Il problema dei rifiuti….

I rifiuti sono un problema relativamente recente, frutto della società dei consumi. Solo cinquanta anni fa, nelle nostre campagne, praticamente non esistevano e nelle città ogni abitante ne produceva circa 200 grammi al giorno. Oggi la produzione è di circa un chilo e mezzo di rifiuti al giorno per abitante, oltre mezza tonnellata all’anno, con una tendenza ad una continua crescita (crisi economica permettendo). Non è possibile dunque risolvere il problema senza il contributo di tutti, a cominciare dagli enti locali, e senza modificare le abitudini consolidate.

Le discariche

Tecnicamente è l’art. 3, comma 1, lettera g), del decreto legislativo 13 gennaio 2003, n. 36 a definire la “discarica” come l’ “area adibita a smaltimento dei rifiuti mediante operazioni di deposito sul suolo o nel suolo (…….), nonché qualsiasi area ove i rifiuti sono sottoposti a deposito temporaneo per più di un anno”.

Per noi una “discarica” altro non è che il “buco nero” dove seppellire l’alienazione di se, concretizzatasi completamente con l’illusione moderna di respingere i rifiuti fuori di noi.

In un metabolismo – individuale e sociale – che conduce inesorabilmente all’escremento, che come tale viene prodotto in isolamento e rimosso, in quanto prova della nostra colpa-capacità di distruggere e sfruttare ciò ch’è estraneo, ci ritroviamo così ad essere noi stessi, abitanti dell’Occidente, dei potenziali rifiuti–rifiutati, oltre che sommersi dalle scorie in eccedenza.

L’incenerimento

Ernesto Burgio, sulla rivista Ecologist

Dovrebbe essere ormai evidente a tutti che l’attuale fase della storia umana, quella coincidente con l’era dello sviluppo industriale e con l’utilizzo sempre più massiccio e irrazionale dei combustibili fossili (prima carbone, poi petrolio e gas), volge rapidamente e inesorabilmente al termine per due ragioni, strettamente interconnesse:

l’imminente/immanente esaurimento delle risorse energetiche fossili, che l’uomo ha letteralmente dilapidato nel corso di questi due secoli gli effetti potenzialmente irreversibili che i processi di combustione, sempre più diffusi su tutto il pianeta, rischiano di avere sulla composizione dell’atmosfera, sul clima, sui cicli delle acque e del carbonio e sugli equilibri dei singoli ecosistemi e dell’intera biosfera.

Fra tutti gli impianti e sistemi “eco-distruttivi” inventati dall’uomo, gli “inceneritori di rifiuti” rappresentano il simbolo forse più perverso di una “civiltà” dominata dalla Pulsione di Morte.

E’ infatti difficile negare che gli inceneritori (il termine “termovalorizzatore” essendo frutto di un escamotage ipocrita e illegittimo, volto a convincere i cittadini circa un’inesistente resa energetica di questi impianti) sono essenzialmente grandi acceleratori entropici che trasformano ogni giorno materie prime preziose in ceneri e gas pericolosi.

Inoltre, alle numerose motivazioni di ordine ambientale e sanitario, se ne possono affiancare diverse di ordine economico e sociale a cominciare dal semplice calcolo dei costi di produzione.

Cifre ufficiali alla mano, il costo di un MWh di energia in un impianto idroelettrico è valutabile intorno ai 65 euro; in un impianto eolico intorno ai 60; in un impianto a biomasse intorno a 120, mentre produrre un MWh in impianti di incenerimento di rifiuti solidi urbani con “recupero energetico” costa la bella cifra di 228 euro (senza mettere nel conto il costo di smaltimento delle ceneri e i danni incalcolabili alla salute umana)! Questo significa che ben lungi dal consentire un recupero energetico, gli inceneritori sono una fonte di immenso spreco energetico ed economico (concetto che può anche essere sintetizzato dicendo che l’energia necessaria a produrre i materiali che vengono inceneriti è circa 4 volte maggiore di quella che si può ottenere bruciandoli).

D’altro canto dovrebbe essere ormai noto a tutti che esistono strategie semplici e collaudate che permettono di organizzare una corretta filiera di trattamento dei materiali post consumo (in effetti i termine “rifiuti” dovrebbe essere utilizzato solo per gli scarti e via, via abolito), fondata sulla riduzione e razionalizzazione della produzione, sul recupero, riciclaggio e riuso di vetro, carta, legname e metalli; sul corretto trattamento dell’organico; sul processamento a freddo dell’eventuale residuo e che non mancano le norme comunitarie e nazionali che, almeno sulla carta, incentivano questo vero e proprio circuito virtuoso. Dovrebbe insomma essere ormai chiaro a tutti coloro – imprenditori, economisti, politici, chimici, ingegneri, medici – che si interessano a vario titolo al problema del trattamento dei rifiuti, che non ha alcun senso bruciare tonnellate di materiali preziosi e in larga misura riutilizzabili; che una simile prassi ha costi enormi oltre a essere dannosa per l’ambiente in cui viviamo e per la nostra salute.

