 30 anni. I sudafricani sono “estremamente arrabbiati” perchè i prezzi degli alimenti continuano a salire.

Altre nazioni africane che soffrono la siccità nel 2009 sono: Malawi, Zambia, Somalia, Zimbabue, Mozambico, Tunisia, Angola e Etiopia.

Medio Oriente e Asia Centrale
Il Medio Oriente e l’Asia Centrale soffrono la peggiore siccità nella storia, e la produzione di cereali alimentari ha abbassato alcuni dei livelli più bassi da decenni. Attualmente Si stima che la produzione totale di grano nella regione colpite dalla siccità sia diminuita almeno il 22% nel 2009. A causa della durezza della siccità e il suo arrivo in tutta la regione, le forniture di irrigazione dei depositi, fiumi e acque sotterraee sono stati drasticamente ridotti. I principali depositi in Turchia, Iran, Iraq e Siria sono tutti a livelli bassi, cosa che impone delle restrizioni nell’uso. In vista della gravità delle perdite diraccolti nella regione, si prevede un’importante scarsità di semi per i raccolti 2010..

Iraq
Nel periodo invernale della crescita dei cereali in Iraq, non vi sono state essenzialmente delle precipitazioni in molte regioni e grandi aree di campagne annacquate dalla pioggia nel nord dell’Iraq, semplicemente non sono stati piantati. Quest’anno queste regioni, alimentate principalmente dalla pioggia nel nord dell’Iraq, sono descritte come aree di disastro agricolo e la produzione di grano crolla dall’80% al 98% sotto i livelli di norma. L’USDA (dipartimento dell’Agricoltra degli Stati Uniti) stima che la produzione totale di grano in Iraq nel 2009 sarà di 1,3 milioni di tonnellate, il 45% in meno dell’anno scorso.

Siria
La Siria ha sofferto le sue peggiori siccità negli ultimi 18 anni e l’USDA stima che la produzione totale di grano nel 2009 sarà di 2 milioni di tonnellate, il 50% in meno dell’anno scorso. L’estate passata non c’è stata acqua in molti quartieri di Damasco e i residenti della capitale sono stati obbligati a comprare l’acqua al mercato nero. La forte mancanza di pioggia in questo inverno ha acuito il problema.

Afganistan
La mancanza di pioggia ha portato l’Afganistan alle peggiori condizioni di siccità degli ultimi 10 anni. L’USDA stima che la produzione di grano del 2008/2009 in Afganistan sarà di 1,5 milioni di tonnellate, 2,3 milioni o il 60% in meno dell’anno scorso. L’Afganistan produce normalmente tra il 3,5 e i 4 milioni di tonnellate di grano all’anno.

Giordania
La persistente siccità in Giordania ha peggiorato, dato che non è quasi mai piovuto quest’anno. Il governo giordano ha smesso di pompare acqua alle fattorie per preservare l’acqua per essere bevuta.

Altri paesi del Medio Oriente ed Asia Centrale che soffrono la siccità nel 2009 sono: i territori palestinesi, il Libano, Israele, il Bangladesh, Myanmar, India, Tayikistan, Turkmenistan, Tailandia, Nepal, Pakistan, Turcha, Kirguistan,Uzbekistan, Cipro e Iran. La mancanza di crediti peggiorerà la scarsità di alimenti La mancanza di crediti per gli agricoltori ha limitato la loro capacità per comprare semi e fertilizzanti nel 2008/2009 e limiterà la produzione in tutto il mondo. Anche gli effetti della siccità in tutto il mondo saranno amplificati per la minore quantità di semi e fertilizzanti usati per le coltivazioni. I prezzi bassi delle materie prime peggioreranno la scarsità di alimenti.

I bassi prezzi alla fine del 2008 hanno dissuaso dal piantare nuove coltivazioni nel 2009. In Kansas, ad esempio, gli agricoltori hanno seminato 3,6 milioni di ettari, la minore quantità in mezzo secolo. Le piantagioni di grano di quest’anno sono diminuitaedi circa 1,6 milioni di ettari in tutti gli Stati Uniti e circa di 445.000 ettari in Canada. In questo modo, anche se non si considerano le perdite relazionate alla siccità, gli Stati Uniti, il Canada e altre nazioni produttrici di alimenti affrontano una produzione agricola più bassa nel 2009.

