I rifiuti dei paesi ricchi bruciano ad Accra

Nella capitale del Ghana c’è un’enorme discarica di prodotti elettronici. A smaltirli sono dei ragazzi che vivono tra veleni e fumi tossici

La Bibbia racconta che Dio distrusse Sodoma e Gomorra facendo piovere dal cielo fuoco e zolfo. Gli abitanti di Accra, la capitale del Ghana, hanno ribattezzato “Sodoma e Gomorra” quella parte della città dove piovono veleni che il Dio dell’Antico testamento non conosceva. E dove mette piede solo chi è costretto a farlo. Le baracche di questo slum sono avvolte da un fumo nero che brucia la gola. Anche l’acqua del fiume che scorre qui vicino è nera ed è densa come l’olio. Il fiume trascina verso il mare le carcasse vuote dei computer. Su una delle due sponde c’è un grande spiazzo dove bruciano frammenti di plastica e gommapiuma. Le fiamme divorano le guaine intorno ai cavi elettrici, la plastica delle prese e delle schede elettroniche. Il vento spande quel fumo infernale su tutta la zona e le persone vicino al fuoco sembrano solo ombre nella nebbia. Respirare fa male ai polmoni.

Una sagoma ricurva cammina tra le fiamme. Con una mano un ragazzo trascina in mezzo alla cenere un vecchio altoparlante appeso a un cordoncino. Nell’altra mano stringe forte una busta di plastica. L’altoparlante e la busta, i pantaloni e la maglietta che indossa, sono tutti gli averi di questo ragazzo dal nome insolito. Bismarck ha quattordici anni ma sembra più piccolo della sua età. Perlustra il terreno alla ricerca dei resti che i ragazzi più grandi di lui hanno lasciato dopo aver bruciato uno stock di computer: cavi di rame, motori di hard disk, pezzi di alluminio. Viti e prese d’acciaio, invece, si attaccano al magnete dell’altoparlante. Bismarck riempie la sua busta di tutto quel materiale. Quando finalmente è mezza piena può vendere il metallo e comprarsi un piatto di riso e un pomodoro, o perfino una coscia di pollo, grigliata sul cerchione di un’auto trasformato in barbecue. Oggi però non ha ancora trovato abbastanza metallo.

Lo spiazzo vicino a Sodoma e Gomorra è il capolinea dei vecchi computer e di altri rifiuti elettronici provenienti da tutto il mondo. Di posti simili ce ne sono molti in Nigeria, Uganda, Vietnam, India, Cina e nelle Filippine. In Ghana ci sono centinaia di ragazzi che vivono della spazzatura dell’era di internet e probabilmente ne moriranno. In tutto il mondo sono migliaia. Smontano i computer, frantumano i monitor a sassate e poi buttano le parti interne nel fuoco. È così che i computer dei ricchi avvelenano i figli dei poveri: nei computer ci sono grandi quantità di metalli pesanti e mentre la plastica brucia i bambini respirano veleni cancerogeni. Secondo una stima dell’Onu, ogni anno nel mondo si producono fino a cinquanta milioni di tonnellate di rifiuti elettrici ed elettronici. Smaltire in Germania un vecchio monitor con il tubo catodico costa circa 3,50 euro. Spedirlo in un container in Ghana costa non più di 1,50 euro. Nel 1989 è stato firmata la Convenzione di Basilea, un trattato internazionale che vieta al primo mondo di scaricare i suoi rifiuti elettrici nel terzo senza autorizzazione. L’accordo è stata approvato da 172 paesi, ma tre dei firmatari non l’hanno mai ratificato: Afghanistan, Haiti e Stati Uniti, dove, secondo le stime dell’agenzia per l’ambiente di Washington, ogni anno quaranta milioni di computer diventano rifiuti elettronici.

