Due delle tre raffinerie nigeriane hanno chiuso, la terza ha scorte per 15 giorni. Attaccato gasdotto della Shell nel Rivers State. Jomo Gbomo scrive al Presidente russo Medvedev, arrivato oggi in Nigeria: “l’attacco di oggi celebra la sua visita”. Continua a leggere La Nigeria esaurisce le scorte di greggio, raffinerie chiuse. Nuovo attacco del Mend alla Shell.
Archivio mensile:giugno 2009
Iran. E’ crisi ufficiale tra Londra e Teheran
di Ferdinando Pelliccia
ULTIM’ORA: Da Obama dura condanna della repressione – Il presidente degli Stati Uniti rompe gli indugi sferra un duro attacco alla politica perseguita dalla autorità iraniane pur confermando di non voler interferire negli affari interni del Paese. Continua a leggere Iran. E’ crisi ufficiale tra Londra e Teheran
Economia Ecologica e Crisi
Confronto tra società civile, mondo accademico, informazione e amministrazioni locali
Il prossimo 25 giugno, a partire dalle 15.30 si terrà a Roma, nella sede della Provincia a Palazzo Valentini, un importante convegno internazionale che metterà a confronto realtà differenti – sociali, accademiche, amministrative e dell’informazione – per discutere di crisi e di alternative per uscirne dal punto di vista dell’economia ecologica. Continua a leggere Economia Ecologica e Crisi
“GLI INVISIBILI” FESTA ANTIRAZZISTA
Non è la fine del mondo, ma la fine di un mondo

È passato più di un anno dall’inizio della crisi che colpì il settore della costruzione succesivamente accompagnata dallo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti d’America, che presto si trasmise ad altri settori ed ad altre nazioni; la mancazza di denaro liquido si trasformava in un virus mortale che si trasmetteva da un malato ad un altro, di settore in settore, lasciando una importante lista di fallimenti impresariali e un gran numero di disoccupati.
Così l’anno 2008 entrava nella storia per la maggiore crisi finanziaria dopo quella del 1929.
Nella vita si possono vedere e analizzare gli stessi fatti con prospettive differenti, dipende dalle lenti che portiamo, come ci
mostrò Kant, cosi possiamo guardare i fatti in altro modo e vedere nel inizio la fine. La fine di un mondo.
Sono passati ormai anni dalla fine della guerra fredda, il capitalismo vinceva l’impero sovientico e imponeva la sua filosofia, le sue politiche, la sua economia, più in generale la sua visione del mondo.
In questi processi storici si incrociavano aspetti politici, sociali e economici, con dinamiche locali e globali che davano vita,
semplificando, alla globalizzazione neoconservatrice.
Le grandi multinazionali, i grandi consigli di amministrazione iniziarono a rendere conto solo ai grandi azionisti, tra cui anche le banche, che approfittando del vuoto legislativo e instituzionale iniziarono a muoversi in un mercato che era diventato globale, astratto e indefinito, dando vita a un circolo vizioso di finanza volatile basata sul debito.
Avveniva che le imprese immobiliari iniziavano una promozione di case nuove senza avere un soldo, chiedevano un prestito alle banche che puntualmente lo concedevano, dopo di che iniziavano a vendere le case, senza neanche aver posto un mattone, con questi soldi pagavano le banche e iniziavano a costriure. Per altro lato le persone chiedevano
prestiti alle banche, che puntualmente non lo negavano a nessuno anche favoriti dai bassi tassi varibili.
Questo meccanismo garantiva grandi guadagni in tempi brevi, però ipoteche e prestiti sono a lungo termine e con il tempo il meccanismo si è inceppato, e tutti, imprese, banche, e cittadini sono rimasti senza soldi.
Il capitalismo senza capitali ha mostrato il suo lato più oscuro, sono finiti i tempi degli obbiettivi a breve termine, i
guadagni facili e le imprese hanno iniziato a chiudere, così le banche, le assicurazioni, e via via il virus si è diffuso all’economia reale.
Lasciando miglioni di disoccupati.