L’Europa non compenserà il deficit di alimenti

L’Europa, l’unica grande regione agricola relativamente perdonata dalla siccità, attende una grande diminuzione nella produzione di alimenti. A causa della combinazione di piantagioni tardive, cattive condizioni del suolo, riduzione delle entrate, e poche piogge, la produzione agricola dell’Europa probabilmente diminuirà tra il 10 e il 15%.
La presenza di alimenti è pericolosamente bassa.
La bassa presenza di alimenti fa sì che la diminuzione nella produzione agricola del mondo sia particolarmente preoccupante.

La media dei livelli di presenza finale di Australia, Canada, Stati Uniti e Unione Europea, negli ultimi anni sono diminuiti continuamente:
2002-2005: 47,4 milioni di tonnellate
2007: 37,6 milioni di tonnellate
2008: 27,4 milioni di tonnellate

Queste cifre sono pericolosamente basse, specialmente se si considera l’orrenda possibilità che le riserve di cereali della Cina di 60 milioni di tonnellate in realtà non esistono.

Catastrofe alimentare mondiale

Il mondo si dirige verso una diminuzione nella produzione agricola dal 20% al 40%, a causa della intensità e della durata delle attuali siccità mondiali. Le nazioni produttrici di alimenti stanno imponendo restrizioni alle esportazioni di alimenti. I prezzi degli alimenti aumenteranno vertiginosamente e milioni di persone moriranno di fame, nei paesi poveri con deficit alimentari.

Il dibattito sulla deflazione dovrebbe terminare ora.

Le siccità che infestano le maggiori regioni agricole del mondo dovrebbero portare alla fine del dibattito sulla deflazione nel 2009. La richiesta di risorse agricole è relativamente immune a quello che succede nei cicli di negoziazioni (almeno rispetto con quelli nell’energia o nei metalli basici), e con una diminuzione tra il 20%e il 40% nella produzione mondiale, i prezzi degli alimenti che già sono in aumento, continueranno ancora di più.

In pratica, le risorse agricole DEVONO aumentare e presto, per impedire deficit alimentari ancora più grandi e la fame. I prezzi del grano, del mais, della soia, ecc. devono aumentare ad un livello che incoraggi la piantagione di ogni ettaro disponibile con i migliori fertilizzanti. Altrimenti se i prezzi degli alimenti continuano ai livelli attuali, la produzione continuerà a diminuire, condannando milioni e più di persone alla morte per la fame.

Aumento competitivo del valore del denaro.
Alcuni osservatori nel 2009 si aspettano “svalutazioni competitive del denaro” oltre alla deflazione (le nazioni svalutano le loro monete per aiutare il loro settore d’esportazione). L’immenente scarasità mondiale di alimenti fa sì che questo sia molto poco probabile. La svalutazione della loro valuta nel contesto attuale produrrà la conseguenza indesiderata della promozione delle esportazioni di alimenti. Persino le restrizioni delle esportazioni come quelle della Cina, la svalutazione di valute causerebbe solamente il flusso estero di importanti quantità di cereali attraverso il mercato nero.

Invece delle “svalutazioni competitive del denaro”, l’aumento dei prezzi degli alimenti probabilmente causerà un aumento competitivo del valore delle valute nel 2009. Le riserve di divise straniere esistono proprio per questo tipo di emergenza. Le banche centrali in tutto il mondo ridurranno i prezzi interni degli alimenti sia vendendo direttamente le loro riserve per rivalorizzare  le loro valute o usandole per comprare cereali nel mercato mondiale.

La valorizzazione di una moneta è il modo più rapido per controllare l’inflazione alimentare. Una moneta che vale di più permette che una nazione monopolizzi più risorse mondiali (cioè il dollaro sopravvalutato permette che gli Stati Uniti consumino il 25% di petrolio del mondo nonostante abbiano solo il 4% della popolazione mondiale). Se la Cina vendesse le sue riserve in dollari statunitensi, la sua enorme popolazione inizierebbe ad assorbire la fornitura di alimenti del mondo come gli Stati Uniti ha fatto con il petrolio.