Macchie e pruriti

Dopo la convenzione di Basilea, l’Unione europea ha varato alcune direttive come la Weee (Waste from electrical and electronic equipment), che regola il riciclaggio e lo smaltimento dei rifiuti elettrici ed elettronici, e la Rohs (Restriction of hazardous substances directive), che limita l’uso di piombo, mercurio, cadmio e cromo nella fabbricazione degli apparecchi. I singoli stati hanno trasformato queste direttive in leggi. Le norme tedesche sono tra le più rigide. Chi spedisce rifiuti elettronici in Ghana in teoria rischia il carcere. Secondo un’indagine commissionata dal governo tedesco, ogni anno centomila tonnellate di rifiuti elettrici vengono esportati verso il sud del mondo, molto più di quanto pensassero gli esperti. Il sistema del riciclo è fatto di vie tortuose. “È un affare enorme che non può essere gestito dalla piccola criminalità”, spiega Knut Sander dell’istituto ambientale Ökopol di Amburgo.

Sander, l’autore dell’indagine, ha fatto ricerche per mesi, non solo tra i documenti. È stato avvisato che avrebbe fatto meglio a occuparsi della sua sicurezza, ma è andato avanti lo stesso. “Il porto di Amburgo è importante”, spiega. “E quello che non passa per Amburgo passa per i porti di Anversa e Rotterdam”. Sander ha seguito le tracce dei piccoli criminali – quelli che a volte spediscono un container, o un paio di auto piene di computer – e delle grandi imprese, che spediscono bastimenti carichi di veleni. Sono le aziende di riciclaggio, che ogni anno raccolgono centinaia di migliaia di vecchi computer. Sono autorizzate a rivendere quelli funzionanti ma devono riciclare quelli difettosi e in Ghana sanno di risparmiare. I doganieri e gli agenti della guardia costiera incaricati di fermare il traffico dei rifiuti elettrici sono pochi. Quando gli capita di aprire un container non sanno bene cosa fare perché la legge non definisce chiaramente cos’è un rifiuto elettronico. I computer usati possono essere esportati, i rifiuti no. Ma i pc guasti che magari si possono riparare con poco, come sono da considerare? E i computer vecchi di vent’anni, su cui praticamente non gira più nessun programma? Nel dubbio i giudici decidono a favore degli esportatori. Bismarck sa solo che tutti quei computer puzzano, che abbiano dieci o vent’anni, che siano Dell, Apple, Ibm o Siemens. Il fumo dà il mal di testa e il mal di gola. Le ceneri appiccicose provocano prurito e macchiano la pelle, ma non ci si può grattare, altrimenti la polvere brucia. Prima di arrivare qui Bismarck sapeva che l’aspettava l’inferno, ma aveva dieci anni e credeva che l’inferno potesse essere avventuroso. E poi non aveva scelta, come gli altri bambini di Sodoma. La maggior parte di loro è venuta ad Accra dal nord del Ghana, una regione molto povera. Bismarck è nato in un villaggio vicino a Techiman, nel centronord del Ghana, dove non c’era corrente e le capanne erano fatte di argilla. Suo padre se ne è andato quando era piccolo, e così non ha mai potuto chiedergli il perché del suo nome, che nessuno aveva mai sentito prima. La madre l’ha cresciuto da sola finché non è stata investita da un’auto ed è morta. La zia che da allora si è presa cura di Bismarck era troppo povera per mantenerlo.

Un giorno un ragazzo più grande di lui gli ha detto che ad Accra, tra il mercato di Agbogbloshie e lo slum di Sodoma e Gomorra, c’è un posto dove anche i bambini di dieci anni possono guadagnare abbastanza per comprarsi da mangiare. L’amico sedicenne gli ha raccontato tutto, anche dei computer, del fumo e del fatto che bisognava essere forti. Poco dopo sono partiti.

