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Tetrapack …seconda parte

Non proprio a tutti

Una poderosa campagna pubblicitaria dice che il tetrapak è riciclabile. Abbiamo seguito un cartone dal cassonetto alle cartiere. Fino all’inceneritore
Otto milioni e mezzo di euro per dire a tutti che il tetrapak è riciclabile. Questo è il costo della campagna pubblicitaria “Dillo a tutti! Il tetrapak è riciclabile”, che è stata lanciata l’11 settembre dalla svedese Tetrapak, leader mondiale nel settore dei contenitori per bevande, presente in 150 Paesi, con un fatturato complessivo di 8,4 miliardi di euro.
La campagna, che si svolge a livello nazionale, è rivolta in realtà a quei 2.000 Comuni italiani (l’elenco sul sito www.tiriciclo.it) dove, dal 2005, è possibile fare la raccolta differenziata del tetrapak, grazie ad un accordo stipulato nel 2003 dalla multinazionale svedese con Comieco, consorzio nazionale per il recupero e riciclo degli imballaggi a base cellulosica, cui l’azienda paga un contributo di 22 euro per tonnellata di immesso al consumo.
Le confezioni per bevande in tetrapak sono materiale poliaccoppiato, cioè composto per il 75% da carta, 20% polietilene ed il restante da alluminio.
In proporzione alle dimensioni, le confezioni tetrapak sono molto leggere e costituiscono lo 0,4% dei 500 kg di rifiuti prodotti in media in un anno da ciascun cittadino italiano. Nella maggioranza dei casi il tetrapak viene gettato ed inviato alle cartiere insieme a carta e cartone (come avviene per esempio a Roma, Milano, Napoli, Torino), oppure può essere gettato nel multimateriale (nel caso della Toscana e del Trentino). Il poliaccoppiato così raccolto viene inviato alle piattaforme di selezione, dove, insieme agli altri rifiuti, subisce un controllo qualità da parte di Comieco, che paga ai Comuni un corrispettivo fra 78,80 e 84 euro alla tonnellata, in proporzione alla quantità e al numero degli abitanti. Da qui il tetrapak raccolto può intraprendere due strade: essere inviato insieme a carta e cartone alle cartiere (in questo caso costituisce circa l’1-2% sul materiale totale che arriva agli stabilimenti), oppure essere mandato singolarmente alla Cartiera Saci, l’unica in Italia in grado di smembrarlo e riciclarlo in tutte le sue componenti. Dalle piatteforme di selezione il viaggio del tetrapak diventa sempre più periglioso: escludendo il caso della Saci di Verona, il tetrapak in gran parte torna a essere un rifiuto, perché il materiale che le cartiere riescono a ricavare è molto poco, in proporzione allo scarto che viene prodotto.
Per esempio, nella Cartiera Reno de Medici di Marzabotto (Bo), una delle 27 cartiere italiane che hanno dichiarato di poterlo trattare, il tetrapak arriva insieme a carta e cartone. Il tutto viene mescolato all’acqua nel pulper, un impianto che spappola il materiale. Sulle 50mila tonnellate di materiale che la cartiera lavora al mese, lo 0,6-0,8% è costituito da tetrapak e, secondo stime dell’azienda, per ogni unità che entra nel pulper, se ne forma una e mezza di scarto. Infatti, alla parte di fibre cellulosiche che non si spappolano (circa il 35%), si aggiungono la plastica e l’alluminio, che non si possono smembrare nel pulper. Tutto questo materiale, infine, raddoppia il proprio peso, a causa dell’ acqua che trattiene. Così, se all’inizio si è introdotto 10 chili di tetrapak secco, alla fine del processo si devono smaltire almeno 11 chili di scarto impregnato di acqua. La cartiera Masotina di Cologno Monzese (Mi) ha deciso di dedicarsi principalmente al riciclo preconsumo del tetrapak, cioè utilizzare gli scarti industriali delle aziende che lo producono. Una parte decisamente minoritaria riguarda il riciclo post-consumo: in questo processo vengono utilizzati i cartoni per bevande che provengono effettivamente dalla raccolta differenziata. Anche in questo caso si producono nuovi rifiuti, che comportano costi di smaltimento per l’azienda che oscillano fra i 70 e gli 80 euro per tonnellata, cui si deve sommare la spesa del trasporto. Lo smaltimento consiste nell’inviare il materiale ad un inceneritore: il prodotto di scarto del pulper, infatti, è considerato una biomassa, cioè una fonte rinnovabile (e incentivata). Insieme allo scarto delle cartiere, finiscono nell’inceneritore anche un miliardo e 900 milioni di contenitori. Secondo dati Tetrapak, infatti, nel 2007, dei 5 miliardi di contenitori prodotti ed immessi sul mercato in Italia, il 52% (45.900 tonnellate) è stato recuperato attraverso la raccolta differenziata: ma solo il 14% è stato effettivamente avviato al riciclo in cartiera. Il resto è stato “recuperato” negli inceneritori.
Quando, invece, il tetrapak arriva alla cartiera Saci, viene separato in tutte le sue componenti, per ottenere prodotti riciclati (Cartafrutta, Cartalatte ed Ecoallene, una speciale plastica).
La cartiera, interpellata, ha comunicato che non intende diffondere dati a proposito della propria lavorazione né sui costi.

