Lasciati senza scelte staremo nella casa inagibile

L’AQUILA – La grande tendopoli di piazza d’Armi sembra una scacchiera. Spazi pieni e spazi vuoti, dove già sono state tolte le tende. La numero 16, fila due, c’è ancora e resisterà, forse, per qualche ora. Ma stanotte nessuno della famiglia di Cristina e Fabiana, dei nonni Rita e Claudio, delle nipotine Crystal, Asia e Maila ha dormito qui. “Ho avuto paura, sono andata via ieri sera. Sono tornata nel mio appartamento, che non è agibile. Ma non avevo altra scelta”, racconta Cristina.

Il suo racconto ci dice che questa tendopoli non è stata smobilitata: è stata uccisa. “All’improvviso, tutto è cambiato. Le persone che ti aiutavano hanno cambiato faccia. Si sono messi a comandare, a dare ordini, come se fossimo in una caserma. Ieri a mezzogiorno ero vicino al tendone della Croce di Sant’Andrea. C’era accanto a me uno dei ragazzi che sono assistiti dal servizio tossicodipendenze. Un carabiniere gli ha detto: qui non puoi stare, devi andare via. Io ho chiesto: ma chi l’ha detto? Noi siamo qui da cinque mesi, questa è ancora la nostra ‘casa’. Dovete andare via e basta – questa la risposta – e lo dico io che sono un carabiniere. Anch’io sono qui da cinque mesi e mi sono rotto i …”.
Una giornata convulsa, piena di tensione. “Le bimbe che escono dalla tenda e come sempre vanno a cercare gli altri bambini. Ma non ne trovano, sono già andati via. Al loro posto, sulla pista di atletica, ci sono invece le automobili. Nessuno ci aveva avvertito, che sarebbero entrate le macchine. E così le bimbe hanno rischiato di essere travolte. Le abbiamo riportate nella tenda, abbiamo proibito loro di uscire. E poi arrivano quelli della Protezione civile. Io chiedo quando posso entrare nella stanza che ci è stata assegnata all’hotel Canadian, qui in città, loro dicono che c’è un piccolo problema e che per me c’è una nuova assegnazione: una stanza in un albergo di Assergi, 35 chilometri dall’Aquila, all’imbocco del tunnel sotto il Gran Sasso. Io chiedo perché. Le famiglie con bambini in età scolastica – hanno sempre detto – devono restare in città, così possono iscrivere i bimbi a scuola. Crystal e Asia sono iscritte alla scuola materna. Non mi danno risposte. Dicono che guarderanno le carte, che mi sapranno dire al più presto dove potrò trovare un tetto. Io torno in tenda e ho paura. I miei genitori, che ancora non sapevano dove sarebbero andati, sono stati informati che per loro c’era una stanza a due letti al Canadian e hanno dovuto andare via subito. Qui attorno tutti gli amici se ne sono andati. Restano quasi solo quelli che hanno problemi. Le persone con handicap che saranno mandate in strutture di Avezzano, i ragazzi seguiti dal servizio tossicodipendenti, gli ospiti di comunità psichiatriche. Tutti dicono che non vogliono essere mandati lontano.
La paura cresce quando sento che qualcuno minaccia di dare fuoco alla sua tenda, un altro che annuncia di tagliarsi le vene. La tenda che ci ha protetto per cinque mesi all’improvviso diventa un posto ostile. Io e Diego non ce la sentiamo di passare un’altra notte di tensione. Ma dove andare? E così decidiamo: si torna a casa. Lo sappiamo, non è agibile, ma adesso la paura delle scosse è meno pesante di una notte in una tendopoli fatta a pezzi. Saliamo in casa, con le bambine. Loro sono contente. E’ la prima volta che rivedono la loro stanza. Non c’è il gas, solo la corrente.
Mi sono comprata un fornelleto elettrico, preparerò la colazione. Aspetto la telefonata di quelli della Protezione e mi chiedo: come mai la stanza che mi era stata assegnata al Canadian non è più mia? In che modo qualcuno ha superato in graduatoria una famiglia che ha il lavoro qui e ha due figlie alla scuola materna? Finora non ho avuto risposta». Poco dopo mezzogiorno, la telefonata della Protezione civile. «Mi hanno detto che hanno trovato due stanze al motel Amiternum, qui in città. Ma non sono comunicanti, anzi sono su due piani diversi. Ma com’è possibile? Noi genitori da una parte, le bimbe dall’altra. Cosa può succedere, se arriva anche una piccola scossa? Io e Diego abbiamo deciso: non accettiamo. La notte vogliamo le nostre bimbe assieme a noi».

Siamo solo all’inizio. Dopo piazza D’Armi, anche le altre tendopoli dell’Aquila saranno chiuse e i problemi purtroppo non mancheranno. Quasi tutti i posti letto – nella caserma del G8, negli hotel della costa e della montagna – sono già stati occupati dagli ex ospiti della tendopoli più grande. Il piano del governo, che ha puntato tutto o quasi sulle Case, le palazzine su piattaforma antisismica, mostra tutti i suoi limiti. In piazza Duomo, sabato pomeriggio, si sono riuniti i Comitati dell’Aquila, cittadini che vogliono decidere il loro futuro e che non vogliono accettare supinamente le scelte della Protezione civile. «Stiamo assistendo – ha detto Piero De Santis – a una ulteriore dispersione della popolazione aquilana».

I Comitati hanno fatto i conti. «Con 838 milioni spesi per le tendopoli (30 euro al giorno), alberghi (52 euro al giorno) e Progetto Case (2.700 euro al metro quadro), ci saranno 16.000 posti letto pronti a dicembre. Con gli stessi soldi spesi per case di legno (750 euro al metro quadro) e moduli removibili di lusso (1.000 euro al metro quadro) ci sarebbero stati 39.000 posti letto pronti a settembre. Voi cosa avreste scelto?». Si è invece puntato sulle Case e quasi soltanto su quelle.

Presto cominceranno le inaugurazioni e saranno trasformate in uno spot per il governo. Basterà puntare le telecamere soltanto sulle «prime persone felici di ritrovare una casa». Anche stravolgendo la realtà dei fatti. Le prime case per le quali si taglierà il nastro saranno quelle di Onna, il paesino più martoriato. Meglio non raccontare, però, che qui le casette di legno sono arrivate perché gli abitanti hanno minacciato una rivolta contro la «deportazione» in quelle Case antisismiche previste a chilometri di distanza. La loro richiesta è stata accolta dalla Croce Rossa e dalla Provincia di Trento, che in pochi mesi hanno allestito un villaggio – a fianco del paese distrutto – dove i terremotati potranno attendere la ricostruzione delle loro abitazioni.
Anche il Comune ha scoperto che le Case non basteranno e ha chiesto e ottenuto l’allestimento di altre 1.000 casette di legno da mettere nella frazioni dell’Aquila. Ora bisognerà trovare le aree, preparare gli allacciamenti alle fogne, all’acquedotto, alla rete elettrica. Le casette saranno pronte fra due o tre mesi, quando l’inverno aquilano sarà già pesante. Con scelte diverse, gli sfollati avrebbero potuto entrare in un ricovero civile già all’inizio dell’estate.

http://www.repubblica.it/2009/04/rubriche/diario-di-una-famiglia/via-le-tende/via-le-tende.html

(6 settembre 2009)

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