Bismarck ha imparato in fretta le regole del posto e la sua gerarchia. Si può sperare di fare carriera solo con il passare del tempo. I ragazzi più grandi, sui venticinque anni, controllano le grandi bilance che si trovano quasi sempre alla fine dei sentieri tracciati nella cenere. Comprano dai bambini i metalli ricavati dai computer e li rivendono a una grande fonderia nelle vicinanze del porto. Dopo una giornata di lavoro tra le fiamme, quando la busta di Bismarck è mezza piena, i ragazzi più grandi gli pagano due cedi ghanesi (circa un euro). I giovani sui diciotto anni spingono dei carretti fatti con ruote d’auto e tavole di legno. All’alba girano per la città e raccolgono dagli importatori i rifiuti elettrici che poi portano sullo spiazzo di Sodoma e Gomorra. Qui smembrano i computer e gettano i cavi nel fuoco.

Kwami Ama ha 16 anni ed è uno dei due amici di Bismarck. Kwami ha un corpo robusto e un viso rotondo da bravo ragazzo. La sera i suoi occhi, arrossati dopo una giornata di lavoro tra i fumi, lo fanno sembrare cattivo. Le mani sono segnate dalle cicatrici che si è procurato maneggiando vecchi frigoriferi e computer rotti e taglienti. Dai frigoriferi Kwami strappa il materiale isolante, poi gli dà fuoco e ci butta dentro i resti dei computer.

La gommapiuma dei frigoriferi brucia di una fiamma verde e violettta che è calda abbastanza da far sciogliere fino al metallo anche quei cavi che il fuoco normale fa fatica a bruciare. Rispetto ad altri non se la passa male. Il lavoro al fuoco è il più dannoso di tutti, ma si guadagna abbastanza per pagare un posto per la notte in una capanna di legno. La baracca è larga due metri e lunga tre. Sul pavimento di legno dormono tre ragazzi. Non ci sono finestre, ma alla porta c’è una catena. Così possono riposare sicuri. A Sodoma è un lusso.

Bismarck, invece, ha paura della notte. Quando fa buio si accuccia come un cane contro delle tavole nella cenere, vicino a un congelatore o accanto a una bilancia. Cambia spesso posto. Bismarck ha solo due amici.

In quell’inferno è una lotta tra poveri. Pochi giorni prima aveva avuto fortuna: aveva trovato molto rame e aveva guadagnato sette cedi. Ne aveva spesi solo due ma la mattina dopo gli altri cinque erano scomparsi.

Durante la notte, mentre dormiva, qualcuno gli ha tagliato la tasca dei pantaloni con una lama di rasoio. Bismarck guadagna troppo poco: può permettersi di mangiare o di affittare un posto per dormire in una baracca, ma non tutte e due le cose. E non può nemmeno andare a dormire dal suo amico Danjuma.

Etichette

Danjuma ha undici anni e lavora in quell’inferno già da qualche anno. I suoi genitori vivono in una baracca di Sodoma insieme ai suoi quattro fratelli e non c’è posto per Bismarck. Alla madre di Danjuma dispiace che suo figlio sia costretto a lavorare al fuoco. Dovrebbe andare a scuola. Ma a casa c’è bisogno di soldi. Danjuma è il figlio più grande e non si sa per quanto tempo sarà ancora in grado di lavorare, visto che spesso ha delle fitte nei polmoni e alla schiena. Danjuma e Bismarck fanno parte del gruppo dei più giovani, i bambini tra gli otto e i quattordici anni, che non hanno il permesso di bruciare i rifiuti. Loro lavorano con le calamite. Le ragazze invece portano da bere e da mangiare ai più grandi. “Devi bere molto”, spiega Kwami. La plastica bruciando arriva a più di 300 gradi e il sole picchia sulla testa. Ci sono più di trenta gradi all’ombra, ma ad Agbogbloshie non c’è ombra.