D’altra parte, quando una nazione aumenta il valore della sua moneta e inizia a consumare più risorse del mondo, lascia meno per gli altri. In modo che se la Cina rivalorizza lo yen, si incrementerà la scarsità di alimenti in tutto il mondo e i prezzi ovunque faranno un salto verso l’alto. Siccome non c’è niente che alimenti di più lo scontento sociale che forti aumenti dei prezzi degli alimenti, le nazioni di tutto il mondo, dalla Russia alla UE, dall’Arabia Saudita all’India, venderanno le loro riserve di denaro straniero per rivalorizzare le loro monete e ridurre i costi delle importazioni degli alimenti. Come reazione  la Cina venderà ancora più riserve. E’ la rivalorizzazione competitiva del denaro.

Quando si affronta la rivalorizzazione competitiva delle valute, NESSUNO vuole avere la moneta di riserva del mondo. E’ probabile che al dollaro vada molto male se le banche centrali liquidassero miliardi di dollari statunitensi per comprare alimenti e valorizzare le loro valute.

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Market Oracle/Global Research

Gerusalemme: «Re David abitava qui», sfrattati 1.500 palestinesi

GERUSALEMME – da Il Manifesto – Un progetto di parco archeologico gestito da coloni israeliani spianerebbe 80 edifici di Bustan – Spazzare via decine di case arabe per fare spazio, ai piedi delle mura antiche di Gerusalemme, al parco archeologico della «Città di Davide» amministrato dai coloni israeliani.

E’ questo, denunciano i palestinesi, il vero obiettivo dell’ordine di demolizione per 80 edifici palestinesi (abitati da 1.500 persone) del rione di Bustan (Silwan), reso pubblico nei giorni scorsi dal Comune di Gerusalemme. Si tratta del più ampio progetto di demolizione di abitazioni civili nella zona araba di Gerusalemme dall’inizio dell’occupazione nel 1967. Gran parte delle abitazioni minacciate di distruzione sono effettivamente prive dei permessi ma le mire dell’estrema destra israeliana e dei coloni in quella zona di Gerusalemme indicano che l’intenzione non è quella di porre termine agli abusi edilizi. «Molti di noi sono stati presi dal panico quando domenica scorsa hanno visto i tecnici del comune entrare nel nostro quartiere ed effettuare strane misurazioni. Poi sono state annunciate le demolizioni e ora quasi 1.500 persone rischiano di perdere tutto ciò che posseggono», ha raccontato Fakri Abu Diab, del «Comitato per la difesa di Silwan». Il «Parco archeologico di re David» non è progetto nuovo, così come le demolizioni, annunciate per la prima volta nel 2005 e poi congelate di fronte alle critiche internazionali.

A finanziarlo è la società Elad, «impresa immobiliare» vicina al movimento dei coloni impegnata ad acquisire (in ogni modo) il maggior numero di abitazioni a Silwan, un quartiere palestinese densamente popolato (oltre 40mila abitanti). Lo scopo è quello di riprendere il controllo – dopo 3mila anni – di un’area che, secondo la tradizione biblica, ospitò re David, e dove sono situati il Tunnel di Hezekiah, la Piscina di Siloam, la Sorgente di Gihon e il condotto di Warren usato da Joab per penetrare all’interno di Gerusalemme. Luoghi suggestivi citati a ripetizione dalle guide della Elad per giustificare, agli occhi dei turisti, la «riconquista» di Silwan.

A sostenere l’impresa dei coloni contribuisce anche l’archeologa Eilat Mazar, al lavoro da anni in quell’area, secondo la quale i reperti confermano, «senza ombra di dubbio», che re David aveva realmente il suo palazzo a Silwan. Una tesi che lascia freddi altri esperti israeliani come il professor Rafi Greenberg, dell’Università di Tel Aviv, che negli anni ’70 aveva scavato nell’area del parco archeologico. Nel 1998 la stessa Università Ebraica di Gerusalemme si era rivolta alla Corte Suprema per bloccare la Elad. Ma i coloni vanno avanti, sostenuti dal Comune, preoccupato di «far rispettare il piano regolatore».

