Inchiesta ESPRESSO (26 novembre 2010)
di Giulia Cerino
Nel comune calabrese dove si ribellarono gli immigrati è ricominciata la raccolta delle arance. Ma non una delle promesse è stata mantenuta. Gli africani si nascondono nella boscaglia. E la ‘ndrangheta li sta sostituendo con i bulgari.
Il cementificio dismesso dove si pensava di ospitare gli stagionali verrà pronto (forse) nel 2012. Intanto però i vecchi rifugi sono stati distrutti. Così centinaia di persone passeranno l’inverno dormendo tra i cartoni Rosarno, comune di 15 mila abitanti in provincia di Reggio Calabria ad alta intensità migratoria.
Il 7 gennaio 2010 qualcuno spara diversi colpi con un’arma ad aria compressa su tre africani di ritorno dai campi. Segue la rivolta degli extracomunitari: scontri con la polizia, attacchi a negozi e automobili, gruppi di rosarnesi armati di mazze e bastoni che formano ronde per la caccia al nero. Più di 50, alla fine, i feriti: 18 poliziotti, 14 abitanti di Rosarno e 21 extracomunitari. Il tutto si chiude con il trasferimento dei migranti nei centri – in Puglia e Campania – e con una sequela di promesse della politica per progetti sociali e posti di lavoro.
E’ passato un anno, la stagione della raccolta delle arance è ricominciata e a Rosarno non è cambiato nulla. Qualche esempio? La Cartiera, una fabbrica in disuso nella piana di Gioia Tauro, che secondo un protocollo firmato alla Prefettura di Reggio Calabria doveva diventare un nuovissimo ‘centro d’aggregazione’ per ospitare i migranti: piano arenato, non se n’è fatto nulla, la Cartiera è abbandonata. Oppure prendiamo l’appalto pubblico indetto per ‘riqualificare’ la zona circostante e costruire container che accogliessero i braccianti senza tetto: la gara è stata vinta da una ditta privata ma il progetto è naufragato dopo meno di due mesi a causa del ricorso dell’impresa arrivata seconda. Risultato, gli immigrati si apprestano a passare un altro inverno dormendo tra i cartoni. Poi c’è il progetto del ministero dell’Interno Maroni ‘Obiettivo 2.5 1′, l’unica iniziativa diretta del governo in zona dopo la guerriglia di un anno fa.
Il piano prevedeva che la Beton Medma di Rosarno, il cementificio confiscato al clan dei Bellocco, venisse smantellato per fare posto ad un edificio da 60 posti letto con uno spazio dedicato all’intrattenimento, uno al supporto scolastico dei bambini, uno sportello sociale ed uno per la formazione professionale, per un costo di 3 milioni di euro stanziati dallo Stato e 16 milioni di fondi europei .
Il cantiere è stato aperto nel meso d’ottobre, nove mesi dopo la rivolta. Ad andare benissimo, verrà pronto nel 2012. Ma il problema, spiega don Pino De Masi, responsabile dell’associazione Libera, è che «la situazione non solo non è migliorata, ma è addirittura peggiorata rispetto a un anno fa». Perché le baraccopoli dove vivevano i migranti sono state distrutte, «quindi adesso gli africani non hanno più nemmeno un tetto per ripararsi dalla pioggia o prendere l’acqua potabile». Poi l’agricoltura «va peggio di un anno fa», quindi le paghe già da schiavitù sono ulteriormente diminuite». In compenso in zona gira molta più polizia: «Il che è un bene, per carità», dice don Pino, «ma costringe i migranti, che vengono sempre assunti in nero, a una crescente clandestinità».
Per ora, la buona notizia è solo una: gli africani arrivati a Rosarno sono molti meno dell’anno scorso. Nel 2009 infatti erano circa 2.500, ora nessuno sa il numero preciso, ma si parla di circa 500-700 persone al massimo. Che si nascondono nelle campagne, nel timore dei controlli, o trovano rifugio in vecchi casolari abbandonati. Quando riescono, si attrezzano con generatori elettrici e cucine a gas di fortuna, materiale fornito dai volontari. Anche se sono pochi, tuttavia, gli africani fanno fatica a trovare lavoro nei campi. Un po’ per i controlli della polizia, come s’è detto, un po’ perché quest’autunno, a raccogliere arance e clementine, sono arrivati anche i bulgari. Che, da cittadini comunitari, non hanno problemi di permesso e possono essere sfruttati senza che le n’drine incorrano nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Così tra gli africani c’è chi, appena arrivato per la stagione della raccolta, vuole già andarsene. Come Pike, ghanese e irregolare: «Forse quest’anno ho sbagliato a venire. I miei amici, quelli con cui dormivo alla stazione Termini di Roma, mi avevano detto di restare in città. Qui dormiamo nelle macchine, nei garage, nelle cantine sovraffollate. E non parliamo con nessuno».