Con il tempo Kwami ha cominciato a dimenticare molte cose. Ma ricorda ancora quando l’anno scorso un gruppo di bianchi è arrivato a Sodoma e Gomorra. Fatto raro. Erano di Greenpeace. Ce n’era uno che indossava dei guanti e aveva delle provette in mano. Ne ha riempite alcune con dei campioni di melma del fiume, altre con cenere e terra raccolte in diversi punti dello spiazzo dei fuochi. Tornato in Gran Bretagna il chimico ha analizzato i campioni raccolti. I risultati erano allarmanti. Sono state trovate alte concentrazioni di piombo, cadmio, arsenico, ma anche diossina, furano e policlorobifenili.

Il piombo provoca da subito mal di testa e crampi allo stomaco, e alla lunga danneggia il sistema nervoso, i reni, il sangue e soprattutto il cervello. Chi assume piombo attraverso l’acqua che beve o l’aria che respira si instupidisce. In Germania gli scienziati si preoccupano quando misurano nell’aria una quantità di polvere di piombo superiore a 0,5 microgrammi per metro cubo, il valore limite consentito. I tubi catodici di uno schermo ne contengono circa 1,5 chilogrammi. Oltre al piombo il chimico di Greenpeace ha trovato diverse altre sostanze che possono provocare il cancro.

A portare lì gli uomini di Greenpeace è stato Mike Anane, un ambientalista, responsabile locale dell’organizzazione per la difesa dei diritti umani Fian. Anane è nato proprio qui vicino, quarantasei anni fa, dove oggi si trova Agbogbloshie. Nei dintorni del fiume prima c’erano solo prati verdi e fenicotteri. Oggi nell’acqua non c’è più vita. Otto anni fa Anane si è reso conto che il traffico di camion con i rimorchi carichi di computer diretti ad Agbogbloshie era sempre più intenso. È venuto a guardare un po’ più da vicino e ha cominciato la sua battaglia. Anane raccoglie le etichette dai computer rotti per capire quali veleni vengono bruciati. Ha messo insieme etichette del ministero delle difesa statunitense, delle autorità britanniche, ma anche di grandi aziende come Barclays o British telecom. “Tra questi ragazzi alcuni non festeggeranno il venticinquesimo compleanno”, dice.

Anane sa che non sono le imprese e le organizzazioni che dimenticano le loro etichette sui computer a mandare direttamente quei rifiuti nel suo paese. I veri responsabili sono i commercianti come Michael Ninicyi, il capo della Koi Enterprise.

L’azienda di Ninicyi in realtà è un piccolo negozio, pieno di computer ammucchiati fino al soffitto. I pezzi pregiati sono vecchi Pentium con lettori dvd, venduti per novanta dollari. Sotto una tenda gialla di fronte al negozio ci sono stampanti e fotocopiatrici. “Tutte macchine tedesche”, assicura Ninicyi. Tra due apparecchi una copia del Berliner Morgenpost fa da imbottitura, mentre su altre macchine sono incollate etichette, dell’Aok Kleve, di un ufficio di servizi del Brandeburgo o della Triumph-Adler. Merce funzionante e legale.

Ninicyi indossa un paio di pantaloni con la piega, una catena d’oro e scarpe eleganti. È un uomo di successo. Il suo inglese è eccellente, sa argomentare e perfino difendersi. Anzi, pensa che non ci sia niente di cui debba giustiicarsi. Ninicyi prende la sua merce solo da container che arrivano da Amburgo. “I tedeschi curano le loro macchine meglio di tutti gli altri”. Preferisce non dire chi sono i suoi fornitori. Quando fa un acquisto compra uno stock, come si usa nel settore. I container che partono dalla Germania sono misti: in ognuno ci sono sempre computer funzionanti, altri che devono essere riparati, e un 30 per cento da buttare, che lui dà ai ragazzi di Agbogbloshie con i loro carri. Invece nei container che arrivano dall’Inghilterra c’è molta più spazzatura. “Questo traffico è una cosa buona per il Ghana e gli altri paesi coinvolti”, spiega Ninicyi. Gli dispiace per i ragazzi, ma lui paga le tasse e i suoi clienti pagano le tasse. E in questo modo i ghanesi possono permettersi un computer.