Però c’è un altro attore che muore finendo sotto le ceneri, è il capitalismo stesso, o meglio il capitalismo come eravamo abituati identificare fino ad adesso, con la semplificazione, capitalistmo-proletariato.
Il capitalismo già non esiste più, è morto, come è morto lo stato-nazione e i parlamenti, svuotati di senso e importanza, e il
potere transita nelle mani di piccole élite che impongono le propie politiche; è il capitalismo feudale, o meglio, il fedualismo
impresariale como lo definisce Cesar Castillo, dove il potere non è esercitato dalle grandi famiglie nobili, ma dai grandi azionisti delle più importanti imprese.
Il filosofo Umberto Galambini ci spiega come la relazione capitale-operaio si sia ormai trasformata a favore di un capitalismo
che si oppone a tutta la popolazione, un capitalismo che si astrae dalla società diventando capitalismo finanziario che si eleva al di sopra della società imponendo le sue regole.
Donne e uomini identificabili in differenti strati sociali, ognuno portatore di differenti interessi, che precedentemente vivevano in posizioni di conflitto, sono stati forzatamente raggrupati in una unica classe sociale accomunati unicamente da uno stato d’animo: il vivere in precarieta. Oggi imprenditori, impresari, operai, tutti vivono con una senzazione di incertezza verso il domani, con la senzazione che la propia vita dipenda da scelte di altri senza nome e volto, accomuna attori fino a ieri antagonisti.
Il mercato non è stato in grado di limitarsi e autoregolarsi, la famosa mano invisibile e diventata sempre più debolie flebile, fino a scomparire senza creare il meccanismo di bilanciamento indispensabili per ogni sistema, sia esso sociale o economico, i governi non hanno voluto o potuto porre delle regole, e oggi, la società, le donne e gli
uomini stanno pagando il prezzo più alto.
Attori che soffrono sulla loro pelle, quotidianamente una crisi che non è arrivata di colpo, estistevano degli indicatori chiari e precisi su quello che stava avvenendo, però era necessario saper leggere, o forse voler leggere.
E cosi, all’improvviso il nemico di ieri è tornato ad essere il miglior amico, tutti a chimare, invocare lo stato che è nuovamente alto, biondo e bello.
Con bilanci statali peggiorati e più tasse per il futuro.
Cosi la storia da un altro giro, a un ciclo che si chiude se ne apre subito un altro, è questo il motore della storia e ponendosi
nuovamente altre lenti possiamo dire che un mondo è finito. Però una fine porta con se sempre un principio, bisogna vedere nelle difficoltà le opportunità che si presentano, l’opportunità di creare un nuovo mondo che nasca da quello che Pier Paol Pasolini chiamava la dittatura del consumismo, un mondo che segua una logica più armoniosa, più ecologista, che viva di necessità vere e non false, o create dalle imprese.
Un mondo dove le persone cooperano fra di loro invece di competere.
Le persone devono ritornare al posto che meritano, decidendo sul propio futuro, dove i governi pongono le condizioni per poter utilizzare i nuovi saperi e le nuove tecnologie, che stanno lì a nostra disposizione e che ci possono permettere di vivere meglio e più a lungo, permettendoci di dare più spazio alle nostre illusioni.
Dobbiamo ripensare interamente il nostro modello di svilluppo, raggiungendo un accordo sul senso delle cose, a cosa servono e a cosa no.
Dobbiamo essere d’accordo su cosa è una automobile e a cosa serve, se può raggiungere velocità da formula 1 o avere dimensioni più adatte a un carro armato, o se ne necessitiamo per muoverci in città, con piccole dimensioni e poco inquinanti. O se lo necessitiamo veramente?
Abbiamo il diritto e il dovere di impegnarci per ottenere nuove istituzioni che ci permettano di partecipare di più, che si creino nuovi modelli instituzionali più adatti alle nuove realtà globali.
Abbiamo bisogno di parlare del futuro, di quale visione abbiamo, e iniziare a lavorare per un nuovo mondo.