L’annuncio delle demolizioni non ha scosso la determinazione delle famiglie palestinesi di opporsi alle ruspe. Sabato è prevista una giornata di mobilitazione a Silwan alla quale parteciperanno non solo gli abitanti ma anche gli attivisti israeliani che si battono contro la demolizione di case arabe a Gerusalemme.

di Michele Giorgio, su Il Manifesto del 25.02.2009

Le contro-ronde vanno all’offensiva

 

Le reazioni di indignazione seguite all’approvazione del decreto sulle ronde, per quanto blande, sono una risposta seppur parziale dinanzi ad un provvedimento intriso di xenofobia e razzismo. L’istituzionalizzazione delle ronde rappresenta infatti una inquietante mostruosità sociale, che però si pone su un terreno storicamente congeniale ai percorsi di autorganizzazione sociale: promuovere forme di autodifesa popolare, di controllo dal basso del territorio, di autogoverno della città, da oltre un secolo è sempre stato un terreno di sperimentazione dei movimenti popolari, dalle milizie operaie della Comune di Parigi agli Arditi del Popolo. Ma il contesto odierno sembra molto più simile alla Germania prenazista, con le Sturmabteilungen impegnate a perseguitare dissidenti, ebrei e altri “nemici interni”, persecuzioni funzionali per lo più a occultare i disastri delle crisi sistemiche del capitalismo, come la grande depressione di allora e la crisi economica attuale: tuttavia oggi non viviamo certo in uno scenario nel quale bisogna prendere le armi per affrontare “manu militari” milizie armate di parafascisti in procinto di instaurare la dittatura. La battaglia infatti va condotta non sul piano militare, ma sul piano culturale e sociale, facendo però attenzione, molta attenzione, a intrecciare i due piani – culturale e sociale – per non correre il rischio di rinchiudere e svilire questo terreno di battaglia all’interno di una dimensione accademica e autoreferenziale: la battaglia cioè non si gioca al chiuso di pur interessantissime e necessarie tavole rotonde sulla forza dilagante della Lega Nord, ma contendendo ad essa nelle periferie più degradate delle nostre metropoli, nei territori sempre più infettati dalla demagogia del razzismo, anche il tema delle ronde, inteso strategicamente come cessione di sovranità primaria dalle istituzioni alla società, tra l’altro sul terreno tanto delicato quanto strategico della sicurezza e della pace sociale. Su questo o si rimane attestati sulla difesa della legalità, delegando agli apparati di controllo e repressione statuale il contenimento dell’ esondazione culturale xenofoba, invocando finanche il rafforzamento delle forze dell’ordine in nome di una loro presunta imparzialità oppure è necessario rilanciare la sfida sul terreno della costruzione di nuova legalità dal basso, di riappropriazione e rovesciamento concettuale delle stesse categorie della sicurezza e della pace sociale. Per questo andrebbero praticate una sorta di contro-ronde (a qualcuno piacerà forse più il termine “presidi”) che intralcino il lavoro di queste milizie governative, ma soprattutto che si configurino come ronde sociali, contro il carovita – come già avviene a Roma ad opera dei compagni di Action – per denunciare gli speculatori del commercio, ronde contro il lavoro nero e il caporalato, per denunciare e sanzionare dal basso i covi più disumani dello sfruttamento, ronde contro l’omofobia, il razzismo, la precarietà, la devastazione ambientale. Ronde cioè in grado di attivare e organizzare energie e consenso sociale per sfidare l’egemonia culturale della destra, di passare dalla difesa dello status quo alla controffensiva sociale. Non basta dire, posate i bastoni contro gli immigrati: piuttosto bisognerebbe organizzare questa insofferenza contro coloro i quali realmente ci rendono ogni giorno la vità più insicura, precaria e insostenibile. E’ un impresa difficile? Certo, molto più complessa degli ingegneristici assemblamenti elettorali di segmenti di ceto politico preoccupati della propria sopravvivenza – in quanto autoproclamatisi rappresentanti e altrettanto autoproclamatisi di sinistra – protesi a ribaltare di fatto i ruoli, per cui l’azione e il conflitto sociale diventano meri strumenti funzionali all’allargamento degli spazi di rappresentanza politica e non viceversa. Ben vengano quindi non tanto gli amministratori illuminati che intralciano e boicottano la nascita delle ronde, ma anche e soprattutto coloro i quali avranno il coraggio di istituzionalizzare le ronde popolari contro il razzismo, il carovita, il lavoro nero, che però non nascono per decreto ma nella forza del radicamento sociale e nel coraggio di sporcarsi le mani. La sfida sul terreno della tanto decantata democrazia partecipativa si gioca anche su questo terreno. Si può anche scegliere di non intraprendere questo terreno di sfida, vuoi per una valutazione dei rapporti di forza o per un principio legalitario ancora molto radicato anche a sinistra. Ma anche in questo caso resta il problema di come contrastare l’istituzione delle ronde para-governative, tenendo presente che un’opposizione parlamentare nelle mani di Di Pietro o del PD rischia di dare semplicemente un ulteriore contributo peggiorativo in sede di conversione. Le controronde anche su questo piano sono l’unico strumento a disposizione per smacherare, attraverso la rottura dell’unidimensionalità, la presunta neutralità dietro la quale i partiti di governo cercano di nascondere la matrice politico-xenofoba che sottende questa istituzionalizzazione, spacciandolola come “sicurezza partecipata per il bene comune”: per questo sarebbe opportuna una vera e propria opera di profanazione, direbbe Agamben, cioè inserirsi nel cuore dei meccanismi di riproduzione del dispositivo al fine di mostrarne non solo la falsità ma soprattutto la matrice intrinsecamente politica da cui scaturisce. Potete strarne certi, dinanzi a controronde sociali saranno gli stessi benpensanti che oggi guardano le ronde con indifferenza o anche tacito consenso, ad indignarsi per questo clima da “far-west” e ad attivarsi in prima persona per smantellare ogni sorta di ronda. In tal caso non vinceranno gli indiani, ma almeno potremmo esser soddisfatti per aver disarmato questi falliti cow-boy di provincia.