Eppure è un dato di fatto che in Italia, da alcuni anni, assistiamo ad una vera e propria corsa alla costruzione di nuovi impianti. Un mistero che, in effetti, non è poi così difficile svelare.

La truffa del CIP6

Basta infatti ricordare che in Italia è attualmente in vigore una Legge, unica in Europa e in palese contrasto con le direttive europee, che consente allo Stato di sovvenzionare fortemente la produzione di energia attraverso l’incenerimento dei rifiuti, che essendo (come visto) alquanto costosa, se non fosse incentivata con danaro pubblico, non avrebbe mercato. E’ appunto grazie a questa Legge che i gestori di inceneritori e i gruppi industriali come Marcegaglia, Moratti, Garrone, Falck che li costruiscono, possono fare grandi profitti, scaricando gli enormi costi di impianti assolutamente antieconomici, sulla collettività. Il trucco è semplice e scellerato: in pratica gli ingenti fondi che dovrebbero esser destinati per Legge alle energie rinnovabili (pagati direttamente dai contribuenti nella bolletta Enel) vengono letteralmente stornati nelle tasche dei gestori, che ricevono circa 40 euro per ogni tonnellata di rifiuti inceneriti, più altri sussidi: cifre che moltiplicate per milioni di tonnellate raggiungerebbero dimensioni piuttosto ragguardevoli.

Il fallimento del “Modello Brescia”

A Brescia la raccolta differenziata è ferma al 30% da otto anni per continuare a bruciare rifiuti.

Al di la della situazione ingannevole propagandata da Asm Brescia, siamo anche qui di fronte al fallimento (evidentemente voluto da chi specula con l’incenerimento) della scelta di diffondere sul territorio un maggior numero di cassonetti per riuscire ad intercettare una maggiore quantità di rifiuti speciali prodotti dalle imprese, ma non a diminuire il rifiuto urbano indifferenziato pro-capite che rimane stabilmente attorno a kg 1,2/giorno. Brescia, che dieci anni fa era all’avanguardia nella raccolta differenziata, è oggi il fanalino di coda a livello di Regione Lombardia e non è riuscita neppure a raggiungere l’obiettivo, peraltro limitato, del Decreto Ronchi (35% al marzo 2003).

Un fallimento senza attenuanti, visto che Brescia fu presentata in un Convegno internazionale nel 1993 come una sorta di “Laboratorio modello” a livello nazionale.

I motivi del fallimento sono sotto gli occhi di tutti. Un mega inceneritore sovradimensionato che, per funzionare, importa rifiuti speciali e rifiuti urbani da fuori provincia per circa 300mila tonnellate. Oltretutto Asm riceve 55 milioni di euro di contributi annui, pagati dai cittadini nelle bollette dell’energia (vedi scheda sulla truffa dei CIP6), salassati anche da un costo ingiustificato e illegittimo di smaltimento, costo che per Asm è in realtà un guadagno! Paradossalmente, se i cittadini di Brescia riducessero la produzione di rifiuti e facessero una raccolta differenziata spinta, sarebbero “beffati” dalla necessità di importare ancor più rifiuti da fuori Provincia con il conseguente danno ambientale e con la necessità di mantenere una discarica permanentemente per accogliere le scorie dell’inceneritore. Ovviamente, funzionale all’inceneritore è il sistema dei grandi cassonetti per strada, sistema che, come è ormai ampiamente dimostrato impedisce di ridurre la produzione dei rifiuti e di andare oltre il 30% di raccolta differenziata.

Quale alternativa?

L’alternativa c’è già da anni, ampiamente sperimentata: raccolta “porta a porta” di qualità e tariffa puntuale sul rifiuto indifferenziato prodotto dal singolo. I risultati ormai consolidati sono: riduzione del rifiuto prodotto ad 1 Kg/ab/giorno; raccolta differenziata dal 70% all’80%. Per Brescia significherebbe che il rifiuto indifferenziato da portare all’incenerimento non sarebbe sufficiente neppure a far funzionare una sola linea (circa 130mila tonnellate). Dunque, se le Istituzioni, a Brescia come a Rieti e nel Lazio, volessero affrontare seriamente il problema, invece di “bruciare” tanto denaro pubblico, potrebbero semplicemente contattare il Comune di Capannori  o il Consorzio Priula per verificare come si può e si deve fare una corretta politica dei rifiuti.

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