Può sembrare assurdo, però possiamo guardare al futuro con speranza, un futuro che dipenda da noi, dobbiamo solo che iniziare.
Roberto Vanni
Sociologo
In colaborazione con Cesar Castillo,
Professore di Finanza alla “EAE, Escuela de Administración de Empresa” Buisness School (Barcelona)
La Shell paga 15,5 milioni di dollari per la morte di Ken Saro-Wiwa ed evitare il processo.

Torna a casa il britannico Matthew Maguire
martedì 9 giugno 2009
Le anticipazioni della scorsa settimana, sul processo alla Shell che si apriva a New York, si sono rivelate esatte. La Compagnia petrolifera dice di non aver fatto nulla di male nel Delta del Niger. Ma intanto accetta di pagare 15,5 milioni di dollari come “gesto umanitario” perché non si celebri il processo.
Matthew Maguire libero entro 24 ore. “Nessuno deve pensare che lo usiamo come scudo” dice il Mend.
Alla fine come dice Enzo Mangini su Carta “L’hanno spuntata gli avvocati della multinazionale anglo-olandese Shell: 15,5 milioni di dollari da versare ai familiari di Ken Saro-Wiwa e degli altri sette attivisti Ogoni impiccati dal regime nigeriano di Sani Abacha nel 1995 per aver denunciato la corruzione e i danni ambientali causati dalle trivellazioni della Shell nella regione del Delta del Niger. La Shell avrebbe dovuto risponderne davanti a una corte federale statunitense, ma dopo settimane di trattative, la multinazionale ha accettato di pagare per evitare la pubblicità negativa che sarebbe derivata dal processo. Oggi l’annuncio dell’accordo che comprende una clausola di «non liability», cioè di non luogo a procedere per le presunte responsabilità della multinazionale. In questo modo, e per una cifra molto bassa soprattutto considerando il bilancio della Shell, è stato disinnescato un processo storico: sarebbe stata la prima che una multinazionale avrebbe dovuto rispondere per violazioni dei diritti umani.” In un intervista rilasciata alla CNN Ken Saro-Wiwa Jr., il figlio dello scrittore-poeta nigeriano non-violento giustiziato dal regime militare nigeriano, ha dichiarato che questo accordo consente ai familiari delle vittime di chiudere con il passato.
1912- RELAZIONE DELL’ISPETTORATO PER L’IMMIGRAZIONE DEL CONGRESSO AMERICANO SUGLI IMMIGRATI ITALIANI NEGLI STATI UNITI.
RELAZIONE DELL’OTTOBRE 1912 DELL’ISPETTORATO PER L’IMMIGRAZIONE DEL CONGRESSO AMERICANO SUGLI IMMIGRATI ITALIANI NEGLI STATI UNITI.
“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali”.
[…]
“Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si
adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario.
Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i
documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione”
Violenta Repressione delle forze armate nell’Amazzonia Peruviana


Tra i dieci e i venti i morti causati dalla dura repressione del levantamiento (sollevamento) indigeno nell’Amazzonia del Perù. Le autorità indigene e le organizzazioni sociali chiedono che si intraprenda un giudizio internazionale contro il governo di Alan García Pérez per la criminalizzazione dei movimenti sociali e le reiterate violazioni di diritti umani.Il presidente del Comitato di Lotta Provinciale di Condorcanqui, Santiago Manuig Valera, è deceduto dopo essere stato ferito con armi da fuoco. Anche sette agenti di polizia hanno perso la vita nella zona.
Da due mesi le popolazioni indigene del Perù portano avanti una mobilitazione pacifica per chiedere l’abrogazione dei decreti legge emanati dal governo in violazione dei diritti umani e a favore della distruzione di ampie zone di foresta amazzonica. La legge sull’acqua, la legge forestale e altri provvedimenti che legittimano la repressione e la persecuzione di qualunque forma di protesta sociale sono al centro delle proteste, assieme alla contrarietà della popolazione alla sigla del TLC con gli Stati Uniti.