il tetrapack NON è riciclabile

Il tetrapak NON è riciclabile.

è un materiale termoaccoppiato (non separabile manualmente) di CartaAlluminioPlastica fuse insieme.
Troppo energivoro nella produzione
e troppo energivoro nello smaltimento.

“riciclarlo” serve solo a Tetrapak per ottenere tre sottoprodotti (a marchio…) per fare pubblicità che loro “proteggono la bontà, e l’ambiente”.
Questo “riciclaggio” serve a Tetrapak per fare greenwashing e dare ai bambini che visitano incontri come Ecomondo
i loro sottoprodotti energivori tipo “marelhene” (una sottospecie di carta).

Proteggono solo i propri interessi.
Il tetrapak è un materiale da anni 70 pensato per l’usa&getta, che va tolto dal commercio e RIprogettato.
Non ce lo possiamo (più?) permettere, in Germania col “dual system” pagano tasse molto più alte rispetto a imballaggi monomateriale, facilmente riciclabili.

In Italia invece è un materiale perfetto per i cancrovalorizzatori assistiti con denaro pubblico via Enel.

Dal “riciclaggio” comunque, non si ottiene più della carta, dell’alluminio e della plastica, ma un materiale spurio dal quale non si potrà più ottenere, ad esempio, una lattina (il materiale più prezioso contenuto negli imballaggi termoaccoppiati)

A partire da lunedì 12 novembre 2007, l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha attivato uno speciale numero verde gratuito (800166661) per i consumatori che volessero segnalare presunti casi di pratiche commerciali scorrette, pubblicità ingannevole e occulta.

(in alcuni Comuni che praticano il porta a porta, vengono fatti conferire insieme a plastica vetro,
oppure insieme alla carta
contaminandoli (con la presenza stessa che richiede una separazione ulteriore in impianti)
e contaminando i materiali facilmente riciclabili coi residui di liquidi, se ogni cittadino non è molto attento e molto consapevole e informato.

Chiediamo che il gestore del porta a porta sconsigli sempre l’acquisto del tetrapak, e se proprio lo si acquista, lo si conferisca nel bidone del “secco residuo” come avviene nel migliore consorzio d’Italia (Priula a Treviso).
In questo modo si può premere sull’azienda perchè riprogetti questo contenitore, e lo renda davvero facilmente riciclabile, oppure faccia (almeno) come tutti gli altri:
o vetro
o plastica
o alluminio.
Meglio ancora il vetro a rendere.

Siamo nel 2008, il petrolio sta finendo.
Non siamo nel 1970

Non in tutta Italia esistono centri come Vedelago in grado di riprocessare i materiali secchi residui, facendone sabbiella per l’industria.
Più spesso, i materiali termoaccoppiati vengono utilizzati per produrre CDR e relativo utilizzo di denaro pubblico per ottenere utili privati tramite incenerimento o co-combustione.