La legge di Moore

Ninicyi è convinto addirittura di cooperare allo sviluppo del suo paese, colmando il “digital divide”. L’idea è semplice: visto che i poveri non si possono permettere strumenti di comunicazione moderni e visto che è il sapere che crea il benessere, il divario aumenta e i poveri diventano sempre più poveri. Dando dei computer ai poveri Ninicyi è convinto di ridurre il divario. Questa teoria ha alcuni punti deboli. Risale al 1970, tre anni prima che uno studente di nome Bill Gates cominciasse a studiare ad Harvard. Da allora si è sviluppata una seconda teoria sull’era dei computer, la legge di Moore, dal nome di uno dei cofondatori dell’Intel. Secondo la legge di Moore ogni due anni la capacità di calcolo dei processori raddoppia. Gli sviluppatori di software si adeguano e così il computer di oggi domani sarà già vecchio, e dopodomani sarà pronto per Sodoma. “Succede tutto troppo in fretta, siamo travolti”, racconta John Pwamang, direttore del settore chimico dell’agenzia per la difesa dell’ambiente del governo ghanese. L’agenzia ha sede in un edificio prefabbricato che cade a pezzi. Chi vuole parlare con Pwamang deve salire per la tromba delle scale, oltrepassare un bagno guasto e una sala conferenze con le tende ridotte a stracci. Lungo il corridoio ci sono tre cestini per i rifiuti, uno marrone per la carta, uno grigio per la plastica e un altro marrone per tutto il resto. Che in Ghana non ci sia un sistema funzionante per riciclare i rifiuti è un indice del fatto che l’ufficio di Pwamang ha ancora qualche problema da risolvere.

Gli occhi del responsabile per l’ambiente si distinguono appena dietro le lenti spesse bifocali. Pwamang parla a bassa voce, e anche per questo sembra più gentile di quanto non sia in realtà. “Voi europei non affrontate il problema seriamente”, accusa. “Cosa possiamo fare noi, con il veleno che ci spedite? Non possiamo certo smaltirlo. Voi avete gli impianti adeguati. I computer funzionanti sono una cosa positiva, ma tanti si rompono dopo nemmeno un anno. Perché non fermate voi il traffico di rottami?”. Pwamang non è in grado di dimostrare che il piombo e la diossina uccidano i ragazzi. Ma sullo spiazzo dei fuochi, vicino al fiume nero, non c’è quasi nessuno che abbia più di 25 anni.

Greenpeace ha identificato e quantificato i veleni presenti nella discarica, ma non ne ha studiato gli effetti diretti. “I bambini sono malati”, spiega Pwamang. “Lì ci sono metalli pesanti e veleni. Uno studio sarebbe una buona cosa, ma non ho bisogno di uno studio per sapere che quello che succede lì è terribile”.

A volte sembra perfino che i ragazzi di Sodoma e Gomorra si divertano. Ogni sera i più grandi giocano a pallone tra i fuochi. Un paio di pali fanno da porta e i vecchi schermi da bandierine. I giocatori corrono e saltano nel fumo denso del fuoco. Non giocano solo per divertirsi. Giocano anche per il loro futuro. Molti ghanesi espatriati sono diventati giocatori professionisti nei campionati dei paesi occidentali. È un sogno folle, ma per molti, qui, sognare è l’unica via d’uscita. A volte qualcuno riesce anche a imboccare questa strada.

Anche Danjuma, l’amico di Bismarck, sogna. Gli piacerebbe allenarsi nonostante i dolori al petto, ma non ha neanche i soldi per comprarsi un pallone. E forse è meglio così, perché per correre dovrebbe respirare profondamente.

Clemens Höges, Der Spiegel, Germania

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