Belle e Selvatiche

Belle e selvatiche, elogio delle erbacce. Un titolo che già da solo lancia un messaggio intrigante e provocatorio circa il contenuto del nuovo libro di Patrizia Cecconi: le “erbacce”, ovvero quei beni comuni di natura vegetale, trascurati e disprezzati finché qualcuno non attribuisce loro un valore economico. Le “erbacce”, che sembra folle elogiare, ma solo finché lo sguardo non è libero da pregiudizi.Il libro si divide in due parti, la prima fornisce elementi conoscitivi di carattere storico-culturale sul rapporto tra il mondo vegetale e gli esseri umani; la seconda affronta l’aspetto più precisamente botanico ed erboristico delle piante esaminate, per ciascuna delle quali l’autrice si sofferma sulle caratteristiche estetiche, officinali e gastronomiche, fornendo anche elementi di anatomia per spiegare l’effetto prodotto dalla droga erboristica sull’organismo umano.

 

 

 

 

Tra nozioni di botanica, preparati erboristici, richiami alla filosofia della natura, suggerimenti per un giardino poco conformista e gustose ricette, il lettore viene indotto a rielaborare il punto di vista comune verso le “malerbe” – e in realtà verso il mondo tout court – ed a ripensare le categorie tradizionali che includono persino i canoni estetici nelle logiche della mercificazione.

 

Nota sull’autrice – Patrizia Cecconi

L’autrice, di formazione socio-economica, ha insegnato per molti anni economia negli istituti superiori. Si è poi avvicinata al mondo vegetale per passione ed ha scoperto che ad esso vengono spesso applicati gli stessi meccanismi che guidano le scelte economiche e, conseguentemente, gli stessi pregiudizi che affliggono le società umane. Nel 2006 ha costituito un’associazione culturale attraverso la quale propone iniziative di educazione ambientale. Iniziative che spaziano  dai  corsi sulla valorizzazione e l’uso pratico delle erbe spontanee agli incontri per costruire l’humus per una diversa economia, il tutto seguendo un filo verde che fa delle sue “erbacce” una chiave di lettura per un modello sociale in cui ci sia spazio per ognuno e in cui il bello e l’autorevole non abbiano come unica coniugazione la moneta e l’assoggettamento acritico alle mode e al  potere.

Sito Internet: www.associazionegermogli.it