Le non-scelte del G8 sui cambiamenti climatici

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Di Giuseppe De Marzo, A Sud

A pochi mesi dal summit Onu sui cambiamenti climatici che si terrà a dicembre a Copenaghen, le conclusioni del summit aquilano dimostrano che i «grandi» non sono pronti a tagliare le emissioni. E i paesi emergenti si adeguano subito al pessimo esempio.

Due noti istituti di ricerca che studiano la concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera il National oceanic and atmospheric administration [Noaa] e il Norwegian polar institute [Npi] hanno recentemente reso pubblici alcuni importanti dati sullo stato del riscaldamento globale del pianeta.
Secondo i rapporti presentati dai due istituti, il livello di gas serra avrebbe raggiunto quota 391 parti per milione [ppm] secondo il Noaa e 397 ppm secondo il Npi, avvicinandoci pericolosamente al punto di non ritorno di 450 ppm, indicata come la soglia oltre la quale il riscaldamento del pianeta sarà già incontrollabile e ogni tentativo di ridurre le emissioni ormai vano.
A quel punto la temperatura del pianeta avrà raggiunto la soglia di 2 gradi centigradi in più rispetto all’era preindustriale. Fino ad oggi, era noto che il livello di CO2 attuale era il più alto dagli ultimi 400 mila anni. Tuttavia, gli ultimi studi vanno più indietro nel tempo e calcolano che il livello attuale è un record ineguagliato negli ultimi 2.1 milioni di anni.
Oltre l’aumento della concentrazione di diossido di carbonio nell’atmosfera, è stato registrato anche l’aumento di altri gas serra come il metano, proveniente dall’industria del bestiame, l’ossido nitroso, principalmente prodotto dall’industria agricola, ed i clorofluorocarburi. Secondo le stime degli scienziati, all’umanità non rimangono che 90 mesi [circa 7 anni e mezzo] per stabilizzare e ridurre le concentrazioni di gas serra sotto livelli che non rendano il riscaldamento globale inarrestabile.
Nonostante le dichiarazioni di intenti e i proclami trionfalistici il G8 appena concluso a L’Aquila non ha trovato soluzioni adatte a far fronte a tale emergenza. Anzi, ha lasciato la sensazione di una ennesima opportunità persa in materia di cambiamento climatico, a soli cinque mesi dall’atteso vertice di Copenaghen.
I leader degli otto paesi industrializzati hanno identificato mercoledì scorso nel limite di 2 gradi il livello massimo di riscaldamento del pianeta e per rispettarlo hanno accettato di lavorare per una limitazione della metà delle emissioni mondiali di gas serra da qui al al 2050, percentuale che arriverebbe all’80 per cento nel caso dei paesi industrializzati.
Secondo il presidente statunitense Barack Obama, che ha presenziato anche al Forum parallelo sul clima e l’energia [Mef, che ha riunito 16 paesi, inclusi i G8 e i principali mercati emergenti], si tratta di un «accordo storico». Obama ha aggiunto che il G8 deve adoperarsi per presentare proposte sul finanziamento alla lotta contro il riscaldamento globale nel vertice del G20 che si terrà a settembre a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni unite.
L’opinione del Segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-Moon è tuttavia in contrasto con quella del presidente statunitense: «I risultati del G8 non sono sufficienti: quello di cui abbiamo bisogno è un obiettivo a medio termine che possa garantire che stiamo compiendo il percorso che ci porterà al 2050». I leader del G8, ha aggiunto Ki-Moon «hanno avuto e sciupato una opportunità unica che probabilmente non si ripresenterà».
Questa mancanza di impegni per il prossimo futuro non è stata ben recepita neppure dalle principali economie emergenti, come il Brasile. «Non possiamo accettare l’obiettivo del 2050 senza un forte impegno per il medio periodo», ha detto il responsabile del governo brasiliano, Luiz Alberto Figueiredo Machado.
Questa è stata la ragione per cui i paesi in via di sviluppo del Mef, tra cui la Cina – uno dei maggiori responsabili delle emissioni mondiali di CO2 – hanno alla fine rinunciato ad appoggiare obiettivi specifici – come quello del 50 per cento di riduzione – e hanno optato per una disponibilità generica ad impegnarsi.
«Gli impegni emersi dal G8 sono inaccettabili perchè non tengono in conto, ad esempio, i limiti di sicurezza necessari per la protezione e la sopravvivenza delle piccole isole», ha denunciato l’Alleanza degli stati piccole isole [Aosis la sua sigla in inglese] in una dichiarazione. L’Aosis ha fatto sapere in tal modo che ci si aspetta che le grandi economie mondiali riducano le loro emissioni di gas contaminanti a un livello ben più concreto di quello annunciato nella recente riunione del G8 e nel Forum delle economie emergenti di L’Aquila.
«E’ una crudele ironia che senza un adeguato impegno globale i paesi che meno contribuiscono al riscaldamento globale continuino ad assere i più colpiti dalle conseguenze», segnala la dichiarazione dell’Aosis.
E’ quello che già da anni i paesi del sud del mondo chiamano giustizia climatica: la necessità di pensare a misure preventive e di compensazione per i danni sociali, economici e ambientali che soffrono i paesi e i popoli del sud del mondo a causa delle emissioni prodotte prevalentemente a nord dell’equatore. Ma è un concetto ancora del tutto estraneo ai «grandi» inquinatori.

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