Secondo i portavoce dei movimenti indigeni del Perù “È la risposta del regime a 56 giorni di lotta pacifica indigena e di cosiddetti dialoghi e negoziazioni con il governo che finiscono come sempre con il rumore delle pallottole e la brutalità, le stesse di più di 500 anni di oppressione”.
“Oggi più che mai è urgente – si legge nel comunicato della CAOI, Coordinamento Andino di Organizzazioni Indigene – compiere quanto emerso dal IV Vertice Continentale dei Popoli e Nazionalità Indigene dell’Abya Yala, tenutasi dal 27 al 31 maggio nella città di Puno, in Perù, cioè esprimere solidarietà ai popoli amazzonici peruviani, realizzando sit-in e proteste davanti alle ambasciate del Perù in tutti i paesi fino a che non si detenga l’uso della forza e non sia definitivamente fermato il bagno di sangue in Perù.”
La repressione è arrivata dopo che il Congresso della Repubblica, con un atto palesemente provocatorio, secondo quanto emerge dal comunicato, ha deciso di posticipare nuovamente il dibattito relativo alla deroga dei decreti legislativi preparatori per la firma del TLC con gli Usa, decreti che facilitano la penetrazione delle imprese nei territori amazzonici e indigeni. La notizia dello spostamento del dibattito è arrivata proprio mentre numerose unità di forze armate raggiungevano i territori amazzonici di Bague.
Le organizzazioni indigene invitano la società civile di tutti i paesi a spedire lettere e denunce al governo peruviano, al Relatore Speciale delle Nazioni Unite per i Popoli Indigeni, ai Premi Nóbel per la Pace, alle organizzazioni internazionali come Amnesty e Survival, alla Commissione Interamericana per i Diritti umani, all’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Accordo 169), affinché mandino immediatamente missioni di monitoraggio in Perù, pronunciandosi per fermare la repressione e garantire il rispetto dei diritti dei popoli indigeni.
Oggi pomeriggio alle 17 a Lima, praticamente tutte le organizzazioni del movimento sociale peruviano, articolate nel Fronte Comunitario per la Vita e la Sovranità, si sono date appuntamento per una mobilitazione in solidarietà con le lotte dei popoli amazzonici e per denunciare la condotta criminale del governo. La manifestazione partirà da Piazza di Francia.
Amazzonia, che macello!
dalla rete NoInc (Rete Nazionale dei Comitati Rifiuti Zero)
Amazzonia, che macello!
Guarda il video: http://t.contactlab.it/c/2000836/115/599339/399
Cari cyberattivisti,
Lunedì scorso abbiamo pubblicato l´inchiesta scandalo “Amazzonia, che macello!”. Dopo tre anni di indagine sotto copertura, abbiamo scoperto che le scarpe Geox, Adidas, Timberland e Clarks, i divani di pelle Chateaux d´Ax e Ikea, le scatolette di carne Simmenthal e Montana possono avere un´impronta devastante sull´ultimo polmone del mondo.
La foresta amazzonica, infatti, viene distrutta per far spazio agli allevamenti illegali di bovini. E la carne e la pelle che ne derivano contaminano le filiere internazionali dell´alimentare, dell´arredamento, della moda e delle scarpe.
Distruggere l´Amazzonia vuol dire soffocare il clima del Pianeta e il nostro futuro. È il tempo del coraggio e della responsabilità per i governi e per le aziende che stanno dietro ai marchi globali, se vogliamo vincere la sfida del cambiamento climatico.
Per salvare il clima, noi dobbiamo salvare l´Amazzonia. E ogni passo conta.Facciamo il primo passo: chiediamo insieme alle aziende di interrompere immediatamente l´utilizzo di pelle che viene dalla distruzione della foresta amazzonica. Se non volete correre il rischio di calpestare l´Amazzonia con le vostre scarpe, scrivete anche voi a Geox, Nike, Timberland, Adidas, Reebok e Clark´s
http://t.contactlab.it/c/2000836/115/599339/399
Grazie mille e a presto!
Chiara Campione
Responsabile campagna Foreste

